Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

giovedì 26 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE QUINTA

















Io sono vivo e voi siete morti.

P. K. Dick


Nei post precedenti abbiamo detto che la scissione Attore – Azione – Fine è un incubo continuo che spinge il cervello in uno stato di decisionalità infinita. L'unico modo per uscirne è riassorbire il processo in un'unica entità vitale. E questa si realizza nel caso di azione “pura”, senza la suddivisione tra attore e azione compiuta, o tra azione e ricerca di un motivo all'azione.

Ma può esistere una tale Azione, senza idee (pensiero) come origine?

Il pensiero ricorre all'esperienza nel processo decisionale, che guida l'azione. E un'azione basata sull'esperienza è limitante: fa costante riferimento al passato, è legata al passato. La stessa azione ne è ostacolata.

Un'azione che non sia frutto di un'idea può dirsi spontanea quando non è soggetta al controllo del processo di pensiero (che si fonda sull'esperienza, la memoria, il passato); ciò significa che l'azione indipendente dall'esperienza è possibile quando la mente non controlla l'azione stessa.

E' quello l'unico stato in cui c'è comprensione: quando la mente, che si fonda sull'esperienza, non guida l'azione. Quando il pensiero, che si fonda sull'esperienza, non forgia l'azione.

E che cos'è l'azione quando non c'è processo di pensiero? Può esistere?

Certamente una tale azione è possibile quando cessa l'idea; e l'idea cessa soltanto quando c'è amore. L'amore non è ricordo, non è esperienza, l'amore non è pensare alla persona che si ama perché in tal caso è semplicemente pensiero.

Non si può pensare all'ardore. Si può pensare alla persona che si ama o a cui si è devoti – partner, ideale, lavoro, sé stessi - ma il pensiero, il simbolo, non è quella realtà che è l'amore.

Quando c'è amore, c'è azione. E quell'azione è liberatoria. Essa non è il risultato di un processo mentale, e non c'è divario fra amore e azione come c'è invece fra idea e azione. L'idea è sempre vecchia, la sua ombra si proietta sul presente costringendoci perennemente a cercare di colmare il divario fra azione e idea. L'amore è sempre nuovo, spesso svincolato dalle forme, una creazione originaria sempre in movimento.

Quando c'è amore - che non è un processo mentale, non è ideazione, non è un'opinione, non è un'idea, non è ricordo, non è il risultato di un'esperienza o di una disciplina praticata - ebbene, quell'amore stesso è azione. E' questa l'unica cosa che porta alla liberazione. Fin quando esistono processi mentali, fin quando l'azione è forgiata da un'idea che è esperienza, non può esserci liberazione; e fin quando quel processo continua, ogni azione è inevitabilmente limitata.

Quando percepiamo la verità di tutto ciò, allora si realizza la qualità dell'amore, che non è un processo mentale e non può essere pensato.

Bisogna essere consapevoli di questo processo totale, di come nascono le idee, di come l'azione scaturisce da esse, e di come le idee controllano l'azione e perciò la limitano, dipendendo dalla sensazione.

Non importa quali siano le idee, politiche, sociali, esistenziali, buone o cattive. Fin tanto che ci aggrappiamo alle idee, siamo in uno stato in cui non può esserci esperienza alcuna. 


Ci limitiamo a vivere nel regno del tempo: nel passato, che continua a produrre sensazioni o nel futuro, che è proiezione in avanti di sensazioni del passato. Soltanto quando la mente è libera dalle idee, ritroviamo noi stessi, nel presente. E la nostra azione diventa fluida, incisiva, naturale, come il neonato che così fragile eppure afferra così saldamente la tua mano. E' la sua azione: energica, pulita, efficiente. Non ha dispersione, non ha conflitto, egli è tutt'uno con la sua azione. Perfetta.

Le cose fatte con amore unificano: l'attore è l'esperienza stessa, vuole esserlo. Il fine si perde, si agisce per amore. Non c'è un fine di Diventare (ottenere). Attore – Azione – Fine si fondono, confondono, riunificano. Ci restituiscono un equilibrio primordiale.

Amare non è un'esperienza, è l'uscita dall'esperienza, la fine della schiavitù.


Amare non ha bisogno di ricambio, è di per sé liberatorio. Il fine ultimo di molte grandi religioni è l'amore. In un modo o nell'altro si arriva sempre lì: l'unica salvezza possibile per la nostra mente.

Amare sé stessi, la propria vita (qualunque sia), la meraviglia della creazione, il proprio corpo, le proprie sofferenze, il proprio (infernale) lavoro, i propri fallimenti, è in ogni caso la miglior opzione. Il miglior investimento. E' l'unica cosa che possa funzionare. Attenzione, non vuol dire che sia facile, realizzabile o che sappiamo come fare. Vuol solo dire che è la migliore strategia. Tutto il resto non sortirà alcun effetto liberatorio. Senza amore, qualunque successo ci farà comunque ricadere nell'eterna sub-angoscia mentale, continua e logorante.


Ama, e fai ciò che vuoi.

Sant'Agostino

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domenica 22 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE QUARTA






















Le idee sono una specie di moda passeggera

Michael Crichton


Abbiamo detto che le azioni dipendono dalle idee che si coltivano. Ma in che modo vengono le idee? Anche quelle molto semplici, non necessariamente filosofiche, religiose o economiche.

Naturalmente si tratta di un processo di pensiero. Senza pensiero non può esserci idea.

Quindi devo comprendere il processo di pensiero prima di poterne comprendere il prodotto, l'idea.

Cos'è pensiero, quando si pensa? E' il risultato di una reazione, neurologica o psicologica: è la risposta immediata dei sensi a una sensazione; è di natura psicologica, è la risposta di una memoria.

C'è dunque la reazione immediata dei nervi a una sensazione, e c'è la risposta psicologica della memoria immagazzinata, l'influenza del proprio vissuto, dei valori, credenze, famiglia, gruppo, razza, la loro elaborazione... Tutto ciò viene chiamato pensiero.

Il processo del pensiero è la risposta della memoria. Non avremmo pensieri se non avessimo memoria, se la nostra mente fosse una scatola vuota. La risposta della memoria a una certa esperienza attiva il processo del pensiero.

Poniamo che io abbia il ricordo immagazzinato di certi valori esistenziali, e mi autodefinisca “brava persona”. Quella riserva di ricordi relativi a risposte, azioni, implicazioni, tradizioni, usanze appartenenti al mio passato reagisce alla sfida costituita, ad esempio, da un comportamento “non onesto” da parte di un'altro. La risposta della memoria, della mia identità, alla sfida mette in moto un processo di pensiero, un giudizio, una risposta.

Ex: siete stati insultati da qualcuno; l'episodio resta nella vostra memoria, forma parte del vostro retroterra. Quando incontrate quella persona (sfida) la risposta del processo di pensiero è il ricordo dell'insulto subito. Nasce la risposta della memoria (ricordo insulto subito), processo di pensiero e nascita dell'idea: fargliela pagare, ignorarla, perdonarla. Tale idea guiderà l'azione conseguente.

Ma l'idea non sarà indifferente alla persona. Al contrario, dipenderà dalla risposta della memoria: ci comporteremo in modo diverso di fronte ad una persona che ci ha offeso rispetto ad un'altra che ci ha sempre trattato bene. Ovvero: l'idea (che guiderà l'azione) è sempre condizionata dalla memoria, dal passato. Mai libera quindi.

  • Idea = risultato del pensiero;
  • Pensiero = risposta della memoria (ad un nuovo evento);
  • Memoria = sempre condizionata (dall'evento passato). 

Risultato: l’idea nasce condizionata, non libera. Come sarà l’azione che ne consegue?


Molti credono di pensare quando in realtà stanno soltanto mettendo ordine nei loro pregiudizi.

William James


Saremo noi liberi di scegliere l'azione? O crederemo soltanto di farlo? Ma non è così in quanto il processo di azione nasce già condizionato?

La memoria è sempre ferma al passato. Non ha vita propria. Viene riportata in vita nel presente da una sfida, un evento che richiede l'elaborazione di un pensiero. Ma che sia addormentata o sveglia, è sempre condizionata (dall'evento passato).

Ecco come nascono le idee, come l'azione scaturisce da esse, come le idee controllano l'azione, e perciò la limitano. Non importa quali siano le idee, politiche, culturali, esistenziali, religiose. Non importa di quale tendenza siano. Fin tanto che ci aggrappiamo alle idee, siamo in uno stato in cui non può esserci esperienza alcuna; ci limitiamo a vivere nel passato, che continua a plasmare il pensiero, o nel futuro, che è la proiezione in avanti di idee del passato.

Soltanto quando la mente è libera dalle idee, è possibile sperimentare il presente.

Le idee non sono la verità. La verità è qualcosa che deve essere sperimentata direttamente, di momento in momento. 

Solo quando si riesce ad andare oltre il groviglio delle idee, che costituisce l'"io", la mente penetra nel presente e vive un'esperienza tale da produrre la migliore e più efficiente “Azione”, la più produttiva, la più efficace. Senza vincoli psicologici frenanti.

Allorché il pensiero è in silenzio, solo allora si realizza una completa e disinvolta esperienza di vita. Si penetra finalmente nella verità del proprio essere, del proprio momento, senza barriere intellettuali. Si sperimenta senza il filtro della mente, si vive davvero.

Ma può esistere una tale Azione, senza idee (pensiero) come origine?

Al prossimo post

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venerdì 20 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE TERZA
















L'antenato di ogni azione è un pensiero.

Ralph Waldo Emerson



L'azione scaturisce da un'idea?

Si ha prima un'idea e poi si agisce? Oppure viene prima l'azione e poi, dal momento che l'azione crea conflitto, intorno ad essa si costruisce un'idea?

E' molto importante scoprire cosa viene prima: L'idea o L'azione.

Se viene prima l'idea, allora l'azione si conforma semplicemente a un'idea. Più che azione (spontanea, genuina) è imitazione, coazione in risposta a un'idea, forma prefabbricata che viene inserita in uno stampo.

Nella nostra società strutturata principalmente sul piano intellettuale/verbale, viene prima l'idea, poi l'azione. L'azione al servizio di un'idea. Ma le idee alimentano altre idee; se ne coltivano altre ancora, che si pongono in antagonismo; una moltitudine, cacofonia di idee dissonanti, divergenti, convergenti, antagoniste tra loro. E si alimentano in continuazione con la produzione di nuove idee; siamo soffocati dalle idee.

Come sarà l'azione che ne consegue? Di quale qualità?

Potrà liberare l'uomo dal suo bisogno? Le idee producono azione oppure plasmano il pensiero limitando la vera e necessaria azione?

Per rispondere è fondamentale scoprire come nascono le idee (che originano l'azione).

Cos'è un idea? Come nasce? Solo dopo averlo scoperto possiamo discutere della bontà dell'azione. Senza discutere le idee, non ha senso cercare semplicemente di scoprire come agire. E' un lavoro vano.

Spesso il risultato dell'azione non è neanche apprezzabile se non aggrappandosi all'idea originaria, che l'ha generata. In altri termini: abbiamo compiuto un'azione che per noi non significa nulla, non ci porta alcun beneficio, alcuna gioia. Ma vogliamo apprezzarla per il fatto che riconosciamo come buona l'idea che ne è alla radice. Ma se non avessimo nutrito l'idea, se non la conoscessimo e ci trovassimo semplicemente con il risultato dell'azione, in quel caso il risultato verrebbe ugualmente apprezzato?

(Io) ho acquistato una splendida casa che è il mio rifugio;
(Io) ho costruito una reputazione per essere apprezzato;
(Io) ho realizzato il progetto che desideravo da sempre.

La prima domanda non è come fare a raggiungere l'obiettivo, quali mezzi, sacrifici, volontà sono necessari. La prima domanda è: da dove viene il bisogno (l'idea)? Qual'è la sua origine? Perché sono disposto ad investire, a sacrificarmi, pur di Diventare (ottenere)?

In questo caso l'azione non è spontanea, naturale, ma programmata in vista di un Fine. Quindi c'è un'idea alla base. L'azione è la parte finale.


Nella cultura moderna le idee vanno e vengono.

Per un po' tutti credono in qualcosa e poi, a poco a poco, smettono di crederci.

Michael crichton


Siamo disposti a studiare a fondo l'azione, che è la fase finale appunto (come fare), e non invece la radice del desiderio, l'idea. Da dove viene? E' davvero necessaria? Ha ragione di essere? E' utile o superflua? E' benefica o dannosa? E' una pianta da abbeverare o un'erbaccia che soffoca la vera azione. Di cosa è frutto? Perché dovrebbe darmi qualcosa? Qual'è l'origine dell'idea (di diventare/ottenere)? E' un'origine biologica, psicologica, spirituale, cos'altro?

Abbiamo paura che l'indagine scopra la desolante vuotezza dell'idea stessa e distrugga l' illusione su cui ci reggiamo? Abbiamo paura che l'idea potrebbe rivelarsi infondata, non necessaria, superflua, ridicola?

Siamo disposti ad investigare l'idea piuttosto che darla per scontata? Vogliamo essere liberi dall'idea o accettarla come dato di fatto per qualche oscuro motivo: perché è così che deve essere; è naturale che sia così; è sempre stato così; l'uomo è fatto così; tutti fanno così; è pericoloso non farlo; sarebbe terribile non fare così; perché non c'è risposta; non voglio cercarla; voglio fare così è basta.... Perché essere liberi di essere è troppo faticoso, pericoloso, solitario....

Se accettiamo queste risposte, l'azione che ne deriva sarà sempre incompleta, necessitante di altre azioni, che la completano, in un ciclo infinito, nella ricerca di un senso compiuto. Non sarà mai “definitiva”, appagante, capace di generare felicità. Anzi, alla lunga diverrà vuota, inutile, non porterà beneficio, alcuna felicità aggiuntiva. La felicità stessa diverrà un mito irraggiungibile, relegato alla non-esistenza. Il risultato dell'azione potrà sembrarci utile solo perché ci aggrappiamo al ricordo dell'idea originaria. Ma appartiene al mondo dell'illusione, al passato. Il frutto della nostra azione è un inganno.

D'altronde è facile vedere che i risultati dell'azione verranno disprezzati da chiunque non ha coltivato la stessa idea. E' normale: in realtà l'azione non ha portato alcun frutto benefico. E' solo un riflesso della fiducia che abbiamo nell'idea. Nell'illusione. Chi non ha nutrito la stessa idea non condividerà il giudizio sui risultati dell'azione. Come mai? Se l'azione è buona, utile, dovrebbe esserlo indipendentemente dall'idea. Non dipenderne.

Ma cosa ha generato l'idea?


Al prossimo post

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lunedì 16 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE SECONDA















Si governa il mondo lasciando che le cose seguano il loro corso,

Non si può governare il mondo con l’azione.

Lao Tzu


Nel post precedente abbiamo detto che i tre stati dell'esperienza Attore – Azione - Fine – rappresentano il continuo processo del Diventare (ottenere).

Dunque la mia vita è un processo per diventare qualcosa. Ma questo divenire è sforzo, è sofferenza, non è così? E' una lotta costante: sono questo e voglio diventare (ottenere) quello. C'è l'eterno inizio e mai la fine, l'appagamento, il raggiungimento.

Fermarsi a riflettere può allora essere terribile perché nasce la consapevolezza che qualunque azione intrapresa non sarà mai definitiva, sappiamo dentro di noi che non ci soddisferà né realizzerà mai del tutto, e preferiamo non pensarci. Ma può esserci un'azione “definitiva”, senza sofferenza, senza costante battaglia?

Può esserci azione senza cercare di Diventare (ottenere)?

Se non c'è un Fine nell'azione, non c'è alcun Attore. Perché è l'Azione con un Fine in vista che crea l'Attore, che lo distingue dall'Azione stessa (l'esperienza).

Prendiamo l'arrabbiatura: nel momento in cui siamo arrabbiati, non esiste distinzione tra colui che è arrabbiato e l'esperienza dell'arrabbiatura stessa. Si è tutt'uno. Non appena ne siamo fuori un secondo dopo la sensazione di rabbia, ecco manifestarsi il soggetto che esperisce e l'esperienza:

(Io) sono arrabbiato e cerco di sfogare l'ira;
(Io) sono arrabbiato e cerco di comprimere l'ira;
(Io) sono arrabbiato e cerco di liberarmi dall'ira.

Ecco, abbiamo appena creato Attore – Azione – Fine.

Ma prima eravamo tutt'uno con la nostra esperienza dell'arrabbiatura. Noi viviamo quindi continuamente uno stato dell'esperienza vitale, magari unitario, e ne usciamo sempre fuori, attraverso un processo di scissione: abbiamo preso l'esperienza, l'abbiamo distinta da noi, l'abbiamo etichettata (“arrabbiatura”) e l'abbiamo “registrata” nella nostra memoria. D'ora in poi quella sarà “arrabbiatura”. E, mentalmente, la terremo distinta da noi che la sperimentiamo. E ripetiamo il processo all'infinito, per qualunque esperienza: Attore – Azione – Fine.

Allo stesso modo, possiamo riunire la terza parte, il Fine, alle prime due, evitando la scissione e ridandoci unità?

Può esserci azione senza un fine in vista?

Un'azione siffatta non è un cercare di Diventare (ottenere) quindi non è una lotta. E' un'azione efficace, naturale, ma senza conflitto e senza lotta.

Si può ricostruire un processo in cui Attore – Azione – Fine cessino di essere divisi e ri-fondino i tre stadi dell'esperienza in un tutt'uno, senza dubbi, fratture, incertezze, sofferenza del Diventare?

Al prossimo post

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sabato 14 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE PRIMA



Tutta la nostra vita, è un’azione.

Consapevole o inconsapevole: respirare, pensare, sognare, tenere in vita il nostro corpo,
lavarsi, prendere l'autobus, lavorare, conseguire obiettivi, riuscire.

La vita stessa è un azione. Se non ci fosse alcuna azione, non ci sarebbe vita.

Nell'azione consapevole usiamo distinguere: Attore - Azione - Fine.

(Io)Voglio lavarmi i denti per avere l'alito fresco;
(Io)Voglio vestirmi bene per non fare brutta figura;

(Io)Voglio chiamare al telefono per risolvere quel problema;
(Io)Voglio comprare dei fiori per la mia partner.

(Io) Voglio lavorare sodo per diventare dirigente;
(Io) Voglio sposarmi per amare e essere amato.

Attore – Azione – Fine

Decisioni piccole o grandi migliaia di volte al giorno, ogni giorno, incessanti, sempre lo stesso schema. La nostra quotidianità, l'esistenza.

Forse sentiamo che le nostre vite hanno qualcosa che non va? E le nostre vite non sono forse le nostre azioni? Allora il problema è nelle nostre azioni? O nei risultati delle nostre azioni?

Ci manca qualcosa? Cosa? Lo sappiano, o crediamo di saperlo? Così ci attiviamo e riproduciamo ancora il processo Attore – Azione – Fine, ci diamo da fare, nel tentativo di colmare quel vuoto e rimettere la nostra vita sul binario giusto. E ancora, ancora, ancora, proviamo e riproviamo.

E' corretto il processo descritto? E' così che funziona? Io decido di fare qualcosa per cambiare/migliorare/ottenere? Se questo schema è veritiero ne consegue che:

Tutta la mia vita è un processo per diventare (ottenere) qualcosa.

Siamo qui e vorremmo essere lì; abbiamo questo e programmiamo di avere quello; siamo stanchi e vorremmo essere riposati; in guerra e vorremmo essere in pace; poveri e vorremmo essere ricchi; soli e vorremmo non esserlo più; incompresi e cerchiamo chi ci è affine...

Questo schema, la nostra quotidianità, come è semplice notare, non ha un punto di arrivo ma solo di partenza. Una gigantesca ruota senza punto di fermo. Gira, Attore – Azione – Fine, e riprende, Attore – Azione – Fine.

Non siamo ancora riusciti ad ottenere ma riusciremo? Forse abbiamo sbagliato obiettivo e dobbiamo muoverci diversamente? Siamo scoraggiati e non vogliamo più provare? O euforici perché siamo invece convinti di potercela fare? Ma se ben guardiamo, entrambe le opzioni sono in realtà lo stesso processo, sempre lo stesso, all'infinito: Attore – Azione – Fine.

E' un processo valido?

Non è forse il processo in sé ad essere logorante? Indipendentemente dai risultati, dal fallimento o dal successo, non è lo stesso processo in atto ad essere distruttivo? Nella formula non è già insito il suo stesso, eterno, fallimento?

E' vero che decidiamo in continuazione, all'infinito, spesso in frazioni di secondo, cosa fare, come e perché, per tutto il corso della nostra vita? Può generare un risultato davvero soddisfacente, un successo reale, una felicità non illusoria?

Il riposo

Il riposo che finalmente decidiamo di concederci, non ripercorre ancora una volta la Ruota?

(Io) Voglio cambiare per godere di quest'unica vita;
(Io) Voglio rallentare per dedicare tempo alla mia famiglia;
(Io) Voglio coltivare il mio lato spirituale per riavvicinarmi a me stesso.

Nobili fini ma ancora, di nuovo, sempre Attore – Azione – Fine. Lo schema si ripete, come andare in un bel posto viaggiando sempre sullo stesso treno cosparso di gas nervino.

C'è un'alternativa possibile? Sfuggire al sistema che governa la vita senza rituffarsi di nuovo nello schema stesso? La Ruota è evitabile, è possibile uscirne?

Ne parlo nel prossimo post.

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venerdì 6 agosto 2010

Giorni perduti



Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.


Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese: - Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise: - Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
- Che giorni?
- I giorni tuoi.
- I miei giorni?
- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazzirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.
C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava.

Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.

Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

- Signore! – gridò Kazirra – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose.

E l’ombra della notte scendeva.

(Dalla raccolta ‘Centottanta racconti’ di Dino Buzzati)



lunedì 2 agosto 2010

La felicità















Un uomo gira tutto il mondo in cerca di quello che gli occorre, poi torna a casa e lo trova.

George Moore


LA FELICITA'.

Per qualcuno non esiste, è solo un'illusione. Per qualcuno ciò che conta è “pace, serenità, ottimismo, soddisfazione, riuscita, affetti...” però, no, la parola “felicità” in sé non ha senso.

Per me ne ha molto invece. Per me è tutto. Tutto il resto è illusione. Non è illusione la felicità, è illusione tutto quello che cerchiamo, tranne la felicità. Se non la provi è semplicemente perché, non ce l’hai.

Consiglio il libro di Daniel Nettle "Happyness - Felicità" per renderci più consapevoli della difficoltà di trovare una scala di misura della felicità. Però esiste. Nelle ricerche pubblicate, la maggior parte degli intervistati si dichiara "mediamente felice", quindi ne hanno percezione, seppur confusa, incerta.


La felicità non è uno stato a cui arrivare, ma un modo di viaggiare.

Happiness


Da anni i miei sforzi si concentrano sulla ricerca di una felicità. E’ facile scoprire che tutto quello che crediamo dovrebbe comporla (denaro, affetti, compagnia, salute, bellezza...) spesso non c'entra niente con la felicità stessa. Cos'è allora?

Mia nonna, 89 anni, dice: "chi è felice è pazzo". Però aggiunge: "Quando eravate piccoli ed eravamo tutti insieme, all’estero, eravamo felici e ridevamo sempre". Ora, al tempo stesso, lei odiava quel periodo che considerava "di esilio" e voleva tornarsene in Sicilia a tutti i costi, la sua terra. C'è riuscita. Ha ottenuto quello che voleva e non ha mai più sofferto economicamente. Però non l'ho mai vista felice quando ha raggiunto i suoi obiettivi.

Ecco la mia ricerca. Non fare gli stessi sbagli. Non cercare niente se non la felicità. E non si trova dove pensiamo.

"Ero felice perché eravamo insieme, però non me ne accorgevo". Io voglio accorgermene invece.


Felicità non è avere ciò che desideri ma desiderare ciò che hai.

Detto buddista


Una persona ha ottenuto un buon successo, si ritiene soddisfatta, seppur con altra strada da percorrere, altre vette da scalare. Le Chiedo quant’è felice. E’ soddisfatta, serena, tranquilla, gode di autostima, del suo successo. Ma la felicità vera e propria, beh…La felicità, in fondo, è relegata all’infanzia, all’incoscienza. Essere veramente felici…

Maggiori conquiste, realizzazioni, autostima, ma stessa felicità, più o meno, nel lungo periodo. Trascorsi i primi momenti di euforia, si ritorna al livello solito, “normale”, mica si può sempre essere felici! In quel caso, una persona interessata all'essenza della felicità, che crede sia possibile, realizzabile, potrebbe guardare gli elementi che si suppone compongano detta felicità, e scuotere la testa, mormorando: “non è quello”. Sapere che quello che maggiormente lo interessa non dipende da anni di duro lavoro, sacrificio, successo professionale e sociale... Che sono cose che vanno benissimo, ma non sono l'oggetto della sua ricerca.


Ad alcuni per essere felici manca davvero soltanto la felicità.

Stanislaw Lec


Conosco persone felici, esistono. Non lo danno a vedere in quanto è un sentimento spesso discreto, ma le conosco. E magari è solo un dono di Dio, la felicità, non lo so, forse un semplice maggiore rilascio di endorfine in circolo, che permettono un grado di soddisfazione vitale più elevato di quanto possano offrire tutte le conquiste possibili. Dal punto di vista evolutivo la felicità è una iattura in quanto solo l'infelicità, l'insoddisfazione, spinge alla lotta per la sopravvivenza. Ciò che ha permesso la sopravvivenza umana quindi è una costante dose di infelicità a cui si cercava di porre rimedio, altrimenti la natura avrebbe spazzato via l'uomo.

Adesso che abbiamo raggiunto un relativo grado di benessere, dobbiamo fare i conti con questa (terribile) eredità biologica, che ci inganna, spingendoci a desiderare ciò che non è affatto necessario. Anche quando abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi di sopravvivenza e riproduzione che lo stimolo “all'infelicità” muoveva dentro di noi, costringendoci ad agire incessantemente, non siamo soddisfatti, appagati. La conquista della felicità in questo senso sarebbe la vittoria della parte di noi evoluta su quella ancestrale, timorosa. Una parte che dice all’altra: “fermati, non temere più, e guarda ciò che hai”.

Ho imparato a non chiedermi se sono soddisfatto, appagato, se ho raggiunto il successo che speravo… Non mi basterebbe mai. Imparo a chiedermi: “in questo momento, oggi, sei felice?”. E la risposta non c’entra mai niente con tutto il resto della vita che mi gira intorno.


Lo sciocco cerca la felicità lontano, il saggio la fa crescere ai suoi piedi.

J. Openheim



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