Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

giovedì 25 novembre 2010

CREDENZE - PARTE SECONDA




La calamità dell'uomo è il credere di sapere.

Michel Eyquem de Montaigne


Perché crediamo?


Una delle cause del desiderio di accettare una credenza, o nuova credenza, è la paura.


Cosa ci accadrebbe se non credessimo in nulla? Non dovremmo temere quel che potrebbe succederci? Non saremmo nudi, indifesi, impreparati? Come potremmo resistere a chi invece ha forti credenze? La credenza è forse un modo per prepararci alla guerra, alla privazione, al futuro, all’ignoto?

E’  vero che escogitiamo ogni giorno nuovi modi, metodi, per vivere bene, meglio, migliorare? E’ vero che crediamo in ciò che facciamo, che impariamo ogni giorno, che accumuliamo quindi sempre più credenze? In quale cervello viene stipato questo continuo flusso di materiale?.

Pensiamo di avere la testa troppo piena? Eppure continuiamo ad accumulare credenze. Con foga. Siamo affamati di notizie, novità, curiosità, evoluzioni, come se da ciò dipendesse la nostra sopravvivenza, il nostro benessere, la nostra felicità.

E’ così? La sopravvivenza, il benessere, la felicità dipendono dalla quantità di informazioni e credenze?


Ciò che è misterioso prima o poi viene capito.

Ciò che è ovvio no.

Edward R. Murrow


Se non credessimo in qualcosa, in ogni aspetto della nostra vita, non ci sentiremmo  smarriti, incapaci, indifesi? Accettare la credenza non è proprio questo, un modo per placare la paura? Paura di essere nulla, poveri, vuoti, soli, incapaci, inadeguati?

Una tazza è utile soltanto quando è vuota, allora può contenere qualcosa. Una mente già piena di credenze, dogmi, asserzioni, esperienze, è già piena. Non c'è niente che non abbia già accolto. La tazza è piena e freme per riempirsi ancora.


La mente in questo stato non è creativa, è semplicemente ripetitiva.


Non può creare la propria pace, la propria tranquillità, la propria gioia di vivere, ma solo ripetere gli stimoli che ha immagazzinato, stancamente. Per quanto si sforzi gira a vuoto, insoddisfatta. Manca la capacità creativa, che si accompagna alla pace e al tempo e spazio interiore; rimane il furore, lo sfinimento, il logorio incessante, a volte sommesso, a volte palese.

Sfuggire alla paura del vuoto, della solitudine, del ristagno, del non arrivare, non riuscire, non ottenere, non essere o diventare,  non è forse la ragione per cui aderiamo alle credenze con tanto entusiasmo, avidità, speranza o disperazione?

E accettando nuove, multiple, credenze, comprendiamo forse meglio noi stessi? Oppure esse ostacolano la comprensione di noi stessi?

La credenza è lo schermo attraverso cui ci guardiamo. Ma è possibile in questo modo guardarsi liberamente, nella verità?


Se si rimuovono quelle credenze, le tante credenze che ognuno di noi ha, rimane qualcosa da guardare?


Se non c'è più alcuna credenza con cui la mente si identifichi, la mente priva di identificazione può guardare a se stessa così com'è. Riconoscersi e acquisire un primo barlume di verità, comprensione di sé. Vedrà sé stessa nuda, senza il travestimento delle credenze. Si scoprirà.

Se non lascia da parte le credenze, almeno per un attimo, per guardarsi, non potrà mai riconoscersi per ciò che essa è realmente. Osserverà il vestito, le credenze, ma non vedrà se stessa. La maggior parte dell’umanità vive e muore in questo modo. Non saprà mai. Ma sapere è pericoloso, il corpo reale potrebbe non essere quello che il vestito disegna.


Il miracolo non è camminare sull’acqua

Il miracolo è camminare sulla verde terra e sentirsi vivi

Thich Nhat Hanh


Quanto più intellettuale è una persona, più colta, “spirituale”, tanto minore è la sua capacità di comprendere. I più riflessivi, accorti, vigili sono coloro che credono di più o di meno? Le credenze sono un’apertura o chiusura dello Spirito? Liberano o vincolano?  Uniscono o isolano?

Guardiamo ovunque, nella politica, l’economia, il mondo sociale, la religione. L’abbondanza di credenze cosa provoca? Certezza o illusione? Benessere o fatica? Ricchezza o povertà reali?

Con l’abbondanza di credenze cerchiamo l’autoaffermazione, oltre il punto in cui siamo naturalmente adesso. Crediamo ci guideranno, sosterranno: più credenze, più successo, più possibilità, più forza, più consapevolezza, più noi stessi. Crediamo. E cerchiamo sempre cose nuove in cui credere. Non credere, o credere in poche cose, ci soffoca, ci fa sentire inadeguati, perché?

Con le credenze cerchiamo l'affermazione. Parliamo di pace, successo, realizzazioni, unità, tranquillità, benessere, amore. In realtà più credenze si sviluppano maggiore sarà il grado di divisione. Ogni nuova credenza implica esclusione, incompatibilità, con altre. Non ci rimane che escludere le anziane credenze, oppure riadattarle, pensare, meditare, per mettere a posto le cose e riuscire a far convivere nella nostra piccola testa le credenze, vecchie e nuove. Un’incessante, infinita, continua, attività di manutenzione. Almeno finché non si è così confusi da rinunciare ad ogni credenza! Per stanchezza, non per scelta. Arriva un punto in cui non si crede più in niente. E poi si riparte. Come prima.


Si è capito tutto tranne come vivere.

Jean Paul Sartre


Tu sei di destra io di sinistra; tu sei per il sociale io per l’autoaffermazione; tu credi che i problemi vadano affrontati in un modo, io in un altro; tu credi in un modello educativo, culturale, religioso, io in un altro; tu pensi che la guerra possa essere giustificata, io no; tu pensi che i media dicano falsità, io che dicano mezze verità;  tu pensi che l’affermazione è la cosa più importante, io penso che sia la condivisione; tu pensi in un modo io in un altro. Siamo divisi. Non sappiamo chi alla fine potrà avere ragione perché non conosciamo la vita né il futuro, anche se abbiamo la credenza di conoscerla. Abbiamo la credenza di intuire il futuro.

Ma grazie alle credenze possiamo davvero agire sul futuro, sulla nostra vita, nel modo in cui vorremmo? Oppure è solo l’ennesima illusione? E se è illusione, sapremo vincere la paura e liberarci dalla credenza inutile, superflua, dannosa, falsa? Oppure rimarrà, insieme alla consapevolezza che in fondo, sì, in fondo è illusione. Entrambe rimarranno, tenute in vita dalla paura di disfarsene? E’ la paura il vero collante che tiene insieme l’illusione e la consapevolezza dell’illusione, all’interno della stessa mente?


Non è stancante tutto ciò? Oppure non sembra affatto stancante perché è così che viviamo?


E vivendo così non conosciamo niente di meglio. Non vogliamo liberare la mente, forse perché non sappiamo cos’è avere la mente e il cuore libero. Non conosciamo la libertà ma conosciamo la paura del prezzo da pagare: restare senza credenze, senza illusioni.


Senza illusioni l'umanità morirebbe di disperazione, o di noia.
 
Anatole France

  
Ma in tutto questo, come reagisce la mente, come vive questo ingorgo di credenze?

Al prossimo post


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venerdì 19 novembre 2010

CREDENZE - PARTE PRIMA



La verità è quello che la gente vuole credere.

L. Ron Hubbard


Abbiamo delle credenze. Tutti ne hanno.

Abbiamo opinioni sulla politica, l’economia, la religione, i popoli,  il modo in cui dovrebbero essere condotti la nazione, la città, il comune, le istituzioni, la polizia, la giustizia,  il processo educativo, la famiglia. Sulla tecnologia, il calcio, la moralità, il sesso, il prossimo… Tutto questo viene a formare un corpus di “credenze” che ci accompagna, che guida le nostre azioni quotidiane, piccole e grandi.

Queste “corpus”  abbraccia tutta la nostra vita e la definisce in un certo modo, vincolandola al rispetto di regole di vita, comportamenti e pensieri che derivano dalle credenze che abbiamo accettato. Ma questo insieme di credenze unisce o divide? Genera chiarezza o confusione? Pace o conflitto? Collaborazione o antagonismo? Le credenze sono condivise o antagoniste? Sono un aiuto o un ostacolo? Agevolano o frenano? Portano al successo o al fallimento?

Crediamo in un Dio caricato di mille riti oppure nel caso che ha generato l’universo, nel capitalismo o nel libero mercato, nella dottrina sociale o nella capacità individuale, nell'ordine ferreo o nella democrazia, nell'auto o nel mezzo pubblico, nei nostri familiari o in noi stessi, nella fraternità umana o nel bisogno di restare distinti, nella politica o nel volontariato, nel lavoro o nello svago, nella casa di proprietà  o in affitto... in ogni aspetto della nostra vita noi crediamo in qualcosa.


Esiste una ragnatela più fitta di questa?


Come può una mente prendere una decisione davvero libera in un tale groviglio di vincoli? Quale autonomia le resta? Può chiedere alla proprie credenze un po’ di libertà per vivere ed esistere davvero, distinta dai grovigli del proprio pensiero vincolante? Oppure sarà costretta in ogni momento ad adeguare la sua libertà, il suo desiderio di vita, al sistema di regole, di credenze, che si è imposta?

E soprattutto, può godere di felicità e pace vivendo in questo modo?


Ora che avete sfondato il muro a testate, cosa farete nella cella accanto?

Stanislaw J. Lec


Quante credenze ci sono nella nostra mente? Di quante davvero abbiamo bisogno? Quante ne nascono ogni giorno? Quante ne accettiamo facendole diventare i regolatori della nostra vita? E quante realmente ne può gestire, accettare, affrontare una mente che vuol essere in pace?

Eppure, una volta acquisita una nuova credenza, opinione,  siamo  restie ad abbandonarla. La carichiamo nella nostra mente ed essa crea un nuovo vincolo, una nuova risposta condizionata.


Dovremmo forse vivere senza credere in niente?


Le credenze sono essenziali. Ma è meglio se rimangono tali, credenze essenziali. Invece proliferano a dismisura. Dal nucleo originale si originano migliaia, milioni di credenze nell’arco di una vita, di tutti i tipi, abbracciano tutta la nostra esistenza, tutti i campi, in una morsa soffocante.

Si lotta per esse, a volte senza utilità alcuna, ma ci struggiamo nel difendere le nostre credenze, temendo un futuro in cui esse non saranno più accettate. Siamo disposti al conflitto per difenderle. La credenza allontana le persone, le divide, genera astio, risentimento, divisione e stanchezza. La credenza, non quella essenziale, necessaria, ma quelle molteplici verità che abbiamo sintetizzato nella nostra mente sulla base di infiniti discorsi, esperienze, paure, successi e fallimenti, sono la causa prima della nostra fatica di vivere con gli altri. Non significa che dobbiamo accettare credenze altrui, anzi, ma le stesse nostre credenze sono un impedimento, un vincolo che inevitabilmente porta a forme di attrito, e che non può essere in alcun modo risolto, finché sussistono.


Ci siamo abituati a credere a tutto quello che pensiamo. È un errore.

Spesso ciò che pensiamo non è reale.

Wilfried Reiter


Ma la lotta va ben oltre. Noi lottiamo contro le stesse credenze che sono in noi. Ci si sforza di farle sussistere insieme, conciliarle, adattarle ai tempi, rinnovarle.  Si lotta ma le si tiene strette. Le si difende. Anche quando ciò che è ci mostra che non è possibile difenderle. Entrano in competizione con i nostri sentimenti, la nostra anima, fra loro, tutte cercano un posto nella nostra mente e nel nostro cuore, ognuna vuole di prevalere sulle altre, generando infinita confusione e vincoli, definendo una personalità, ma al tempo stesso vincolandola, impedendole di essere quello che vuole essere e di vivere quello che vuole vivere.


La credenza è la griglia all’interno di cui ci costringiamo a vivere.


Cerchiamo di costruirgli una casa, una gerarchia in cui tutte possano convivere senza gettarne fuori alcuna. Lavoriamo, ci affatichiamo, esistiamo per le nostre credenze, per la loro manutenzione. Ma loro ci restituiscono il frutto sperato?

Le credenze dividono. Le persone, i popoli, le culture, certo, generano conflitti, intolleranza e  guerre senza fine. Ciò che esce dallo schema della credenza viene immediatamente avversato. Ma scindono anche l'identità e la mente in tante parti contrapposte e spesso inconciliabili, sovraccariche.


E’ possibile vivere credendo in poche, pochissime cose essenziali e lasciarsi per il resto  liberi?


Non mutare convinzioni, non sostituire una credenza all'altra, ma essere, davvero, interamente liberi. Coltivare solo il centro della propria credenza come un fiore abbeverato dall’acqua di cui gode appieno, senza disperdere il tutto in migliaia di rivoli vani, stancanti, fuorvianti, infruttuosi. Andare incontro alla vita con la propria identità ma come se fosse in ogni momento nuova. Godere di una mente libera e in pace.

Accostarsi a ogni cosa come se fosse la prima volta, attimo per attimo, gioirne senza che ci venga a noia, senza i condizionamenti del passato. Allontanarsi dalla trappola cumulativa che crea la barriera tra sé stessi e la realtà della propria vita.

E’ possibile?

Al prossimo post



I metodi possono essere un milione e più. Ma i principi sono pochi.

Afferra i principi e sceglierai con successo i metodi.

Ralph Waldo Emerson


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mercoledì 10 novembre 2010

VIVERE SENZA SFORZO - PARTE NONA



Comprendi quando hai la consapevolezza di te stesso in azione.

Jiddu Krisnamurti


Come raggiungere lo stato di comprensione, consapevolezza, vita senza sforzo?

Valuta opportunamente i tuoi pensieri. In ogni momento, quando ti accorgi che qualcosa ti turba. Dov’è andato il tuo pensiero? Perché è lì? Ce l’hai inviato tu in quel luogo o è andato da solo? Osserva il tuo pensiero, senza raggiungerlo. Se lo fai, svanirà il pensiero stesso, si dissolverà come neve al sole. Basta che tu decida di osservarlo. E che, soprattutto, rinunci ad adagiarti in esso. Sii spettatore del suo errare, renditi conto che la mente è andata via e cerca di attirarti nel suo pensiero. Impara la disciplina. Non ti affaticherai, anzi rinunciando a seguire il pensiero risparmierai tutte le energie altrimenti spese nell’inseguire il suo vano errare. Sperimenterai il primo passo della pace, piccolo forse, ma ti sembrerà enorme: osservando i tuoi pensieri essi si dissolveranno, e tu sarai libero. Per un minuto, un’ora, non importa. Lo sforzo non avverrà.

Osservati mentre agisci. Segui i movimenti dei pensieri, e dei sentimenti. Quando hai raggiunto la consapevolezza di tali movimenti ti accorgerai di dove vivono abitualmente la tua mente e i tuoi sentimenti, le tue passioni. Avendolo compreso, avendo visto dove stanno vivendo, potrai decidere se quello è il posto in cui hai deciso che vivano, oppure se la tua mente e i tuoi pensieri e sentimenti in realtà non ti appartengono e, sfuggiti al controllo ti obbligano ad inseguirli. Non temere di dire “no, non vi raggiungerò”. Lascia che spariscano, accetta il senso di vuoto, che poi è libertà. Decidi tu dove devono andare la tua mente e i tuoi sentimenti. Come? Semplicemente, non accompagnarli.

Se, al contrario, ti adagi nel pensiero, allora diventate una cosa sola, lo raggiungi, ed entri nella condizione di turbamento che è sforzo di vivere.


Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti.

Theodore Roosevelt


Comprenderai che il processo di pensiero (che comprende anche sentimento e azione) si basa su un’idea di divenire. E questa sorge quando c'è senso di insicurezza, che a sua volta emerge quando sei consapevole del vuoto interiore.

Se sei consapevole dei processi di pensiero e sentimento ti accorgi dell’esserci una costante battaglia, che consuma le  tue energie, il tuo spazio mentale, sempre. Non può entrare quello che decidi tu finché la mente se ne va senza disciplina. Ma disciplina non vuol dire sforzarsi per farci entrare quello che voglio, al contrario, vuol dire rifiutare di adagiarsi in quello che non ho scelto.

Osserva i tuoi pensieri.

Prenditi il tempo.

Scoprirai l’esistenza del tuo sforzo quotidiano, logorante, per cambiare, trasformare ciò che è in ciò che non è.


Non riflettiamo mai abbastanza su quanto piacevole è non chiedere nulla.

 Seneca


L'incapacità di accettare ciò che è e di viverlo, la sconfitta preventiva: “non riuscirò mai a vivere ciò che è, devo per forza di cose trasformarlo in ciò che non è, altrimenti... Il giudizio, la valutazione, il continuo soppesare tutto, distinguendo ciò che secondo noi deve essere da ciò che non deve essere; il come va dal come dovrebbe andare.

Come si potrà mai avere pace, essere felici in questo modo? Eppure tutti pensano di riuscirci.

Una vita passata così, con il corpo in ciò che è e la mentre proiettata nel ciò che non è. La sofferenza dell’eterna differenza tra i due.

Sofferenza che scompare se presti attenzione alla tua mente, se entri in quello stato magico del ciò che è.

Solo se sei consapevole della tua inadeguatezza, mancanza, povertà, incapacità, e alla fine, umanità, e convivi con essa senza infingimenti, accettandola, scopri la straordinaria tranquillità. Tranquillità non costruita, artificiale, ma che accompagna la comprensione di ciò che è. Solo in questo stato di tranquillità troverai ciò che hai sempre cercato: il vivere, senza sforzo.


Prima del risveglio tagliavo legna e portavo acqua; dopo il risveglio tagliavo legna e portavo acqua.

Proverbio Zen




lunedì 1 novembre 2010

VIVERE SENZA SFORZO - PARTE OTTAVA




Con il piacere di vivere la vita è una bella avventura.


Senza il piacere è una lotta per la sopravvivenza.

Alexander Lowen


Abbiamo scritto che lo sforzo esiste finché cerchi di fuggire la solitudine, il vuoto interiore, il senso di fallimento e inadeguatezza. Il senso di abbandono e di incompiutezza. Più cerchi di sfuggire più realizzi la profezia dello “sforzo di vivere”, dell'inutile tentativo di “esistere”, di esserci. La vita si riempie di sforzi, sforzi, sforzi… che sono appunto solo sforzi. E' lo scudo contro il vuoto della vita, da tenere sempre alzato, se il braccio si stanca la lama colpisce e il vuoto riappare.

Ma poniamo che ti fermi ad osservare la solitudine, abbassando lo scudo e lasciandoti colpire; che accetti “ciò che è”, senza evitarlo; che superi la paura entrando nella realtà delle cose, uscendo al tempo stesso dalla “rappresentazione” che la mente ne compie. Cosa succede allora?


Succede che la lotta è terminata. Stai realizzando lo stato dell’essere in pace.


Quando hai comprensione di “ciò che è” (vuoto, inadeguatezza interiore ed esteriore), quando vivi con questa inadeguatezza e la comprendi, ecco realizzarsi la realtà creativa, l'intelligenza creativa che sola porta felicità. 

E scopri che  “l'azione”, come la conosciamo, non è in realtà azione: è reazione. Crediamo di agire, ma stiamo solo reagendo alla nostra paura, al senso di insicurezza, all’inadeguatezza, alla solitudine, al senso di mancanza e di vuoto, di incompletezza. Non siamo noi in realtà a condurre i giochi, ne siamo condotti. Crediamo di essere i protagonisti della nostra vita e delle nostre scelte, ma stiamo solo reagendo con la negazione incessante, forsennata, di “ ciò che è”, con la lotta per trasformarlo in “ciò che non è”. E' il tentativo di evitare, smentire la realtà.

Ma quando entri nella consapevolezza del vuoto senza alternative che accompagna la tua vita, qualunque vita, senza condannare o giustificare, allora, nella comprensione di ciò che è, ecco realizzarsi l'azione, e tale azione è l'essere creativo.

l’essere creativo è il magnifico costruttore, in grado di edificare davvero una vita di gioia e successi, non tramite lo sforzo, ma con l’applicazione di sé stessi alla realtà che ci circonda. Ovvero, non ha bisogno di cercare i materiali fuori di sé per essere felice, la persona creativa fa fiorire al di fuori di sé i materiali che già vivono dentro di sé e li trasforma in realtà.
   

Non viviamo mai ma speriamo di vivere e, preparandoci sempre ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali.

Blaise Pascal


Come raggiungere tale stato di comprensione, consapevolezza, vita senza sforzo?

Al prossimo post

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