Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

sabato 14 agosto 2010

L'AZIONE - PARTE PRIMA



Tutta la nostra vita, è un’azione.

Consapevole o inconsapevole: respirare, pensare, sognare, tenere in vita il nostro corpo,
lavarsi, prendere l'autobus, lavorare, conseguire obiettivi, riuscire.

La vita stessa è un azione. Se non ci fosse alcuna azione, non ci sarebbe vita.

Nell'azione consapevole usiamo distinguere: Attore - Azione - Fine.

(Io)Voglio lavarmi i denti per avere l'alito fresco;
(Io)Voglio vestirmi bene per non fare brutta figura;

(Io)Voglio chiamare al telefono per risolvere quel problema;
(Io)Voglio comprare dei fiori per la mia partner.

(Io) Voglio lavorare sodo per diventare dirigente;
(Io) Voglio sposarmi per amare e essere amato.

Attore – Azione – Fine

Decisioni piccole o grandi migliaia di volte al giorno, ogni giorno, incessanti, sempre lo stesso schema. La nostra quotidianità, l'esistenza.

Forse sentiamo che le nostre vite hanno qualcosa che non va? E le nostre vite non sono forse le nostre azioni? Allora il problema è nelle nostre azioni? O nei risultati delle nostre azioni?

Ci manca qualcosa? Cosa? Lo sappiano, o crediamo di saperlo? Così ci attiviamo e riproduciamo ancora il processo Attore – Azione – Fine, ci diamo da fare, nel tentativo di colmare quel vuoto e rimettere la nostra vita sul binario giusto. E ancora, ancora, ancora, proviamo e riproviamo.

E' corretto il processo descritto? E' così che funziona? Io decido di fare qualcosa per cambiare/migliorare/ottenere? Se questo schema è veritiero ne consegue che:

Tutta la mia vita è un processo per diventare (ottenere) qualcosa.

Siamo qui e vorremmo essere lì; abbiamo questo e programmiamo di avere quello; siamo stanchi e vorremmo essere riposati; in guerra e vorremmo essere in pace; poveri e vorremmo essere ricchi; soli e vorremmo non esserlo più; incompresi e cerchiamo chi ci è affine...

Questo schema, la nostra quotidianità, come è semplice notare, non ha un punto di arrivo ma solo di partenza. Una gigantesca ruota senza punto di fermo. Gira, Attore – Azione – Fine, e riprende, Attore – Azione – Fine.

Non siamo ancora riusciti ad ottenere ma riusciremo? Forse abbiamo sbagliato obiettivo e dobbiamo muoverci diversamente? Siamo scoraggiati e non vogliamo più provare? O euforici perché siamo invece convinti di potercela fare? Ma se ben guardiamo, entrambe le opzioni sono in realtà lo stesso processo, sempre lo stesso, all'infinito: Attore – Azione – Fine.

E' un processo valido?

Non è forse il processo in sé ad essere logorante? Indipendentemente dai risultati, dal fallimento o dal successo, non è lo stesso processo in atto ad essere distruttivo? Nella formula non è già insito il suo stesso, eterno, fallimento?

E' vero che decidiamo in continuazione, all'infinito, spesso in frazioni di secondo, cosa fare, come e perché, per tutto il corso della nostra vita? Può generare un risultato davvero soddisfacente, un successo reale, una felicità non illusoria?

Il riposo

Il riposo che finalmente decidiamo di concederci, non ripercorre ancora una volta la Ruota?

(Io) Voglio cambiare per godere di quest'unica vita;
(Io) Voglio rallentare per dedicare tempo alla mia famiglia;
(Io) Voglio coltivare il mio lato spirituale per riavvicinarmi a me stesso.

Nobili fini ma ancora, di nuovo, sempre Attore – Azione – Fine. Lo schema si ripete, come andare in un bel posto viaggiando sempre sullo stesso treno cosparso di gas nervino.

C'è un'alternativa possibile? Sfuggire al sistema che governa la vita senza rituffarsi di nuovo nello schema stesso? La Ruota è evitabile, è possibile uscirne?

Ne parlo nel prossimo post.

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2 commenti:

  1. Attore- Azione -Fine.
    Non fa una piega il ragionamento! C'è un particolare che poterebbe fare la differenza, l'individuo. L'individuo nasce e cresce assimilando comportamenti, credenze, convinzioni. Essendo l'uomo un'animale imitativo è consuetudine credere che il soggetto X nato nel posto Y assimili verosimilmente le caratteristiche del gruppo di simili che formano il tessuto sociale del posto Y. Per un italiano essere cristiano è normale come per un'egiziano essere mussulmano. Si può estendere il concetto a varie abitudini/comportamenti che contraddistinguono la vita del soggetto X. Il tutto funziona fino a che il soggetto X non assume una reale consapevolezza su se stesso incominciando a porsi delle domande su chi è, su cosa vuole essere, su come fare a . Questo processo provoca notevoli conflitti interni tali da indurre, nella maggior parte dei casi, ad una resa con conseguente adeguamento a quelli che sono le "usanze e costumi" del luogo in cui dimora, ritenendole le uniche possibili e convincendosene. La discriminante quindi è lo stesso soggetto X, i pochi che vincono il condizionamento del sistema trovando risposte differenti alle domande che si sono posti, sono quelli che godono di uno stato di equilibrio degno dell'invidia dei sui simili! Non esiste un modus operante, un sistema infallibile per il semplice fatto che ogni individuo è un'essere unico e irripetibile simile ma unicamente diverso dal suo creatore!
    Segue...(la pasta è pronta)
    Alberto
    Live simply

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  2. Ciao, si infatti una parte del ragionamento che sviluppo nei prox post fa perno proprio sul concetto di "identità", inteso come "condizionamento" come lo indichi tu, o semplicemente come "memoria di sè".... E tale memoria già è un pre-condizionamento: io sono questo quindi agisco così, credo in questo, rifiuto questo... Ma davvero devo essere questo?

    Oppure la mia "memoria di me stesso" mi condiziona in modo da costringermi comunque a seguire certe linee di pensiero, giudizio, reazione... e in questo caso io non "agisco" in maniera libera, ma semplicemente conformo le mie stesse azioni alla "memoria di me". Non sfrutto tutte le opzioni, in realtà neanche "agisco"... allora cosa faccio? Semplice: copio, scopiazzo, imito, riempio un vuoto, ma sempre in conformità alla "memoria di me". Che mi limita. Mi definisce e al tempo stesso mi imprigiona. L'azione che ne consegue sarà per forza di cose "incerta, meccanica, non creativa, non libera e, soprattutto, non liberatoria"... in quanto dipenderà sempre da quel calco iniziale "memoria di me" che permea la mia coscienza.

    Alt! Ho anticipato troppo!

    Naturalmente i prossimi post sono tutti centrati sull'"azione": cosa ci fa agire? E ci fa agire nel modo giusto? E agiamo in maniera davvero indipendente o condizionata? E quanto condizionata? E con quali risultati?

    Complimenti cmq hai centrato una parte che stavo impazzendo nel chiedermi come presentare nel modo più semplice!!!

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