Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

mercoledì 29 dicembre 2010

AMORE E' - PARTE TERZA




“L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo.

L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in se stesso.

Allora non sarà trascinato, ma trascinerà.”

H. Hesse


L'amore non è qualcosa che posso chiedere, mendicare. Significa che sto dipendendo da qualcuno. E se dipendo, in me non c'è amore. Quando chiedo a qualcuno di amarmi, questo significa che in me non c'è amore e lo chiedo ad altri. Ma gli altri ce l’hanno? Da dove proviene?

Se sono come me, anche loro devono chiederlo. Io non ce l’ho, lo chiedo ad un altro aspettandomi che lo abbia e possa darmelo. Altrimenti è un egoista. Ma come fa ad avere amore? Deve produrlo. Oppure dovrà chiederlo anche lui a qualcuno. Il percorso si allunga, ognuno lo chiede all’altro, nessuno lo produce, a tutti finisce col mancare. Manca così tanto amore rispetto a quello che chiediamo! Ognuno si sente derubato dell’amore. Quel poco che ho viene chiesto da terzi. E alla fine mancherà ad entrambi. E’ sensato chiedere amore ad un’altra persona?


Se in me ci fosse amore, non lo chiederei a nessuno. A nessuno chiederei di amarmi.


Se chiedo vuol dire che in realtà non ho. Perché non ho? Perché sono ridotto ad essere un mendicante? Quando voglio che qualcuno mi ami sono un mendicante. Quando dipendo da opinioni, giudizi, disponibilità altrui; quando mi affido a libri, oroscopi, TV, previsioni del tempo, banche, agli sbalzi del mercato, agli umori del partner, sono un mendicante. Forse non c’è nulla di male ad essere un mendicante, ma dipendo sempre da altri. Divento un peso, finiamo con l’essere pesi reciproci.


“La verità non è in fondo al cammino, ma è la somma delle azioni che si fanno per conquistarla.”

Aleandro Jodorowsky


Ci saranno sempre persone che mi aiuteranno. Riempiranno la mia ciotola della loro spazzatura. Sarà questo. Mi daranno ciò che chiedo, accetteranno la mia richiesta. Ma se ci fosse amore non avrei bisogno di chiedere. Se chiedo e mi viene dato allora non è amore. È un accontentarmi, farmi felice, ma non è amore. L'amore è. Trabocca, esplode, non riesce a contenersi, non attende richieste, corre dall’oggetto del suo amore senza sapersi fermare.

L’amore non chiede la sua elemosina. L'amore è. Quando mendico amore ciò che mi verrà dato non è amore. E’ elemosina, spazzatura. L'amore richiesto non è mai abbastanza, non sazia, spesso stanca. Ne vorrò ancora, e ancora. Accumulerò spazzatura, che non sarà amore.


Cercare amore nell’altro significa non avere amore in se stessi.

E allora come  posso amare ed essere amato? Chi può dare ad altri ciò che in realtà non sa  dare, non può dare neppure a se stesso?


Se non ho amore in me stesso sarò incapace di riceverne. Sarà aiuto, soccorso, salvezza nel momento del bisogno, ma non sarà amore. L'amore non è senso di vuoto. Ove c'è senso di vuoto non può esserci amore. Per questo il senso di vuoto dentro non verrà colmato dalla richiesta: è un amore che non c'è e che vuole essere colmato da un amore che non è stato offerto.

Ma cos’è Amore?

Continua…



“Ricorda che sei simile alle vetrate: scintilli e brilli al sole, ma quando viene l’oscurità, riveli la tua bellezza solo se hai una luce dentro.”

Elizabeth Kubler-Ross

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lunedì 27 dicembre 2010

AMORE E' - PARTE SECONDA




Il bisogno d'amore, pretendere amore, nasce dalla paura della solitudine? La solitudine è senso di isolamento. Perché tale solitudine?


“Gli esseri umani, che si interessano solo a se stessi, non fanno altro che generare solitudine”.

J. Krishnamurti


Vedo me stesso e non altro. Anche quando guardo altro in realtà scorgo solo un riflesso di me stesso. D’altronde come potrei staccarmi da me stesso e vedere con occhi altri? La mia felicità, il mio successo, le mie speranze, la mia famiglia, la mia professione, il mio ufficio, la mia auto, la mia professione, la mia generosità. Credo che la mia realizzazione mi permetterà di non essere più solo.


In realtà è proprio l'attenzione rivolta a me stesso che genera la mia solitudine.


Sono solo. In un freddo deserto. Sono infelice, aiutatemi, voglio essere amato.

Sentendomi isolato sono infelice. Desidero che voi mi amiate. Anche se non riesco a chiederlo, amatemi. Non costringetemi a chiederlo, perché non capite? Non lasciatemi, non permettete che resti solo, con me stesso. Come farò a vivere con me stesso?


Voglio essere amato, ma nessuno mi ama davvero, nessuno mi conosce intimamente. Come farò, cosa devo fare?


Una domanda così semplice eppure non trovo risposta. Posso solo evitarla, non pensare, riempirmi di altro. L’angoscia rimane. Alberga nella mia mente che non riesce a intendere con chiarezza. Non ascolta. E’ confusa; disturbata da una sorda infelicità. Non esiste l'intervallo nel quale io possa ascoltare e comprendere la natura del mio bisogno d’amore. C'è solo la paura di non ottenerlo. Che diventa panico quando provo a soffermarmi sulla mia situazione. E lascio perdere.

Anche se ho tempo, non esiste il tempo nel quale io sia disposto ad ascoltare me stesso per comprendere la natura del mio bisogno. Lo voglio e basta. Non voglio sapere perché. Non voglio ascoltare.

Sono solo in mezzo agli altri. Sono solo in quanto in mezzo agli altri desidero un po' di pace e stare da solo e stando da solo vivo il tormento della mia solitudine. Dentro di me c'è un pozzo freddo ed arido, profondo, che non riesco ad abbeverare; un bisogno che non riesco a spiegare; che altri non riescono a comprendere. Amatemi, vi prego. Non chiedetemi di spiegare. Perché non sapete amarmi? Fingiamo se volete, ma non allontanatevi da me.


“La verità è sacra. Se la dici troppo spesso nessuno ti crederà”.

G.K. Chesterton


Quel senso di angoscia è la protezione che mi separa dalla consapevolezza della solitudine. Preferisco l'angoscia, l’incertezza di essere amato, alla realtà della solitudine. Senza quell'angoscia io non sono niente. Finché provo angoscia vorrà dire che non avrò affrontato, vinto, non sarò entrato nella realtà della solitudine. Una battaglia che non voglio vincere. Io devo scegliere tra l'angoscia di non essere amato e il coraggio di affrontare l'ineludibilità dell’essere solo. E scelgo l'angoscia,  l’incertezza, piuttosto che la solitudine, la certezza, che ritrovo quando a tradimento, per un attimo, si rivela la realtà del mio stato umano, la povertà del mio spirito.

Quel senso di angoscia mi fa sentire vivo. Se l’angoscia dovesse cessare vorrebbe dire che ho vinto la battaglia e ho accettato la realtà di ciò che è. Ma questo per me sarebbe morire, la fine delle mie illusioni, la prova che la realtà è diversa da ciò che io credo.  Invece voglio che la realtà sia proprio ciò che io credo, non ciò che è. La cambierò se necessario, lotterò, mi dibatterò, ma non accetterò mai ciò che è.  Non voglio accettare la realtà della solitudine. E quell'angoscia a cui io mi aggrappo per non sentirmi morto, isolato, mi fa sentire vivo. Il bisogno di amore. Senza amore io non sono niente.

Preferisco l'angoscia, il mendicare amore. Non posso, non voglio accettare di essere solo, intimamente solo.


Ho ridotto la mia vita, che è qualcosa di straordinario, ad una faccenda meschina, al bisogno che qualcuno mi ami.


Continua…



"Oh, raggiungere il punto di morte e capire di non aver vissuto affatto!"

Henry D. Thoreau

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domenica 26 dicembre 2010

AMORE E' - PARTE PRIMA




Riconosciamo le cose ma non le conosciamo”.

Gilles Deleuze


Voglio essere amato. Magari da una persona in particolare. Sento un terribile bisogno di amore. A volte diviene una vera angoscia. Cosa devo fare, cosa posso fare?

Desidero che voi mi amiate. Non dico voglio, ma lo desidero. E perché mi sento solo? Perché sento che se nessuno mi ama non ho alcuna ragione di essere, vivere, esistere? Perché sento che se sono amato posso vivere, fiorire, essere felice?

Sento che in me stesso non sono niente. Me stesso non è niente. Ma se voi mi amate sento che diventerò qualcosa. C'è una causa che mi induce a chiedervi il vostro amore, uno stato interiore che mi spinge a lottare per avere quell’amore?

Mi sento solo, depresso, isolato, infelice. Ma se voi mi amate il vostro amore mi farà sembrare meravigliosa qualsiasi cosa. Sarete la mia salvezza, la mia speranza. Allora la mia esigenza, la mia sete di amore, il mio bisogno di compagnia, di stare con qualcuno con cui possa parlare, spiegarmi, accompagnarmi, vivere, verrà appagato. Ma da dove viene tutto questo, perché mi accade?


Perché voglio essere amato? Perché il pensiero di non riuscire ad essere amato genera in me angoscia, preoccupazione, dolore, irritazione? Qual'è la causa, la radice del mio chiedere, pretendere amore?


Mi sento solo, incompleto. Vuol dire che il mio male di vivere proviene dalla mia profonda solitudine? Dalla mia incapacità di essere da solo. E’ la solitudine, che mi fa desiderare, lottare, affinché qualcuno mi ami? Quale paura si cela dietro a tutto questo, cosa temo?

Sono solo, anche in mezzo agli altri, alla famiglia, alla folla, sono solo, e voglio, che, per amor del cielo, voi mi amiate. Ma voi non vi curate di me, in realtà pensate a voi stessi e non a me, vi fate gli affari vostri, i vostri interessi, lasciandomi da solo.


La perfezione dell’uomo consiste nello scoprire le proprie imperfezioni”.

Sant’Agostino


Vivo in una sorda angoscia, frustrazione, senso di incompletezza. Mi lascio andare e scuoto la testa. Oppure cerco di non pensarci, mi interesso di calcio, politica, letteratura, storia, pittura, cultura, di cambiare il mondo, entro in una setta, in un circolo di dama, passo ore su internet, corro ogni giorno, riempio la mia vita con ciò che posso, tutto pur di non avvertire quel senso di vuoto, non sentire quella voce perduta dentro di me che chiede amore.

Finché ci sarà in me il senso di solitudine dovrò mendicare l'amore che gli altri non comprenderanno? Avrò così bisogno che qualcuno si accorga di me, che mi ami? E’ la solitudine che lì, silenziosa, mi implora, mi strazia nell’esigenza di essere amato?


Ma, se è questo, se ho compreso che la causa è la solitudine, che genera in me il bisogno, la pretesa di amore, allora posso agire per esserne libero?


Al prossimo post

martedì 21 dicembre 2010

IL RAPPORTO - PARTE SECONDA




"La prima regola è non ingannare se stessi.

Ma la persona più facile da ingannare siamo proprio noi stessi."

Richard P. Feynman


Comprendere il rapporto che ci lega a cose, persone, pensieri, emozioni, parole, al nostro corpo, al mondo, ci permettere di agire sulle corde della nostra esistenza. Agire sulla natura del rapporto vuol dire realizzare. Agire sulle cose senza considerare il rapporto che abbiamo con esse vuol dire fallire, frustrarsi, sperimentare l'inutilità. Però non riusciamo a comprendere in che modo possiamo agire, a comprendere noi in relazione al rapporto. Perché?


Non abbiamo comprensione del rapporto perché ci serviamo del rapporto.


Usiamo il rapporto che abbiamo con il mondo esterno, ma anche quello interno, i pensieri, le emozioni, la nostra anima, come mezzo per promuovere noi stessi, la sopravvivenza, il conseguimento, la trasformazione, il divenire. In questo modo lo usiamo ma non cerchiamo di comprenderlo. Ma è proprio l'indagine il centro, non lo scopo.


Il rapporto è strumento di scoperta del sé, costituisce l'essere, è l'esistenza.

Per comprendere se stessi, occorre comprendere il rapporto.


Noi poniamo al centro non l'indagine ma l'oggetto su cui vogliamo agire. E l'oggetto spesso è immutabile, rigido. Il rapporto invece è flessibile, adattabile, influenzabile. E' lo specchio in cui posso vedere me stesso. Può essere deformante o riflettere la verità. Partendo dal rapporto posso scoprire tutto quello che c'è da scoprire. Ignorandolo sarò ingannato, illuso, fuorviato.

Potrò guardare la verità, eppure non comprenderla, perché non avrò considerato il rapporto che mi lega ad essa, a ciò che vedo, sento, sperimento. La maggioranza delle persone vede nel rapporto ciò che preferisce vedere, non ciò che è in realtà.


"La realtà è solo un’illusione, anche se molto persistente."

Albert Einstein


Preferiamo idealizzare, evadere, isolare noi stessi in relazione al rapporto, vivere nel futuro piuttosto che comprendere il rapporto presente. Così, se esaminiamo la nostra vita, il nostro rapporto con gli elementi, i pensieri, le parole, gli altri, vedremo che si tratta di un processo di isolamento, di partizione, solitudine. Ci sentiamo soli, bisognosi, incompresi. Ma se siamo in rapporto con praticamente tutto ciò che esiste intorno a noi, come facciamo a sentirci soli? Se ogni nostro atomo è in rapporto con ciò che lo circonda, come possiamo pensare che una parte dentro di noi viva in realtà profondamente sola?


Ignorare il rapporto, o volerlo strumentalizzare, porta sempre all'isolamento, alla solitudine.


In realtà non ci interessano oggetti, idee, pensieri, emozioni, persone, in sé. Ci interessano in un'ottica di conseguimento, realizzazione, progresso. Vogliamo che siano utili, o gradevoli, o divertenti, o significativi. Vogliamo insomma che siano qualche cosa. Lo vogliamo perché non ci sentiamo parte di essi. Ci crediamo autonomi, separati, indipendenti.

Così l'unico modo per interagire diventa la prospettiva di utilizzo, di utilità, la ricerca dello scopo, anche del sacrificio purché abbia uno scopo. Non riusciamo a comprendere, a vivere, il rapporto se non gli attribuiamo l'etichetta dello scopo, della ragione di essere. Senza l'etichetta non ne comprendiamo il senso e questo ci fa sentire incompleti.

Siamo assolutamente uniti, dipendenti, bisognosi, eppure ci sentiamo divisi, in mutamento individuale, in realizzazione personale.

Privati del rapporto con ciò che esiste, non potremmo respirare, alimentarci, lavarci, riscaldarci, saremmo nudi, infreddoliti, senza pensieri, senza amore, muti, sordi, soli, eppure crediamo di poter ignorare il fatto che siamo parte del rapporto, concentrandoci su di un noi stessi che non esiste (distinto dal rapporto), piuttosto che sul rapporto, che esiste.


"La vita è troppo breve per essere meschina."

Benjamin Disraeli


Noi stessi non esiste in quanto abbiamo bisogno del rapporto con tutto ciò che è intorno a noi per esistere. Ma noi sfruttiamo il rapporto, non lo viviamo; distogliamo lo sguardo per non vederlo, per concentrarci sul noi stessi, sul nostro desiderio di ulteriore separazione, crescita, realizzazione, indipendenza. Che non può avvenire perché si esiste solo nel rapporto. E fuori dal rapporto non esiste niente. La separazione, la partizione, l'innalzamento, è illusione. Non lo sarebbe se noi potessimo esistere al di fuori del rapporto, ma abbiamo visto che non è possibile.


Invece di comprendere il processo lo neghiamo, ci isoliamo, ci consideriamo distinti.


L'uomo lavora con tutte le sue forze su alcuni elementi, parti del puzzle, ignorando al contempo la rete in cui ogni elemento si trova inserito. Lavora sulla realizzazione di sé nell'ambito di un gruppo, la necessità di essere utile, apprezzato, necessario, realizzato, arricchito, riconosciuto, potente, non succube. Lavora sulle parti del mosaico che ha deciso di porre al centro di tutto, togliendo valore al rapporto stesso che lo lega a ciò che lo circonda, l'unica cosa che può dargli appagamento.

Potrebbe modificare il suo stato vitale toccando le corde del rapporto, fluide, malleabili, invece pretende di agire sugli oggetti, le persone, comportamenti, la natura dei pensieri, le parole udite, sul proprio corpo, che sono elementi rigidi, difficilmente accessibili.


L'uomo vuole cambiare il mondo, e non il suo rapporto con il mondo.


Non accetta. Non vive il rapporto. Non comprendendo il rapporto e le sue infinite potenzialità, si costringe ad intervenire sugli attori del rapporto. Che non gradiscono affatto tale intervento. Tanto vale cercare di oscurare il sole perché troppo luminoso: basta una tendina, non occorre tentare di forzare la natura del sole.

L'uomo rimane dipendente ma lo nega con tutte le forze. Ignorando il rapporto. Ignorarlo è negarlo. Ignorando il rapporto, senza cui non può essere, si distacca, si aliena, si isola, da ciò che è e costruisce nella sua mente il mondo di ciò che non è. Ma la sua illusione non è saggezza, è dolore. E' eterna insoddisfazione, ricerca infinita di qualcosa di cui in realtà egli fa parte.


"Né il pesce né l'onda hanno la minima idea di cosa sia l'acqua. Uno ci vive e l'altro né è composto."

Detto zen




domenica 12 dicembre 2010

IL RAPPORTO - PARTE PRIMA




La verità pura e semplice è raramente pura e mai semplice.”

Oscar Wilde


La vita è rapporto. E' conoscenza, comunione, intimità, con ciò in cui siamo immersi, che ci circonda. Idee, pensieri, parole, corpi, comportamenti, emozioni, energie, elementi, aria, acqua, terra, cibo, tempo. In tutto ciò viviamo un rapporto.

Il rapporto è vita. Senza il rapporto non c'è vita, non può esserci. Non esiste niente che non viva in questo rapporto. Tutto è collegato. L'isolamento, nella realtà, non esiste.


Indagare il rapporto vuol dire comprendere la vita.


La vita è sempre un rapporto. Non si può esaminare alcun oggetto, pensiero, emozione, parola, corpo, senza considerare il rapporto che ad esso ci lega.

Comprendere la natura dei rapporti permette di comprendere la vita, che è rapporto. Senza indagare la natura del rapporto, qualsiasi tentativo di comprendere o dare un senso all'esistenza è vano. Due oggetti, elementi, atomi, cellule, persone, comportamenti, voci, possono instaurare tra loro moltitudini esponenziali di rapporti. Se indaghiamo solo i due oggetti, trascuriamo la parte più importante che non sono gli oggetti stessi, ma i rapporti che li coinvolgono. Il centro vero, utile, dell'indagine.

Non è il problema, ma il rapporto col problema. Non le persone, ma il rapporto con le persone. Non le parole, ma ciò che vi leggiamo dentro, il rapporto con esse. Non il denaro, ma il rapporto col denaro. Non il freddo, il cibo, la città, il traffico, ma gli incredibili rapporti che possono essere tessuti attorno a questi elementi. Rapporti fisici, materiali, psicologici, spirituali, energetici. Tutto trascurato perché ci concentriamo sui fatti specifici, sul risolvere, ottenere, evolvere, e non sul comprendere i rapporti che legano gli elementi.


Il rapporto, in realtà, è lo specchio in cui scopriamo noi stessi.


Comprendendo il rapporto possiamo conoscere noi stessi. Dal modo in cui viviamo il rapporto sapremo chi siamo. Dimenticando noi e analizzando il rapporto saranno evidenti le verità che non riusciamo a scorgere.

Al di fuori del rapporto noi non siamo. L'analisi del rapporto farà scorgere verità, in quanto noi siamo soltanto in relazione al rapporto. Fuori dal rapporto, semplicemente non siamo, non c'è niente, né può esserci.


Mentire io, mai, la verità è troppo divertente.”

Steven Spielberg


Guardando al rapporto vedremo noi stessi. E questo forse spaventa e induce a non farlo. Ma è l'unica verità. Riusciamo ad ingannarci solo rifiutando di analizzare il rapporto. O illudendoci che noi non siamo il rapporto, siamo oltre, siamo altro; indipendenti, superiori al rapporto, che esistiamo per noi stessi e non in relazione totale.

Ma questa è illusione. Essere è essere in relazione. Essere in relazione è l'esistenza. Non c'è esistenza se non nell'ambito del rapporto.

Rapporto con la terra che ci ospita, l'ossigeno respirato, la casa abitata, il corpo vissuto, i vestiti indossati; con il sole, la pioggia, il tempo, le stagioni, il freddo, il caldo, il piacere di vivere; con il mondo mentale e spirituale, verbale, le persone che incontriamo, i corpi toccati, i sentimenti sperimentati, le energie percepite senza conoscerne il nome né la natura. Tutto questo, se esistesse senza che noi ne avessimo rapporto, per noi non esisterebbe affatto. Per esistere deve esserci il rapporto. Esistiamo solo finché siamo nel rapporto.


La consapevolezza dell'essere può derivare solo dalla consapevolezza del rapporto.


Interagiamo ogni giorno con questi elementi in maniera continua, inconsapevole. L'inconsapevolezza in sé ci priva della conoscenza di ciò che siamo davvero. Le risposte cercate sono già disponibili ma non si trovano nell'oggetto, ma nel rapporto con l'oggetto, sentimento, pensiero, persona.

E così diventa difficile, perché se ci basta guardare l'oggetto per formulare un giudizio, fuorviante (bello, brutto, ricco, povero, caldo, freddo, felice, infelice, noioso, interessante, fantastico, tremendo...), è tutt'altra cosa analizzare il rapporto ricco che ci lega alla vita stessa nei suoi elementi, e scoprire cosa nasce da quel rapporto che può essere del tutto diverso dal risultato scontato che avevamo formulato sulla base del solo oggetto.

Tendiamo a semplificare guardando solo l'oggetto e non il rapporto. Ma semplificando perdiamo, ci inganniamo, precludiamo.


La società acquista nuove arti e perde vecchi istinti.”

Ralph Waldo Emerson


Un giudizio sull'oggetto, bello, può in realtà aver generato un rapporto con esso noioso. Un giudizio desiderabile, può creare un rapporto con l'oggetto squallido. Giudizio banale, rapporto divertente. Giudizio fallito, rapporto tenero. E così via. Il rapporto, ricco, è molto più importante dell'oggetto, in fondo povero, limitato, finito.

Otterremmo le risposte che cerchiamo, la comprensione, se solo avessimo comprensione del rapporto. Se cercassimo noi stessi all'interno del rapporto. Indagare i fatti senza indagare il rapporto è inutile. Agire sull'oggetto senza considerare il rapporto è futile.


Agendo sulla natura del rapporto si agisce sulla realtà delle cose, senza modificare le cose.


E' più utile agire sul rapporto che agire sugli oggetti, persone, parole, comportamenti, pensieri, emozioni, elementi. Ciò che non va non sono gli accadimenti (comunque limitati), ma il rapporto che abbiamo con essi (ricchissimo e variegato). Spesso non sono i pensieri, ma il rapporto che ci lega. Non le emozioni, ma il rapporto con le emozioni. Non le parole, ma il rapporto con esse, il significato che gli diamo.


I fatti non possono essere modificati, il rapporto con i fatti si.


Lasciando inalterati i fatti, non provando a cambiarli né influenzarli, ma modificando il nostro rapporto con il fatto stesso, noi decidiamo della nostra vita, acquisiamo potere, libertà.

La mancata comprensione del rapporto causa conflitto, disemotività, chiusura mentale e spirituale. Ignorare il rapporto ci condanna a vivere nel mondo che non è. Nell'illusione. La sofferenza. L'isolamento.


Illusione è ignorare il rapporto. Sofferenza è ignorare il rapporto.

Comprendere il rapporto ci consente di agire subito sulla nostra vita.

Perché non comprendiamo il rapporto?


Al prossimo post



L’unica cosa che fa certa gente è invecchiare.”

Ed Howe


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venerdì 3 dicembre 2010

CREDENZE - PARTE TERZA



Non occorre rinnegare le credenze fondamentali dell’esistenza umana. Occorre chiedersi quali lo siano e quali no.


Come vive la mente, il corpo, l’anima la moltiplicazione delle credenze al suo interno? E’ unita in sé stessa o divisa? Perché nascono, si moltiplicano, le credenze?


Noi crediamo al fine di garantirci la sicurezza, esistenziale, fisica, economica, spirituale.


Per chi crede fortemente in qualcosa, in campo etico, economico, sociale, spirituale, il processo sottostante è il desiderio psicologico di sicurezza, continuità, sopravvivenza, prosperità, autorealizzazione. Il bisogno, l'impulso costante a credere, la paura di non farlo, il senso di vuoto.

Diverso è il caso di coloro che credono per ragioni di opportunità. Crederanno finché è conveniente farlo. Poi getteranno la credenza come il vestito vecchio e ne saranno liberi. Così il mondo della politica, dell’economia, del potere, del sapere. Ma non è grave. Queste persone sono libere da credenze vincolanti, distaccate. La loro indipendenza emotiva li salva dalla confusione, dubbio. Non credono e basta. E spesso, in molti casi, questo assicura il successo, laddove altri cedono allo sconforto, alla stanchezza, alla drammatica disillusione, la perdita di senso.

Il desiderio moltiplica le credenze, cercando di tappare i buchi aperti nella diga della propria paura di vivere. Ciò genera antagonismo, conflitto, sofferenza. L’uomo combatterà il suo simile a causa delle sue credenze, percepite come minaccia, impedimento, limite per sé stesso.


Se sono consapevole di questo processo il mio problema non è di credere in questo o in quello, ma di essere libero dal desiderio di credere.


Ovvero essere libero dal desiderio di sicurezza, dal senso di bisogno.  È questo il problema, non a cosa credere e quanto credere. Non si può quantificare in cosa e come credere; cosa lasciare fuori dalla propria mente e quanto invece è necessario. Solo superficialmente si riesce a discernere, e non esiste un metodo certo che indichi cosa sì e cosa no. Cosa credere e quanto credere sono soltanto espressioni del bisogno interiore di sicurezza, di punti fermi di fronte alla precarietà del mondo.


Cerchiamo la sicurezza interiore e spirituale erigendo muri di credenze.

Jiddu Krisnamurti


Se non siamo liberi da tutto ciò, se non diveniamo spiritualmente adulti, siamo fonte di conflitto in noi stessi e con gli altri. Non ci sarà pace né serenità. Un’azione efficace non può esplicarsi in queste condizioni: non abbiamo amore nei nostri cuori, solo credenze, il cui proliferare confonde, offusca, vincola.  L’azione è frenata, rallentata, il meccanismo degli atti e dei pensieri inceppato, ripetitivo, non creativo.

Non si può osservare sé stessi con chiarezza, le proprie azioni, i pensieri, quando si è  coinvolti nel processo del desiderio, della paura, che si esprime nell'attaccamento a una credenza. Manca l’obiettività per valutarli. 

Ma è possibile liberarsi dall’oceano di credenze inutili che soffoca la nostra vita? Non trovare nuove credenze in sostituzione di quelle vecchie, cambiare idea, opinione, ma liberarsene interamente? Per farlo occorre accettare la verità, “ciò che è”.


Il pregiudizio vede ciò che gli pare e non vede ciò che è evidente.

Aubrey T. de Vere


In verità, non esiste alcuna sicurezza interiore che, come ci piace credere, sia perenne. Intimamente, amiamo pensare che la credenza ci metta al sicuro. Che la fiducia nel prossimo, nelle istituzioni, nella religione, nello stato, nell’economia, nella legge, nella famiglia, nel processo educativo e quant’altro ci assicuri una ragionevole certezza.

E’ così? Ma conosciamo noi persone che non credono ma godono di tutti i benefici e altre che credono, ma non ne godono? Che differenze di risultati ci sono tra i due gruppi? Sono differenze rilevabili, importanti, decisive oppure marginali, incerte, sfumate? Forse, alla fine, pensiamo che una buona dose di fortuna sia più importante di tutte le credenze che si possano accumulare. Se è così, allora la credenza è un peso, non un aiuto a vivere.


Le forze che modellano la situazione sociale sono spesso fuori dal controllo degli individui.

Sovente è inutile affannarsi.

Alexander Lowen


Pensiamo che una persona senza credenze, senza opinioni sia vuota. Può anche godere dello stesso successo, grado di soddisfazione vitale, piacere di vivere di altri, ma culturalmente la consideriamo vuota. Disinformata, disinteressata, ignava. Forse felice perché stupida. La cultura dominante ci vuole pieni, informati, giustamente motivati e condizionati. E ci sforziamo di aderire al modello.


E’ una scelta.  Giusta, sbagliata. Vantaggiosa? Foriera di accettazione sociale. Ma non sempre. Non si deve neppure essere troppo pieni. L’eccesso di conoscenze, talenti espressi, credenze, rispetto alla media socialmente determinata, porta all’invidia, che riduce la persona troppo piena al ruolo di comparsa, comprimario isolato. Occorre che la persona sia mediamente piena, mediamente credente, mediamente informata. Che conformi la sua vita al modello sociale dominante.

Ecco che scopriamo che la quantità di credenze è anch’essa determinata dal contesto in cui si vive, così come la qualità: ciò che crediamo ci sgorghi dal cuore in realtà è il condizionamento necessario a fare di noi parti funzionanti di un sistema che ha come scopo non la nostra crescita ed evoluzione, ma il controllo, la compressione, la repressione della minaccia rappresentata da una personalità libera ed in evoluzione.

La libertà, l’evoluzione,  disturba sempre un sistema, non è coerente con esso. L’abbondanza di credenze riempie i vuoti e plasma l’anima ad immagine e somiglianza della cultura dominante. O delle diverse culture che si contendono il primato. Non sono ammesse deroghe. Non basta aderire, si deve credere. L’adesione senza credenza significa fallimento. Un sistema non ha bisogno di mercenari che cambiano campo quando arriva la credenza più forte, ma di martiri. Uomini sacrificati alla credenza.


La credenza, il miglior strumento di controllo mai concepito: una volta impiantato, abbeverato, crescerà rigoglioso e dominerà.


I più pericolosi dei nostri pregiudizi regnano in noi contro noi stessi.

Dissiparli è genialità.
 
Hugo von Hofmannsthal


giovedì 25 novembre 2010

CREDENZE - PARTE SECONDA




La calamità dell'uomo è il credere di sapere.

Michel Eyquem de Montaigne


Perché crediamo?


Una delle cause del desiderio di accettare una credenza, o nuova credenza, è la paura.


Cosa ci accadrebbe se non credessimo in nulla? Non dovremmo temere quel che potrebbe succederci? Non saremmo nudi, indifesi, impreparati? Come potremmo resistere a chi invece ha forti credenze? La credenza è forse un modo per prepararci alla guerra, alla privazione, al futuro, all’ignoto?

E’  vero che escogitiamo ogni giorno nuovi modi, metodi, per vivere bene, meglio, migliorare? E’ vero che crediamo in ciò che facciamo, che impariamo ogni giorno, che accumuliamo quindi sempre più credenze? In quale cervello viene stipato questo continuo flusso di materiale?.

Pensiamo di avere la testa troppo piena? Eppure continuiamo ad accumulare credenze. Con foga. Siamo affamati di notizie, novità, curiosità, evoluzioni, come se da ciò dipendesse la nostra sopravvivenza, il nostro benessere, la nostra felicità.

E’ così? La sopravvivenza, il benessere, la felicità dipendono dalla quantità di informazioni e credenze?


Ciò che è misterioso prima o poi viene capito.

Ciò che è ovvio no.

Edward R. Murrow


Se non credessimo in qualcosa, in ogni aspetto della nostra vita, non ci sentiremmo  smarriti, incapaci, indifesi? Accettare la credenza non è proprio questo, un modo per placare la paura? Paura di essere nulla, poveri, vuoti, soli, incapaci, inadeguati?

Una tazza è utile soltanto quando è vuota, allora può contenere qualcosa. Una mente già piena di credenze, dogmi, asserzioni, esperienze, è già piena. Non c'è niente che non abbia già accolto. La tazza è piena e freme per riempirsi ancora.


La mente in questo stato non è creativa, è semplicemente ripetitiva.


Non può creare la propria pace, la propria tranquillità, la propria gioia di vivere, ma solo ripetere gli stimoli che ha immagazzinato, stancamente. Per quanto si sforzi gira a vuoto, insoddisfatta. Manca la capacità creativa, che si accompagna alla pace e al tempo e spazio interiore; rimane il furore, lo sfinimento, il logorio incessante, a volte sommesso, a volte palese.

Sfuggire alla paura del vuoto, della solitudine, del ristagno, del non arrivare, non riuscire, non ottenere, non essere o diventare,  non è forse la ragione per cui aderiamo alle credenze con tanto entusiasmo, avidità, speranza o disperazione?

E accettando nuove, multiple, credenze, comprendiamo forse meglio noi stessi? Oppure esse ostacolano la comprensione di noi stessi?

La credenza è lo schermo attraverso cui ci guardiamo. Ma è possibile in questo modo guardarsi liberamente, nella verità?


Se si rimuovono quelle credenze, le tante credenze che ognuno di noi ha, rimane qualcosa da guardare?


Se non c'è più alcuna credenza con cui la mente si identifichi, la mente priva di identificazione può guardare a se stessa così com'è. Riconoscersi e acquisire un primo barlume di verità, comprensione di sé. Vedrà sé stessa nuda, senza il travestimento delle credenze. Si scoprirà.

Se non lascia da parte le credenze, almeno per un attimo, per guardarsi, non potrà mai riconoscersi per ciò che essa è realmente. Osserverà il vestito, le credenze, ma non vedrà se stessa. La maggior parte dell’umanità vive e muore in questo modo. Non saprà mai. Ma sapere è pericoloso, il corpo reale potrebbe non essere quello che il vestito disegna.


Il miracolo non è camminare sull’acqua

Il miracolo è camminare sulla verde terra e sentirsi vivi

Thich Nhat Hanh


Quanto più intellettuale è una persona, più colta, “spirituale”, tanto minore è la sua capacità di comprendere. I più riflessivi, accorti, vigili sono coloro che credono di più o di meno? Le credenze sono un’apertura o chiusura dello Spirito? Liberano o vincolano?  Uniscono o isolano?

Guardiamo ovunque, nella politica, l’economia, il mondo sociale, la religione. L’abbondanza di credenze cosa provoca? Certezza o illusione? Benessere o fatica? Ricchezza o povertà reali?

Con l’abbondanza di credenze cerchiamo l’autoaffermazione, oltre il punto in cui siamo naturalmente adesso. Crediamo ci guideranno, sosterranno: più credenze, più successo, più possibilità, più forza, più consapevolezza, più noi stessi. Crediamo. E cerchiamo sempre cose nuove in cui credere. Non credere, o credere in poche cose, ci soffoca, ci fa sentire inadeguati, perché?

Con le credenze cerchiamo l'affermazione. Parliamo di pace, successo, realizzazioni, unità, tranquillità, benessere, amore. In realtà più credenze si sviluppano maggiore sarà il grado di divisione. Ogni nuova credenza implica esclusione, incompatibilità, con altre. Non ci rimane che escludere le anziane credenze, oppure riadattarle, pensare, meditare, per mettere a posto le cose e riuscire a far convivere nella nostra piccola testa le credenze, vecchie e nuove. Un’incessante, infinita, continua, attività di manutenzione. Almeno finché non si è così confusi da rinunciare ad ogni credenza! Per stanchezza, non per scelta. Arriva un punto in cui non si crede più in niente. E poi si riparte. Come prima.


Si è capito tutto tranne come vivere.

Jean Paul Sartre


Tu sei di destra io di sinistra; tu sei per il sociale io per l’autoaffermazione; tu credi che i problemi vadano affrontati in un modo, io in un altro; tu credi in un modello educativo, culturale, religioso, io in un altro; tu pensi che la guerra possa essere giustificata, io no; tu pensi che i media dicano falsità, io che dicano mezze verità;  tu pensi che l’affermazione è la cosa più importante, io penso che sia la condivisione; tu pensi in un modo io in un altro. Siamo divisi. Non sappiamo chi alla fine potrà avere ragione perché non conosciamo la vita né il futuro, anche se abbiamo la credenza di conoscerla. Abbiamo la credenza di intuire il futuro.

Ma grazie alle credenze possiamo davvero agire sul futuro, sulla nostra vita, nel modo in cui vorremmo? Oppure è solo l’ennesima illusione? E se è illusione, sapremo vincere la paura e liberarci dalla credenza inutile, superflua, dannosa, falsa? Oppure rimarrà, insieme alla consapevolezza che in fondo, sì, in fondo è illusione. Entrambe rimarranno, tenute in vita dalla paura di disfarsene? E’ la paura il vero collante che tiene insieme l’illusione e la consapevolezza dell’illusione, all’interno della stessa mente?


Non è stancante tutto ciò? Oppure non sembra affatto stancante perché è così che viviamo?


E vivendo così non conosciamo niente di meglio. Non vogliamo liberare la mente, forse perché non sappiamo cos’è avere la mente e il cuore libero. Non conosciamo la libertà ma conosciamo la paura del prezzo da pagare: restare senza credenze, senza illusioni.


Senza illusioni l'umanità morirebbe di disperazione, o di noia.
 
Anatole France

  
Ma in tutto questo, come reagisce la mente, come vive questo ingorgo di credenze?

Al prossimo post


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