Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

sabato 29 dicembre 2012

MINIMALISMO ORA PRONOBIS


Posto qui tre miei commenti ad una discussione originata su www.viaggioleggero.com

Qui trovate la discussione originaria e anche altri miei interventi e le considerazioni dell'autore del sito, vi consiglio di leggerlo, potrebbe interessare!

http://viaggioleggero.com/2012/12/28/becoming-minimalist-newsletter-n-12/#more-787


"Ho deciso di uccidere tutti i minimalisti. Mi consola il fatto che in realtà in Italia non ce ne sono.

Sembra una battuta ma ho visto ciò che ha realizzato in sicilia mio zio dopo una vita trascorsa in Germania, lì riciclano praticamente tutto e puntano all’autosufficienza. Infatti lui è esterrefatto dello spreco in Italia. Anche le scuole sono “massimaliste” insegnano un mucchio di cose che poi saranno inutili e ci si laurea sempre troppo tardi, rispetto agli altri paesi europei. Per dirne una.

Ho deciso di uccidere tutti i minimalisti italiani. Appena ne becco uno serio, gli faccio qualche domanda e se risponde bene, lo stiro.

Requisiti minimi per essere assassinato da me saranno i seguenti: naturalmente dovrà essere vegetariano, usare i mezzi e non l’auto anche a costo di restare un ora seduto e di fare sacrifici, non prendere mai l’aereo e fare unicamente vacanze a chilometro zero. Sono le principali fonti di inquinamento su cui esercitiamo un controllo diretto, ad personam. 

Queste sono cose facili, le faccio io ogni giorno che non sono minimalista. Soprattutto l’allevamento per alimentazione è una bomba ecologica e sanitaria passata sotto colpevole silenzio. Se non rispetta questi minimi non è un minimalista e avrà salva la vita. Se invece queste cose le fa tutte deve iniziare a preoccuparsi.

Poi non deve avere mobili, oppure deve averne pochi e mai comprati, come me, sempre donazioni.

Poi deve comprendere i sistemi, come ho detto prima, deve avere una visione del minimalismo che non è tanto negli oggetti, ma soprattutto nella cultura, nella politica, nella scuola, nella sanità… Se fa queste cose, e comprende queste cose, allora è un pericolo perché uno così è in grado di cambiare il mondo e io non voglio che cambi, sono un conservatore, lo sotterro.

Però finora di tipi così non ne ho incontrati, solo mio zio e qualche tedesco, ma loro non sono un pericolo per l’Italia, loro non vogliono cambiarla. Al massimo vorranno liberarsene.

A proposito di minimalismo: gettate il forno e comprato la “pentola fornetto” consuma un niente di gas e fa splendide torte, pizze e focacce, e tutto il resto, costerà quindici euro. Tra un po’ la mia ciambella all’arancia dovrebbe essere pronta, mi manca la glassa al cioccolato ma la farò domani! Ero stufo dei panettoni!"


Altro intervento:


"Molto radicale, nel senso che se uno si dice minimalista deve fare più di me che non lo sono eppure tutte le cose che ho citato prima le realizzo senza sforzo (sarà l’abitudine, all’inizio è un pò faticoso ma solo il primo mese.

D’altronde però, se uno non riesce neppure a fare queste cose, come si può aspettare di essere preso sul serio?

Poi certo, uno fa ciò che sente e ciò lo rende felice di farlo, ma a quel punto non si differenzia da nessun punto di vista da un altro che fa esattamente le cose opposte, ma è ugualmente contento di farle. Non so se mi spiego. Minimalismo e consumismo, ad esempio, sono esattamente la stessa cosa se il loro unico scopo è quello di gratificare la persona, senza un reale impatto “fuori” dalla persona. Entrambi gratificano, e posso assicurare che gratificano sul serio, e entrambi ad un certo punto smettono di gratificare per entrare in un vuoto di senso se l’unico scopo è la gratificazione."


Altro intervento:


"Quello che dici, aggregazione per realizzare, lo penso anch’io, ma solo se è un minimalismo “che incide” in qualche modo, ovvero con scelte che abbiano un senso anche collettivo, di peso insomma. Finora però non c’è nessun segnale collettivo. Per dirne una, a mio avviso, il movimento vegetariano nella sua piccolezza ha inciso molto di più. La produzione di carni con relativi ormoni, antibiotici, distruzione di terra, acqua, etc… nella misura industriale che conosciamo oggi è un disastro ambientale ma soprattutto sanitario nel lungo periodo. 

Ecco, quella è una scelta che incide e che ha creato un movimento, anche se è una goccia nell’oceano, però è anni luce avanti a qualunque forma aggregata di “minimalismo” finora conosciuta, non tantoi in termini quantitativi ma soprattutto qualitativi, come “efficacia” dell’azione (rinuncio a nutrirmi di carni).

Poi anche il no al nucleare è stato importante, anche se emotivo, la rinuncia a costruire quei mostri inutili e già obsoleti, oltre che letali.

Il resto per me sono, appunto, gratificazioni, magari benessere personale, pulizia personale. Però, soldi permettendo, se io avessi una signora delle pulizie che mi alleggerisce dall’ingrato compito di rassettare, pulire, stirare, etc… la mia gratificazione sarebbe molto, molto maggiore in termini di tempo e vita vissuta. La gratificazione personale quindi è qualcosa che rifugge dal minimalismo o consumismo, ha a che fare col benessere.

In Italia manca proprio una seria cultura di base, che non può però essere personale (quella c’è senz’altro ma è personale e comunque influisce poco) ma dev’essere sociale, diffusa, pervasiva, collettiva e anche politica, altrimenti rimangono cose con pochissima efficacia.

Vi sono paesi in cui questa cultura è presente, quella del rispetto in fondo per le proprie risorse, ma in Italia non attecchisce, eppure il nostro Paese sarebbe perfetto per un’economia fondata sulla bellezza del territorio e non sul suo sfruttamento.

Cose troppo grandi, al momento."

E buon Capodanno a tutti!!!

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mercoledì 26 dicembre 2012

NATALE FELICE


il mio gatto è felice. Lo vedo da come si muove, dalle smorfie che fa, da come si stiracchia. Guardandolo sono felice anch'io. Guardo chi è felice e mi rendo felice anch'io. Il mio gatto non ha tanto, solo casa e un pezzo di giardino in cui gli permetto di andare ogni tanto ma sotto controllo. Ma il mio gatto è felice. Gli ho fatto alcune foto, le ho portate a gente che di gatti ne ha e mi dicono che sembra che sorrida, si vede quando un gatto è felice. In effetti ho visto alcune foto di gatti che cercavano un padrone e la loro infelicità risalta evidente.

Il mio gatto è felice credo soprattutto perché è sicuro. Sa di essere amato. Il cibo non gli manca, anche se non gli permetto di sbafare a volontà perché gli farebbe male. L'altra gattina la tengo pure a dieta. Ma c'è qualcosa che va oltre tutte queste limitazioni, inclusa la castità forzata: questo è il loro mondo e si sentono protetti. Non conoscono altro. 

La gattina non uscirebbe comunque di casa per via del suo carattere tranquillo e riservato, il maschio se esce non torna più. Però adesso è felice. Se lo tengo con me e gli permetto di uscire solo nei dintorni rimarrà così. Limitato ma felice.

Gli uomini pensano sia meglio conoscere tanto, vedere tanto, desiderare tanto, aspirare a tanto. Non posso contraddirli. A me non interessa, ho visto già troppo, però non posso di certo criticare i loro desideri. Stare bene dove ci si trova, in fondo, è un precetto universale ma appartiene ai monaci, a gente che ha scelto una strada in via definitiva, a gente che ha trovato la propria strada. Io mi sento proprio un monaco allora. Però, guardando il mio gatto, guardando la mia vita, tra le mura del mio chiostro senza monastero, mi sento felice. Altri però si sentirebbero perduti, carcerati, oppressi, tutto ma non sereni, non felici.

Nulla da dire, ognuno ha "il suo cielo". E sentirsi felici è Grazia. E' anche accettazione, che non è affatto "accontentarsi". La differenza sta in questo: chi si è accontentato cerca ancora, chi ha accettato riesce a dire "no grazie". Il mio gatto dorme accanto a me ed è felice. Si potrà dire che non è un essere umano e forse a questo punto neppure io lo sono, dato che mi sento come lui. Ma io mi sento praticamente come tutta la gente che incontro, per questo taglio fuori tutti i rompiballe e i negativi, non voglio sentirli né vederli, mi rendono infelice. I miei gatti invece mi rendono felice.

Una delle caratteristiche di questa pace, di questa fine della ricerca è, appunto, il disinteresse per molte cose una volta che ho compreso che non portano alcuna felicità, né sapienza, né salvezza, né altro, solo chiacchiericcio. Via giornali, blog, internet, TV. Non tutto, ma solo poche cose che reputo davvero belle. Non sarò mai uno importante; uno importante non si arresta mai, cerca sempre, coinvolge sempre, vuole sapere sempre, è curioso sempre. Sono solo uno a cui interessano poche cose, e solo quelle che ho scelto. Sembra un anti-ricetta, la ricetta del perdente agli occhi del mondo, quello destinato a rimanere solo, povero, ininfluente e infelice. 

Il mondo è 10% sostanza e 90% teatro. La chiamano anche "comunicazione", ma è sempre teatro. O chiacchera, o... insomma è un 90% utile se sei un bravo attore o se hai voglia di recitare, ma se non ne hai voglia, o se non sei un bravo attore sul palcoscenico della vita, allora diventa probabilmente una perdita di tempo, vita, denaro, tutto.... 

Mi fermo alla sostanza, taglio il 90% che non mi serve e... strano, non è cambiato niente. Anzi, divento più affascinante. Non lo dico io, me lo dicono. Forse è così strano trovare uno che non prova a recitare che poi tutti vogliono sapere perché, scoprire chissà quale mistero si cela dietro ad una persona che rimane felice, è poco interessata, non ha bisogno del palcoscenico, rifugge dalle luci. Credo sia una cosa davvero rara, e le cose rare vengono sempre ricercate da un'umanità curiosa.

Ho due gatti, dormono accanto a me e mi riempiono di pace in un natale che per me è tra i più belli ed intensi di sempre.

Buon Natale anche a Voi.

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venerdì 14 dicembre 2012

E' DIFFICILE...


E' difficile restare centrati, è difficile restare concentrati, eppure è tutto lì.

Se non permetto alla mia mente di disperdersi e al mio tempo di diventare ozioso. Se elimino tutto ciò che so non mi porterà da nessuna parte. Se non guardo la TV che mi annoia, la rete che propone ciò che nessuno potrà mai mantenere, ennesimo inganno, non peggiore di altri solo più moderno; se non giro per locali in cui ci si rifugia per sfuggire alla sconfitta inevitabile delle proprie giornate, allora rimane solo il vuoto.

In questo vuoto si costruisce, a costo di sacrifici immensi, il primo sacrificio è la consapevolezza del vuoto stesso, la rinuncia a tutto ciò che avrebbe potuto essere per stare lì, nel vuoto, quando solo l'istinto ti rivela che è lì che devi stare.

E' difficile restare centrati, è difficile eliminare, è difficile, non perché sia difficile in sé, ma perché quello stadio non è neppure l'inizio della strada del silenzio.

Quando sei centrato, concentrato, quando sei te stesso, quando hai raggiunto un vuoto in cui tutto è possibile ma nulla scontato, tutto deve essere costruito, sai di essere un bambino che deve imparare, tutto, con fatica, mentre altri già sono dove tu vorresti essere, forse illusi, forse no, ma che importa, se hai scelto quella strada sai che una vita intera non basterà per percorrerla tutta, ne vedrai solo un pezzo comunque vada. E allora ti chiedi se ne vale la pena e quasi sempre la risposta è no, meglio tornare nella strada battuta, quella che ti porta già avanti nel tempo, e non devi ricominciare da capo, nell'incertezza, e magari alla fine di quella strada non c'è niente.

E' difficile restare centrati, è difficile restare concentrati... a meno che tu non sia nato per quello, e allora ogni altra strada per te, semplicemente, non esiste.

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DATEMI...


Datemi un sogno in cui vivere, perchè la realtà mi sta uccidendo.

Jim Morrison


Qualunque cosa accada, se non ho un sogno, una speranza, ma molto meglio una visione di eternità, per quanto bella (o brutta) la realtà mi ucciderà sempre, alla fine.

Se ho il mio sogno, lo so per esperienza, se ho la mia speranza, la mia certezza coltivata ogni giorno, le cose del mondo non avranno potere, mi scivoleranno di dosso.

Chi guarda l'eternità non rimane disturbato dalla contingenza delle cose. Ma sono in pochi, davvero, a farlo.


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lunedì 10 dicembre 2012

FASI CRITICHE?


prima di proseguire leggete qui:

http://viaggioleggero.com/2012/12/10/perdere-il-lavoro-2-riprenditi-il-tuo-tempo/#more-757

l'interessantissimo post di Alberto e anche il suo precedente, vi farete un'idea del tema che sta trattando in maniera sentita e sincera.

Ho aggiunto un commento che è uscito lunghissimo, lo posto qui.


"Ciao,

ritengo il tuo ragionamento davvero giusto, ma muovo una critica diciamo di metodo, di estensione. Tu racconti delle fasi che sono "critiche" all'interno di un'esistenza, la fase di ricerca di lavoro e di aberrazione da lavoro. E sono d'accordissimo che in quelle fasi c'è assoluto bisogno di un'azione per rompere delle situazioni che possono portare alla povertà da un lato, ma anche all'alienazione, alla devastazione psicologica, familiare dall'altra, in entrambi i casi ad una sofferenza, sorda o manifesta che sia, un vero inferno esistenziale.

Tali situazioni portano anche all'annientamento del senso di una vita, ma questo mi preme poco in quanto, a mio avviso, davvero una minoranza di persone ha chiaro il senso della propria vita e anche se l'avesse molto chiaro non mi interesserebbe in quanto starebbe comunque parlando di un "battito di ciglia temporale", un nulla, se non si ha chiaro il senso dell'eternità di un'anima il senso di una vita è cosa talmente infima che non perdo neppure tempo ad approfondirla, e a ragione, toh, avevo dieci anni, poi venti, trenta, quaranta, quarantadue e sono stati un battito del mio cuore, i prossimi quaranta se ci arrivo idem, quando trovi il senso della vita di quaggiù la vita è già finita, o hai una prospettiva eterna o non vale la pena perderci tempo.

Torniamo quindi alle fasi critiche di ricerca di lavoro/povertà e lavoro/aberrazione. Un inferno. Davvero. E quando sei all'inferno fai di tutto per uscirne, su questo non c'è dubbio. Magari scappando, magari imbottendoti di pillole, magari passando non quattro ma dieci ore davanti alla TV o andando a prostitute, spesso scappare dall'inferno vuol dire addentrarsi ancor di più nella sua oscurità ma il bisogno di fuga viene comunque realizzato.

Io stesso ho vissuto un'esperienza simile alle tue, un tempo tanti anni fa ero classificato come manager, un piccolo manager ma con buone responsabilità. Non dovevo passare quattro ore davanti alla TV ogni giorno, ma quattro ore a girare per i locali per fare conoscenze e ampliare il mio giro di affari. Mi sono dimesso. Poi un altro inferno, sempre manager, quadro, sempre girare schiavizzando della gente, sfruttandoli all'osso, gente che magari meritava di essere sfruttata, ma non ero in pace con me stesso. Mi sono dimesso. Adesso guadagno molto meno, sono precario, praticamente non esisto negli organigrammi aziendali, ma sono in pace e mi diverto. mi diverto da precario. Soffrivo da manager.

Cosa voglio dire. Sono due fasi critiche. Hai una freccia, la strapperai. Forse la freccia andrà più a fondo, oppure sceglierai la strada della fuga che ho scelto io e la freccia verrà tirata via, ma in ogni caso ci sarà una reazione. Furiosa reazione, magari depressiva, magari espansiva, magari alienante oppure una fuga un dire "rinuncio", ma il corpo reagisce per sua natura, in un modo o nell'altro. OK, poniamo che uno abbia preso le decisioni "giuste" e abbia trovato lavoro, creato lavoro, viva di rendita, oppure abbia lasciato una situazione che lo stava degradando, logorando, ovvero usciamo da questa "fase critica". Non che sia facile o scontato uscirne, ma ipotizziamo che uno ci riesca, facciamo che una persona grazie a consigli, sacrifici, fortuna, bravura, sia uscito dal bisogno e dall'alienazione.

Ecco... sto parlando della maggioranza degli italiani. Sto parlando di Te (poniamo) tre anni fa o domani, periodo in cui non avevi/avrai problemi economici di sussistenza ma al tempo stesso avevi le potenzialità per ricalibrare la tua vita (anche se mancava la consapevole dell'esperienza, la coscienza della schiavitù). Ecco, sto descrivendo la situazione della maggioranza degli italiani, ma al tempo stesso l'ieri o il domani di persone che ADESSO vivono una fase critica.

Ora, queste persone, guardiamole, sono felici? Ringraziano Dio per ciò che hanno? O si lamentano. Del governo, la crisi, la corruzione, la criminalità, il tempo, il traffico, lo smog, la sanità, la famiglia, i figli, le bollette, il mutuo, i colleghi, i dirigenti.... Sono fuori dalle fasi critiche che hai descritto, ma sono all'inferno lo stesso. Te lo assicuro, sono all'inferno. Ma non ha importanza perché ciò che conta per l'uomo non è essere all'inferno ma essere all'inferno IN COMPAGNIA. L'uomo non vuole il cielo, vuole la compagnia. Ove c'è tanta gente egli sente di essere nel giusto. E se l'inferno fosse pieno e il paradiso vuoto, vorrebbe essere all'inferno. E se una moltitudine di dannati opprime, schiavizza, degrada una minoranza di beati, l'uomo vuole essere tra i dannati, in compagnia, non solo.

Paradossalmente la fase della disoccupazione può essergli d'aiuto. Vedrà la realtà per ciò che è, si troverà solo, non aiutato, desolato, e forse, forse, rientrando nel mondo "normale" potrà conservare il ricordo di questa verità e rifiutare di farsi assorbire dal circolo dei dannati. E' uguale, sempre di dannati si tratta, ma chi non ha problemi economici non li soffre. Non solo, non vede chi sta più in basso, ma cerca lui di arrivare più in alto.

Non so se mi spiego: la mia critica è rivolta al fatto che racconti di fasi critiche e come affrontare le fasi critiche, come uscire dalle fasi critiche, giustissimo, ma anche uscendone il problema è, per me, tutt'altro. Il problema vero è:


Come può uscire dalla dannazione di questa vita infernale, di questo meccanismo infernale, chi davvero vuole farlo.


E in questo non ha importanza essere in cerca di lavoro, schiavizzati dal lavoro, oppure lavorare e rendersi volontariamente schiavo di qualcos'altro. Per fare un esempio, conosco una famiglia di alienati in cui una delle schiavitù più evidenti è l'ottima educazione dei figli. Fiumi di soldi spesi per allevare quelli che per me sono perfetti imbecilli in grado di farsi rimandare a ripetizione mentre la mia famiglia sempre al verde non mi ha mai visto saltare neppure una materia. Figli strozzati dalle aspettative. Rimbambiti dagli stimoli. E' solo un esempio, per dire quante facce può avere l'inferno, anche le più inaspettate. Eppure questa famiglia non ha problemi economici, anzi i soldi grazie ad un lavoro volontario e massacrante gli escono dalle orecchie, insieme a malattie gravi ed assortite. Ma potrebbero dire "no". Ma non lo fanno. Il problema quindi, ripeto, non è quello di uscire dalle situazione di crisi, lì c'è poco da ragionare, il corpo lotta come un demonio per non morire, in un modo o nell'altro, andando verso l'inferno o la salvezza.


Per me la questione è: in qualunque situazione una persona si trovi, come può uscire dal suo inferno?


Non so se mi spiego... tolto l'aspetto di urgenza che caratterizza le "fasi critiche" all'inferno si era e all'inferno si rimane, magari con meno stress apparente. Conosco persone occupate a cui gli occhi sono letteralmente esplosi per il superlavoro, il getto di sangue ha crivellato la retina come in un film horror splatter. Non si muore, si rischia la cecità. Ma queste persone, la maggior parte delle persone, non vuole uscire dall'inferno. Vuole solo che la temperatura sia meno insopportabile. Solo che, alla fine, tra uno all'inferno con temperatura estrema e uno all'inferno con temperatura moderata, c'è una cosa in comune: non c'è felicità. E la felicità non è una domanda a cui si risponde "sì sono felice", questo lo fanno tutti i dannati. Tra le tante caratteristiche della felicità, ce n'è una che mi piace infinitamente, ne basta una, tanto i dannati non ce l'hanno né potranno mai averla ed è questa: coloro che sono davvero felici dicono "è tutto perfetto così". Non perché ci si accontenta, no, quello lo pensano i dannati, è che la felicità è totalizzante e non richiede altro. E' già tutto lì.

E' solo un esempio, per dire che alla fine, la differenza tra le fasi critiche e le fasi normali dell'esistenza rischiano di essere solo un'illusione. Se uno dovesse "vivere" non dovrebbe fare distinzione tra fasi "critiche" e "normali", dovrebbe per prima cosa vedere se la vita così com'è gli piace. Se non è così, beh sappia che si trova in un piccolo inferno, o grande, ma come uscirne fuori si trova molto più dentro di sé che fuori di sé.


Magari anche tu intendevi le stesse cose, magari no, ho solo voluto ampliare il discorso perché anche fuori dalla fase di ricerca di lavoro e in allontanamento dalla follia del mondo, mi rendo conto che la strada è tutta da scoprire e da percorrere e che in ogni momento, improvvisamente, si può tornare nella condizione iniziale di povertà o follia e allora ti rendi conto che quella condizione che credevi “normale”, magari priva di stress, con tanto tempo libero impegnato in svaghi ragionevoli, senza preoccupazioni, era solo una scatola più grande dello stesso gioco di scatole cinesi, ma non eri affatto libero né felice.

Ciao! ”

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mercoledì 5 dicembre 2012

SE BECCO...


Oggi mi sono alzato pensando che se qualcuno avesse provato a parlarmi di quanto male va il mondo, di quanto è infelice la gente, di quanto disastrosa è la situazione del paese, di quanto poco amore si vede in giro, della solitudine, della scomparsa dello stato sociale, dell'esaurimento delle risorse, della corruzione, delle tasse, o peggio ancora di come sfuggire a tutto questo gli avrei tagliato la testa.

Tra l'altro gli avrei fatto un favore, una testa piena di questa roba non serve a nulla tranne che a inquinare gli altri.

Il missionario venezuelano nel periodo di natale disse così in chiesa: "Noi abbiamo un grande problema per il giorno di natale, in cui aspettiamo gli ospiti, dobbiamo decidere cosa presentare come secondo. Ai nostri ragazzi nelle missioni spesso riusciamo a servire una tazza di riso al giorno."


Ecco, finché non arrivo ad una tazza di riso non ho di che preoccuparmi, Dio non mi ha creato migliore di loro per aver diritto alla tazza di riso più il dessert.

C'è gente che continua poi a terrorizzarmi dicendo che verrà l'apocalisse finanziaria, industriale, sociale, economica, sanitaria, energetica e ambientale. E ora che me l'hanno detto forse che non verrà più? Forse che farò qualcosa di diverso da quello che ho fatto ieri solo perché mi spiegano quanto schifosa diventerà la vita umana, come se adesso fossimo nell'eden? 

Certe cose si imparano da bambini, se si è cresciuti bene, con valori solidi, continui a fare domani ciò che facevi ieri, continui a dare, a fare del tuo meglio e speri che questo possa bastare, ma tanto di più non potresti dare senza scoppiare. E allora non saresti di utilità a nessuno. Se questo non ce l'hai sin da piccolo, sì, puoi fare tutti gli sforzi del mondo ma alla fine non si può compensare un legno storto, lo metti sotto trazione ma appena rilasciata il legno torna storto perché ormai quella è la sua natura. E allora o ti accetti storto e forse servirai a qualcosa, oppure stai tutta la vita in trazione e allora sei già morto adesso.

Se becco domani qualcuno che inizia a parlarmi di quanto va male il mondo e che si mangia più di una tazza di riso al giorno, se becco qualcuno che prova a rovinarmi la giornata, gli mozzo le orecchie, tanto la capacità di ascoltare la meravigliosa musica di cui è permeato questo mondo non ce l'ha ugualmente, le orecchie non gli servono. 

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domenica 2 dicembre 2012

NON SO SPIEGARLO


Non so spiegarlo. E' un lampo, un flash e il cervello, lo spirito si rimettono in carreggiata. Perché ora, perché adesso? Chi può dirlo. So solo che sono tornato lucido e il mondo non è più solo "il mondo", quello esterno, veloce, sfuggente, onnivoro. Ho ritrovato quella visione "esoterica" (nascosta, quella che sta sotto la superficie) che sin da bambino mi permetteva di lasciar scorrere il fiume, guadandolo senza fatica. 

Ogni volta che ho "perduto" questa visione sono intervenuti periodi terribili di irrequietudini e poi di fallimenti. Adesso sento che sono tornato a casa, ho focalizzato il mondo lontano e il mondo vicino, ovvero il mondo che si conosce, che gira intorno, e quello reale, molto più ricco di cui i sensi usuali colgono soltanto una povera parte e per ammirarlo davvero occorre svilupparne di nuovi.

Non so perché, non so com'è successo, ma i miei sensi sono tornati e adesso vedo il mondo molto più vario e ricco, bello, adesso, di quanto non si veda di solito, sono tornato me stesso. Spero di non perdere di nuovo i miei sensi, vanno e vengono ma possono essere mantenuti esercitando tanta fiducia e attenzione. 

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giovedì 13 settembre 2012

ESSENZIALE - SUPERFLUO


Ho scritto un commento sul post di Emanuela, che vi invito a visionare qui:

http://bosco-dei-sogni.blogspot.it/2012/09/tre-giorni-al-rifugio-tuckett.html#comment-form

ma è troppo lungo, non ci entra nei commenti, lo propongo di seguito.


"ciao,

vorrei scrivere qualcosa di abbastanza controcorrente rispetto ai tuoi post, ma ormai è da un po' che lo sperimento. Riguarda il concetto di essenziale. Vorrei partire da lontano, dal pensiero "dualistico" ma mi rendo conto che siamo in un'epoca in cui c'è poco tempo e tutto dev'essere presentato già pronto, definito, chiaro e abbastanza superficiale perché ciò che è davvero profondo, alla radice delle cose richiede molto, molto tempo per essere vissuto, sperimentato, assimilato.

Dirò solo questo. C'è una fase del pensiero, istantaneo, subitaneo, in cui se hai la consapevolezza di avvertirlo, la differenza tra essenziale e superfluo scompare completamente. Oddio, scompare praticamente ogni classificazione e la mente rimane istantaneamente limpida e pura, è un attimo, non saprei dire come si raggiunge questo stadio, se per caso, per natura, non so... forse è come la scoperta del fuoco: uno scopre il fuoco, riprova ad accenderlo e zac, finito ha scoperto il fuoco, cuoce i cibi e si riscalda. Quello che posso dire è che questa fase non si raggiunge con lo sforzo, lo studio o l'impegno, un semplice colpo di fortuna conta molto di più.

Cmq, quando la mente è davvero quietata, lo è anche il corpo, l'anima. Bene, in questa fase non c'è "l'essenziale"; non c'è l'essenziale perché non c'è neanche il superfluo. L'essenziale viene definito dalla mente solo quando hai classificato "essenziale" in contrapposizione a "superfluo". Hai fatto la partizione e scegli uno dei due oggetti. Bene, hai creato una contrapposizione, un conflitto che prima non c'era essenziale-superfluo. Ti sei posto un problema, adesso cerchi una risposta, una soluzione.

La quiete della mente, la riconciliazione con il proprio vissuto non si ha quando raggiungi l'essenziale, contrapposto al superfluo, ma quando la mente "di ogni istante" non opera più la partizione, la differenza. Scompaiono entrambi, assorbiti dalla realtà che è molto più complessa di "essenziale-superfluo" ma che è in grado di farli convivere armoniosamente, serenamente, nella realtà esistono entrambi, il problema è la nostra mente che accetta solo uno dei due termini escludendo l'altro, l'altro gli da fastidio.

Stessa cosa per moltissimi concetti, politici, religiosi, economici, culturali, familiari, etc, la contrapposizione "essenziale-superfluo" è solo un esempio di come fare a creare un problema, che non c'è, e cercare una soluzione che non c'è. Si direbbe che nella pratica invece il problema oggettivamente ci sia, ma è facile dimostrare che nasce con il disagio della persona, con la decisione di operare la "partizione". Dimostrarlo è semplice anche senza ricorrere a pensieri complessi: tutti noi conosciamo persone che "non si pongono problemi" e magari ci aspettiamo che per punizione saranno "raggiunte" dai problemi. Nella realtà dei fatti, quelle persone che "non si pongono problemi" non hanno mai "più" problemi degli altri, sono e vivono come gli altri, solo che appunto "non si pongono problemi". 

Superando il dualismo "essenziale-superfluo" che ha generato il problema, il dilemma, la questione, la mente torna quieta. Se non viene superato, se si continua a ragionare in termini di "essenziale-superfluo" sarà peggio della tela di Penelope, anche lasciando una stanza vuota una mente abituata al ragionamento dualistico, contrapposto, avvertirà che qualcosa non va, e sarà terribilmente infastidita, distratta, turbata, infelice se non "sistema" quello stato di cose. Eppure la stanza è praticamente vuota, cosa si può fare di più? Non c'è bisogno di arrivare alla "stanza vuota" per sapere che anche "quando sarà vuota" la nostra situazione, il grado di soddisfazione non varierà. 

E viceversa è vero il contrario, com'è facilmente dimostrabile, dato che innumerevoli persone sono in grado di vivere nel disordine esterno apparente senza esserne più di tanto turbati, producendo come gli altri, non avendo handicapp di sorta rispetto ad altri molto più ordinati. E io credo che sia tutto lì: "non si pongono il problema". Non creano una partizione "ordine-disordine". Non creandola non si sentono turbati, non vivono una situazione come "anomala", da riparare, da sistemare. Vivono e basta. Alcuni li chiameranno "ignavi" altri "saggi", ma uno dei vantaggi di non operare partizioni è che non ci sono "ignavi" nè "saggi" ci sono... ignavi e saggi, nella stessa persona e se si comprende questo allora è possibile in un lampo risolvere i propri conflitti interni e scoprire di aver risolto una moltitudine di nodi che assilavano praticamente senza accorgersene"

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martedì 11 settembre 2012

DECLUTT... BERK!!!!!


Ho lasciato un commento ad un post sul tema del decluttering qui:

http://viaggioleggero.com/2012/09/11/decluttering-in-ufficio-un-infografico/#more-608

lo ripropongo, invitandovi a seguire la discussione seguita anche nel sito indicato.


"Io intaso la mia scrivania di roba assolutamente inutile e superflua perché se non lo faccio sembra che io sia leggero di carico e mi arriva altra roba. 

Sembrerebbe intelligente ripulire la scrivania, ma in un mondo competitivo come il nostro, che è anche abbastanza stupido, se vuoi scaricare il lavoro sul collega e farlo schiattare, ed evitare il contrario, carica la scrivania di roba. E' una mossa strategica di successo, chi sembra indaffarato viene visto bene, chi sembra troppo rilassato viene additato come poltrone. Carica la scrivania di roba inutile e poi riditela sotto i baffi. In alternativa svuota la scrivania e aspettati di fare la fine del mulo. 


Come dice sempre mio padre: 

"L'asino che lavora è sempre carico".


Un manager non carica la schiena di uno che soccomberà sotto il peso trascinando giù il suo bagaglio e la sua carriera, caricherà la schiena dell'asino che ce la fa. Meglio non dare l'impressione di farcela. 

Questo in un ambiente medio e normale, quale credo sia il mio. Se hai la fortuna di vivere in un ambiente davvero meritocratico, deburocratizzato, con capi intelligenti ed intuitivi e niente nepotismo né simpatie particolari, allora porta pure il declutering e il rilassamento al massimo anche mentre lavori. 

Solo un'aggiunta: mi spiace davvero che venga data tanta importanza al decluttering materiale, prima il decluttering dovrebbe riguardare i pensieri, le idee, le opinioni, il cervello insomma. Un cervello pulito ed efficiente gestisce milioni di oggetti tutti insieme. Un cervello stanco non riesce neppure a darsi la forza di lavare la tazzina del caffé al mattino. 

Occorre puntare su sé stessi, non sull'ambiente. Su sé stessi in forma prima che sull'ambiente ordinato. Sù sé stessi concentrati, prima che sulla casa pulita. E se qualcuno pensa che per avere una mente pulita ed efficiente occorra prima ripulirsi intorno credo stia sbagliando, occorre prima rilassare la mente, solo dopo la pulizia, l'ordine, il meno, saranno un riflesso di ciò che si ha dentro. 

O almeno, per me, funziona così. Se hai la mente pulita un po' di disordine non è niente. Se non ce l'hai lo sforzo di ordinare prosciuga tutte le tue energie e la vita rimane vuota."

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venerdì 7 settembre 2012

SULLA "PIRATERIA"



Ho lasciato un commento sul tema della "pirateria" delle opere digitali e cartacee qui:

http://www.kindleitalia.com/ebook-e-pirateria-quale-sara-lo-scenario-futuro-3320/

Lo ripropongo:


"Mio nonno andò a bottega per imparare il pregiato (ma malpagato, si era in tempi di guerra) mestiere di calzolaio. I calzolai costruivano la scarpa, oggi si ripara soltanto. Poi arrivò l'industria e mio nonno dovette andare in miniera, poi nelle fabbriche, poi all'estero, poi... Il progresso gli aveva tolto il lavoro, fece altro, soffrì, per tutta la vita riparò scarpe a titolo gratuito. Mai nessuno emanò una legge a sua protezione della categoria, le scarpe si potevano comprare già pronte ed inscatolate. Molti industriali divennero ricchi, lui dovette ricominciare da zero.

Oggi è uguale. Sempre è uguale. Forse la differenza, con la diffusione della "pirateria" è che gli industriali non diventano ricchi e i "consumatori" ricevono il prodotto gratis, ma la distruzione del posto di lavoro, quello che ti da da vivere, a causa del progresso è sempre avvenuta.

Adesso ci scandalizziamo perché gli industriali ricchi hanno la capacità di influenzare tramite i media, di "far indignare", ma è una visione apparente della realtà: la drammatica perdita di quel tipo di lavoro è inevitabile, mio nonno era un genio della scarpa ma non poteva vivere solo riparandole; quello che cambia è che adesso vengono colpiti pure gli interessi dei "ricchi".

E se qualcuno mi cita i dati sul numero di posti di lavoro persi, io gli tiro fuori i dati sulla "produttività", ovvero come sostituire umani con elaboratori elettronici anche quando le cose vanno ottimamente e i profitti gonfiano le tasche. Si vedrà che il crollo del potere di acquisto e degli occupati dell'industria non dipendono dalla pirateria ma dalla ripartizione del fatturato, sempre più a vantaggio del profitto e a detrimento dei salari. Povero, schifoso, una volta dignitoso lavoro con contratti decenti.

La "pirateria" è un falso problema per i lavoratori, ma un "vero" problema per gli industriali. 

L'avidità è un falso problema per i "ricchi" (lo sono e se ne fregano) ma è un "vero" problema per i lavoratori.

Lasciamo che i ricchi si preoccupino della pirateria e i lavoratori si preoccupino, come hanno sempre dovuto fare, di adeguarsi ad un mondo che cambia."

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giovedì 6 settembre 2012

FIGHT THE POWER


Stamani ho finalmente ascoltato fino in fondo qesta meravigliosa canzone di Dario Fo, nel finale è descritta l'unica arma oggi efficace contro il potere:

HO VISTO UN RE

Dai dai, conta su…ah be, sì be….
- Ho visto un re.
- Sa l’ha vist cus’e'?
- Ha visto un re!
- Ah, beh; si’, beh.
- Un re che piangeva seduto sulla sella
piangeva tante lacrime, ma tante che
bagnava anche il cavallo!
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
- Ah, beh; si’, beh.
- è l’imperatore che gli ha portato via
un bel castello…
- Ohi che baloss!
- …di trentadue che lui ne ha.
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
- Ah, beh; sì, beh.

- Ho visto un vesc…
- Sa l’ha vist cus’e'?
- Ha visto un vescovo!
- Ah, beh; si’, beh.
- Anche lui, lui, piangeva, faceva
un gran baccano, mordeva anche una mano.
- La mano di chi?
- La mano del sacrestano!
- Povero vescovo!
- E povero anche il sacrista!
- Ah, beh; si’, beh.
- e’ il cardinale che gli ha portato via
un’abbazia…
- Oh poer crist!
- …di trentadue che lui ce ne ha.
- Povero vescovo!
- E povero anche il sacrista!
- Ah, beh; si’, beh.

- Ho visto un ric…
- Sa l’ha vist cus’e'?
- Ha visto un ricco! Un sciur!
- S’…Ah, beh; si’, beh.
- Il tapino lacrimava su un calice di vino
ed ogni go, ed ogni goccia andava…
- Deren’t al vin?
- Si’, che tutto l’annacquava!
- Pover tapin!
- E povero anche il vin!
- Ah, beh; si’, beh.
- Il vescovo, il re, l’imperatore
l’han mezzo rovinato
gli han portato via
tre case e un caseggiato
di trentadue che lui ce ne ha.
- Pover tapin!
- E povero anche il vin!
- Ah, beh; si’, beh.

- Ho vist un villan.
- Sa l’ha vist cus’e'?
- Un contadino!
- Ah, beh; si’, beh.
- Il vescovo, il re, il ricco, l’imperatore,
persino il cardinale, l’han mezzo rovinato
gli han portato via:
la casa
il cascinale
la mucca
il violino
la scatola di kaki
la radio a transistor
i dischi di Little Tony
la moglie!
- E po’, cus’e'?
- Un figlio militare
gli hanno ammazzato anche il maiale…
- Pover purscel!
- Nel senso del maiale…
- Ah, beh; si’, beh.
- Ma lui no, lui non piangeva, anzi: ridacchiava!
Ah! Ah! Ah!
- Ma sa l’e', matt?
- No!
- Il fatto e’ che noi villan…
Noi villan…
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!

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NE TROPPO NE TROPPO POCO



Il Primo lasciò il suo lavoro perché non era disposto a sopportare la gerarchia e la prigione di un posto fisso conveniente ma abbastanza alienante, come tutti i lavori ordinari e dipendenti. Laureato tecnico, comandato da gente forse meno in gamba di lui, ha detto basta e si è preso un periodo. Ha fatto di tutto, molti hobby, molti sport, molte passioni. Forse troppe, tutte insieme, in modo bulimico, con tanta energia, continuando a formarsi nel suo campo specifico. 

Adesso fa quello che faceva prima, da consulente. Guadagna di meno, ha più responsabilità, si sente (forse) più libero, credo sia più frustrato perché i suoi progetti non vengono approvati, ma le idee si scontrano sempre con la realtà industriale, o con la realtà tout-court. Dice che non tornerebbe indietro, ma che non è andato neppure avanti. Stupidi erano i suoi capi, adesso i suoi committenti, solo che prima loro cercavano lui, adesso è lui che deve cercare stupidi committenti. C'è pure crisi. Ha fatto tanto, niente di definitivo, niente di grande, tutto abbastanza piacevole, cose da sempre volute, che adesso non interessano poi tanto, spera che il suo lavoro da consulente possa sfondare e generare qualcosa di nuovo nel campo industriale. E' single e senza figli.


Il Secondo non era troppo contento né troppo scontento, insoddisfatto dentro sicuramente, giovane e laureato guadagnava davvero molto per la sua posizione, casa di proprietà regalata dai genitori, fidanzato senza troppa passione. Molti hobby da provare, sopito desiderio di uscire dalla gabbia, ha colto un'offerta favolosa di messa in mobilità e investito i soldi, cosa che gli permetterà insieme alla proprietà della casa di non lavorare, nel senso comune del termine, ancora per molto. 

Viaggia, non è più fidanzato, un po' fuori dal circuito delle classiche amicizie a motivo della sua scelta che non si abbina con le esigenze degli altri lavoratori costretti a correre. Va lento, coltiva qualche hobby, qualche curiosità, un po' di sport, non a livello agonistico, per puro diletto, calmo e piacevole. Non troppo né troppo poco. Non tornerebbe indietro ma non ha l'ambizione dei grandi progetti, non adesso almeno. Vive, il denaro oggi non manca, viaggia ma non spreca. Non è sposato, non ha figli.


Il Terzo aveva le idee più chiare: ha lasciato il posto fisso perché non ne poteva più e aperto un locale in un bel posto. Soldi davvero pochi, orari strani, tempo libero e molta natura. Single e senza figli. La crisi ha colpito la zona e la gente spendeva di meno, ha chiuso il locale ma è un lottatore e sta cercando di inventarsi qualcosa.


Infine, a mio avviso, l'esperienza più interessante perché più condivisa, il blog di Alberto (www.scalalamarcia.com) che è assente da quattro mesi, da cinque non scrive più della sua coraggiosa e rischiosa esperienza di lasciare il lavoro, il posto fisso, per trovare un modo diverso di vivere: Alberto è sposato e ha deciso di fare il passo alla nascita del suo bimbo. Nei diversi post ha descritto i dubbi, le paure, le speranze, le decisioni e indecisioni, leggendolo si trova un'esperienza ancorché ancora parziale molto vera e onesta. Dico parziale perché a un certo punto ha smesso di raccontarsi, credo che lo shock del cambiamento abbia bisogno di tempo per essere vissuto, superato, raccontato, valutato nei suoi successi e insuccessi.


Ho voluto scrivere quattro storie di persone reali, conosciute in rete, omettendo i nomi dei primi tre, perché credo che rappresentino bene lo spaccato di un tentativo di abbandono del posto fisso, di "minimalismo" o "decrescita", vissuto come tale, ovvero la voglia di lasciare il lavoro quando non c'è costrizione o impellenza a farlo, come scelta per un tentativo di vita diversa. Non credo siano storie esaltanti o deprimenti, credo siano storie vere, e le storie vere, quelle quotidiane, che non finiscono sui media o non servono a venderti qualcosa, sono sempre né troppo né troppo poco.  

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venerdì 31 agosto 2012

22 SEGNI


E' davvero tutto molto complicato. A volte perdo tanto tempo per trovare una semplice informazione sui trasporti pubblici, per trovare un interlocutore per gas, luce, altri servizi e il personale non sa dirmi, è confuso, il mondo è confuso, è troppo ampio, troppo informato, troppo complicato e non ha modo di uscire dalla sua complessità. Ma è sempre stato complesso, solo che in passato non provava a dipanare questa complessità né a regolarla, si limitava ad accettare il mistero e l'inconoscibile, a limitare le sue pretese, ad accettare i bisogni insoddisfatti. 


Oggi l'uomo prova a raggiungere le stelle, a progredire, a toccare il cielo, ma non riesce a governare la complessità, la sua mente non è stata creata per questo, solo Dio gestisce la complessità. 


In passato mi sono chiesto come uscire da questa impasse, quando ho smesso di chiedermelo la risposta è arrivata, quando ho provato a spiegarlo ho scoperto che la parola non basta, non saranno 21 o 26 lettere dell'alfabeto messe una dietro l'altra, in ordine preciso, a poter spiegare il mondo o a trovare soluzioni, anche se l'uomo ripone nella parola una fiducia desolante, disperata, idolatra. 

L'uomo si fida di 26 moderne lettere dell'alfabeto, messe in ordine, per spiegare il mondo. Crede che il mondo sia spiegabile così. Che si possa raccontare, narrare. 26 lettere. E' tutto lì. Crede che la conoscenza gli verrà in questo modo. che follia. 

Un giorno gli uomini inventano la scrittura. La inventano. Due civiltà, distinte, in contemporanea, in Egitto e Mesopotamia. Iniziano a raffigurare. E il mondo passa dalla preistoria alla storia, caratterizzata dalla nascita della scrittura. E' difficile diventare scriba, i segni da conoscere sono molti, credo più di 500, ma forse molti di più, alcuni di questi segni non hanno pronuncia, e non sono composti da una sola lettera ma da intere raffigurazioni, è fantastica la scrittura ma anche molto complicata. 

Tutto complicato. Come adesso, più di adesso. E' difficile comprendersi. Allora i fenici, che sono abili mercanti e badano al sodo, letteralmente inventano un sistema di codifica che permetta di ridurre tutte quelle parole a 22 segni fondamentali, tutti con una pronuncia, così le parole non pronunciate svaniscono. In più inseriscono un ordine, preciso, stabile, oggi lo chiameremmo A-B-C-D... 

Passano secoli, vicissitudini storiche, i fenici col loro alfabeto che continua ad essere utilizzato e nonostante la schiacciante superiorità della cultura egiziana non vuole saperne di morire. L'alfabeto rimane. 22 segni che rappresentano il mondo, con cui si cerca di raccontare, dire, spiegare, narrare, tutto quello che possa essere visto, ascoltato, pensato, ricordato, inventato. Molto più semplice delle centinaia di segni complessi degli altri popoli. E un giorno i greci si impossessano dell'alfabeto, dell'idea dell'alfabeto, e lo adottano. E poi, tramite loro, lo fanno i romani. E poi l'intero mondo cristiano utilizza quell'alfabeto. 

E le preghiere cristiane vengono recitate usando quei segni inventati da popolazioni blasfeme e pagane. Perché i fenici sono abili commercianti. E sono furbi. Migliaia di anni fa hanno avuto un'accortezza incredibile: consci che le popolazioni con cui venivano a contatto professano culti religiosi diversi hanno eliminato dai loro 22 segni ogni riferimento, immagine, simbolo di natura religiosa. Il loro alfabeto è "laico". Utilizzarlo non vuol dire far riferimento a culti di altri popoli con richiami a divinità straniere. Dal mondo cristiano i 22 segni si propagano per il mondo. 


I 22 segni non sono solo lettere che semplificano la scrittura, sono una struttura mentale, una progressione, un'ordine dato alla parola e al mondo, che oggi è A-B-C-D.... 


A in origine è Aleph, e deriva dall'immagine del toro egiziano, grande come un piccolo camion di oggi, una mandria di tori lanciata al galoppo rappresenta il caos nel mondo egiziano, un simbolismo carico di significati ridotto ad una sintesi estrema. I 22 segni perdono completamente il loro valore fonico per far assumere al segno solo il valore iniziale. Tutta la ricchezza dello scritto andò perduta per favorire la semplicità, la comunicazione, il business.


E' questo oggi quello che chiamiamo pensiero, discorso, ragionamento logico, una sintesi estrema, espressa attraverso i 22 segni nati per il business.


E quindi assolutamente concisa, efficace, semplice da imparare, e assolutamente povera e limitata. La parola non rappresenta la realtà, i 22 segni per quanto ben combinati non possono farlo. Sono solo una pallida illustrazione della realtà, con lo scopo non di definire ed approfondire, ma di comprendersi facilmente. 

Ecco perché la parola, il ragionamento logico, verbale, è solo una gabbia da cui si può comunicare facilmente col prigioniero a fianco, è lo strumento per rendere prigionieri, per limitare la mente che invece è ben più di quei 22 segni, ben più del ragionamento verbale, la parte zoppa del cervello, la più limitata, e al tempo stesso la più comunicativa, quindi la più apprezzata in un animale sociale che si struttura gerarchicamente.

Lo stesso ordine progressivo che ha costruito il pensiero dell'occidente deriva dall'alfabeto, A-B-C-D-E, l'ordine con inizio, svolgimento e fine, con una pronuncia e una sola per tipo di segno, incapace quindi di comprendere e concepire una realtà che non è affatto progressiva, che per le leggi della fisica quantistica può benissimo essere contemporanea, nella realtà le “lettere dell'alfabeto” possono materializzarsi tutte insieme, senza progressione continua o inversa, ma contemporanea, non prima questo e poi quello per creare un discorso compiuto ma “questo, quello, quello, e quell'altro” tutte insieme e senza escludersi, come avviene nella realtà in cui tutto coesiste e in cui l'uomo non riesce a inserire il suo pensiero perché esso è strutturato A-B-C-D e se non è bianco è nero, se non è religioso è ateo, se dice questo allora dice anche quello, se non è comunista è capitalista, e se le “lettere” non sono messe nel corretto ordine o se addirittura non vi sono lettere, il cervello entra in crisi, smarrito.


Non è nella parola, nella scrittura, nel ragionamento logico e verbale che può esservi spiegazione di alcunché, per la stessa limitatezza del mezzo. 


22 segni. Che sembrano oceani infiniti grazie alla loro fantastica capacità ricombinante, ma solo chi ha superato il mondo delle parole vede schiudersi un orizzonte immenso, molto più grande dei 22 segni in cui si è imprigionati, del discorso logico in cui ci si è incatenati, perché oggi non si fa che ripercorrere da A a Z avanti e indietro senza in realtà andare da nessuna parte perché non è nelle parole o nella loro logica la soluzione, la ricerca, la spiegazione, esse sono solo l'equivalente del linguaggio sintetico del moderno cellulare confuso con la realtà esistente. 

Che rimane nascosta.

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