Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

martedì 29 maggio 2012

SORPRESA


Stasera è successa una cosa strana: ho guardato un programma sulla TV di un amico, dopo cinque anni, e l'ho trovato migliore dei contenuti in internet.

E' la TV che ha migliorato la sua qualità o internet che si è appiattito con il moltiplicarsi dei contenuti, è diventato un luogo "connettivo", di scambio, di chiacchiere, ma non più davvero "informativo"?

Sto seriamente pensando di riprendere a guardare certi programmi, e abbandonare la rete.

Oggi, al lavoro, una ragazza mi mostrava come si teneva in contatto con amici su facebook per sapere cosa stava succedendo nelle zone interessate dal sisma. "E' tutto qui?" pensavo, si usa la rete per qualcosa che qualunque radio giornale può dirti senza bisogno di tutto quel marchingegno? E' tutto qui quello che si sta creando, duplicare le informazioni degli altri media, aggiungendo una quantità folle di opinioni personali e chiacchiere? Davvero la rete è "quello che c'era prima" più le chiacchiere? Davvero ci sono cose nuove ma perse nel mare magnum degli scambi telematici. E quanto costa in termini di tempo andarsi a cercare una notizia nuova e vera nella folla di informazioni inutili?

Erano cinque anni. E una trasmissione che avrei disprezzato in altri tempi sembrava un gioiello rispetto a ciò che vedo di solito, guardo di solito. Viene davvero da interrogarsi, da chiedersi se siamo in grado, aziende ed utenti, di creare qualcosa di bello e nuovo, di migliore, oppure se conviene tornare ai sistemi collaudati.

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martedì 22 maggio 2012

DECRESCITA CONFUSIONALE


Parlavo con un amico un po' scoraggiato, vorrebbe vivere un tipo di vita più sano più "in decrescita", ma si rende conto che a parte spendere poco o niente non ha nulla da offrire ad un mercato, nessuna attività creativa che gli possa portare un seppur minimo reddito, invidia quelle persone che riescono invece a sfruttare i loro talenti trasformandoli in benefici anche economici. Mi ha detto che non riuscirà mai a fare "come loro", a "decrescere".

Il suo discorso all'inizio non l'ho compreso, poi ho capito perché: io ho una formazione economica e lui no. Lui vede al centro del suo sistema di riferimento delle persone che sono riuscite a fare di sé ciò che desiderano in modo libero, autonomo. Però gli ho detto che lui non vede a mio avviso l'essenziale. Ovvero: non sono persone "libere" che fanno affari con le proprie attitudini; al contrario, sono persone portate per il "business", vendere un prodotto, un servizio, sé stessi, un logo un'immagine, che grazie a questo possono essere "libere".

E' molto importante per me, per evitare mistificazioni illusorie, comprendere quella dinamica che gli sfugge: il mio amico non è "meno libero" di altri, è che non è e non sarà mai un imprenditore, una partita IVA. non ne ha le attitudini, le capacità relazionali, la capacità di "vendere/vendersi". E' un uomo meraviglioso, sempre disponibile, con cui è un piacere stare a contatto, ma non è nato per fare soldi in un mercato.


E confonde una capacità di fare soldi, che procura libertà... Con una mancanza di libertà.

sono cose diverse.

Non sono le persone "più libere" che riescono a guadagnare con il lavoro che hanno scelto, ma i migliori "imprenditori".


Quando uno si definisce "più libero" perché guadagna come ha deciso, occorre ricordarsi che quello è un frutto della capacità di fare soldi in proprio. Non è più libertà "dentro", quella è il frutto di un'abilità economica. Se uno nasce con la capacità di creare prodotti o servizi e venderli, o riesce economicamente a farlo, potrà poi decidere il suo percorso, continuare a fare soldi lavorando ventiquattro ore al giorno, oppure dedicarsi ad altro sfruttando comunque i risultati della sua attività imprenditoriale, continuando a "vendere" qualcosa e garantendosi un introito.

Quello che mi ha stupito è che l'aspetto economico della situazione gli era totalmente sfuggito: non aveva neanche fatto caso a questo, che le persone che pubblicizzano un modo di vivere definendosi "libere", in realtà hanno creato un mercato di quel modo di vivere. E' quello il giunto, il punto di svolta, quello che permette un successo da presentare al pubblico, al consumatore, Niente di male, è un prodotto come un altro. Il problema è che al mio amico sono venuti i complessi solo perché non ha quelle abilità di mercante. Si sentiva meno libero, incapace di essere libero per questo, pur essendo una persona dotata di capacità e di modestia, non aggressiva, e secondo me profondamente libero dentro.


La storia è piena di artisti, scienziati, divenuti miti eppure morti in miseria.

Erano profondamente liberi, ma non erano brave partite IVA.


Morti loro, imprenditori più capaci, con le loro stesse opere, hanno raccolto somme favolose. Chi era libero, il creatore morto in miseria costretto a lavorare tutta la vita, o il sagace mercante capace di far fruttare il talento di altri, e poi magari di ritirarsi a godere dei frutti?

Ecco, il bravo mercante crea uno schermo, è fondamentale, fa scomparire l'aspetto economico, il denaro, la vendita, dalla presentazione del prodotto, mai parlare di prezzo, parlare di libertà, di indipendenza, di autonomia, di creatività, di ciò che si vuole. Far sparire il denaro per presentare un ideale più alto. Ma in realtà, il denaro c'è ma rimane dietro, ed è quello che finanzia la libertà "venduta", "pubblicizzata" come prodotto.

E magari chi è libero davvero, perdendo questo passaggio fondamentale, si sente incapace, indegno. non è così, è solo che non è bravo a fare soldi, né a vedere davvero ciò che si cela dietro.

Dopo questa spiegazione il mio amico ha ripreso il suo classico, dolcissimo sorriso. Per tarpare le ali ad un uccello bello ma ingenuo, basta dirgli che non sa volare se non si posa sul sole.


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giovedì 17 maggio 2012

DECRESCITA MIRACOLOSA




Pubblico due commenti che ho lasciato sul blog di Sting, Vi invito a leggere il suo articolo e i vari interventi prima di continuare...

http://sting10.wordpress.com/2012/05/16/la-decrescita-e-la-vera-crescita-alcuni-esempi/


Primo commento:

"In Grecia decrescono. Affondano. Credo che non ci sia più bisogno di parole ma di molta osservazione perché le cose stanno succedendo davvero. Forse possiamo prevedere un possibile futuro nostro guardando il presente degli altri.

Anche la Spagna decresce. Abbassi il minimo salariale e la decrescita è fatta, di certo consumi di meno. Tagli sulle pensioni e i vecchietti non comprano più niente.

A Sesto San giovanni abbiamo l’area industriale dismessa più grande d’Europa. Decrescere è semplicissimo: basta non fare niente. In questo periodo storico basta non muoversi e si è in decrescita, industriale, economica, personale, collettiva e demografica. Nonché morale e spirituale.

Conviene imparare a conviverci perché è un cancro e non andrà via, non si torna indietro, non è possibile. Tanto durerà poco, circa cinquant’anni, il tempo previsto per la disintegrazione demografica stando ai dati attuali, morte per assimilazione, dato che non ci saranno un numero sufficienti di bambini per portare avanti l’italico vessillo.

Al tempo stesso l’area asiatica crescerà in un modo che per noi risulta inconcepibile ed è probabile che molti giovani si trasferiranno lì e riprenderanno quelle Little Italy che già esistono in tutta Europa e negli USA. La storia non è una linea, è un ciclo. Sappiamo già cosa succederà, ammesso che il pianeta contenga le risorse per quei due e più miliardi di asiatici che vogliono vivere come gli europei."


Secondo commento:

"Beh...

io non prendo la metro, prendo due bus tutti i giorni e due bus più la metro il venerdì pomeriggio. 65 minuti di viaggio, non mi pesano, con gli mp3 mi istruisco nel viaggio. sarebbero 45 minuti in auto. E' questa decrescita? Tutto qui? Sono andato in un locale una volta in dieci anni, tre volte in pizzeria, quasi zero spese. Tutto qui? 

La mia famiglia ha sempre vissuto così, viveva a Parigi. E' così che si ottiene qualcosa? Che cambia il mondo? Non sono io che pratico l'austerità, sono almeno la n-esima generazione che la pratica. Abbiamo sempre vissuto così. Sappiamo ciò che è e ciò che non è, cosa può dare e cosa non può dare, cosa può fare e cosa non può fare. E posso anche parlare dei risultati e dei bilanci che tracciano persone che sono sempre vissute nella "decrescita", nell'austerità. 

Appunto perché la conosco bene so' che non può offrire quello di cui parli, a livello collettivo. E' un modo di vita che appaga chi vi è portato, basta. E' sufficiente un po' di fortuna in più o in meno e lo spendaccione "crescista" si ritrova con gli stessi benefici di un risparmiatore indefesso, per fare un esempio. E Latouche sarò un grande teorico, un grande studioso di società tribali, ma non è portato per soluzioni reali, pratiche, ciò di cui parla, e che non conosce perché non è la vita che lui ha vissuto, sono teoremi. 


La decrescita non va capita, va applicata e per applicarla sono sufficienti dieci minuti: decisione-azione-stop, si passa ad altro. 


Altrimenti non è decrescita, ma moda, si perde più tempo a parlarne che a farla. 

Adesso non mi dilungo in considerazioni sulla struttura economica del Paese, ma ciò che permette di "non affondare", non è la crescita o decrescita ma, come insegna la storia delle grandi crisi, soprattutto quella del 1929 negli Stati Uniti, la fortuna. Basta un niente. So di cosa parlo, ho lavorato due anni per scrivere una tesi sui sistemi di sicurezza sociale, 500 pagine: la fortuna in periodi di crisi non solo permette di superarla, ma in alcuni casi di uscirne arricchiti.

E' difficile da accettare l'impotenza, perché si può operare tutta la "decrescita" che si vuole, ma basta un soffio. Anche nelle società più povere, ciò che segna lo spartiacque tra lo sprofondare e il sopravvivere sono i casi della vita. Un "caso" val più di diecimila elucubrazioni. Infatti sono convinto che "decrescita" ha senso solo se è un atto spontaneo, magari calcolato, ma poi si fa e basta, non ci si pensa più e si cerca altro. Se il concetto si cristallizza, perde qualsiasi utilità, si crede che abbia poteri taumaturgici o di modifica dell'assetto sociale, mentre l'unico potere del concetto è... il piacere di operarlo, di vivere come si è deciso.


Crescita non assicura niente. Decrescita non assicura niente. Vivere come si è deciso di vivere, oggi, assicura piacere di vivere, oggi.


Accettare la realtà e vivere in armonia è un passo successivo ma appartiene alla saggezza, non a concetti, in fondo, dal punto di vista del benessere,  sterili e futili come "crescita" o "decrescita". Queste hanno senso come "azioni" quotidiane, si spera naturali, a volte difficoltose; per vivere davvero bene, entrambi questi concetti devono essere abbandonati: io prendo l'autobus ma non mi porto l'autobus a casa, né penso all'autobus quando sono sceso. Ecco, l'autobus mi serve, ma basta, è tutto lì, crescita e decrescita hanno senso solo se si segue lo stesso principio, scendi dall'autobus, dall'azione e la dimentichi. Passi ad altro.


Quali saranno i risultati del tuo agire? Quelli che tu stesso hai scelto, perché è una libera espressione di volontà. 


Può andare benissimo o malissimo, ma sarà ciò che si è scelto, ciò che si é. Una donna oggi scegli il marito che vuole, magari povero e ubriacone, ma è la sua scelta. Magari rifiuta il ricco o bravo ragazzo che non l'attrae, ma è la sua scelta. Potrà pentirsene ma è la sua scelta e vuole avere il diritto di esercitarla, anche sbagliando, anche rimettendoci, perché in cuor suo preferisce rischiare che scegliere un'infelità probabile, percepita. "Crescita" e "decrescita" è lo stesso. 

Non è tanto la decisione che si prende quanto l'essere pronti a pagarne il prezzo. Se si è pronti a pagare il prezzo, allora la decisione presa è sicuramente giusta, comunque vada.



martedì 8 maggio 2012

SUI GIORNALI


Ho letto un breve trafiletto qui:

http://nottebuiasenzaluna.wordpress.com/2012/05/08/25775266/

Viene attaccato un certo giornale per il modo in cui si pone, ho voluto scrivere un commento che riporto integralmente:


"Ciao,

però non comprendo il motivo per cui in mezzo al disastro editoriale italiano "Il Fatto..." debba rappresentare un'eccezione, dato che, se ho ben compreso, tra tutti i giornali blasonati è cmq quello che ha un po' di ritegno in più. O forse non ce l'ha, ma non cambia tanto. Si vuole punire una condotta ritenuta ipocrita? Si può fare, certo, ma qual'è l'utilità, dire che è un giornale come gli altri? Bene, possiamo dirlo, forse non è vero ma poniamo che lo sia, e allora?

Per un fruitore di informazione, per un cittadino, sapere che "Il fatto quotidiano" è un giornale come gli altri, cosa lo spingerà a fare? A non abbonarsi più? Bene, magari sceglierà "La Padania" o "Il Giornale" o "Repubblica" o "Libero" o l'"Unità", macchine per fare soldi (perdere soldi sul mercato e recuperarli con i contributi pubblici). Oppure smetterà proprio di leggere e guarderà le TV dell'ex. premier oppure del magnate australiano che si diverte a spingere tutti gli stati alla guerra, oppure si convertirà alla radio ove gli interventi scomodi vengono subito censurati. 

Non so se mi spiego. Tutti hanno scheletri nell'armadio, si possono tirare fuori, ma cosa facciamo, buttiamo l'armadio? Io per la verità l'ho fatto dato che non ho la TV, non compro giornali e seguo solo trasmissioni selezionate in podcast, moltissime estere, ma ciò richiede uno sforzo che l'italiano medio non può permettersi, se non può fidarsi di nessuno, semplicemente delegherà le sue scelte al potere di turno, qualunque esso sia, tanto sono "tutti gli stessi".

Credo che l'Unità sia il giornale che riceve più contributi per l'editoria in Italia, ma chi lo legge? Posso assicurare che sono tantissimi anni che non vedo qualcuno con quel giornale sotto il braccio, avrà i suoi lettori, ma non è giustificata la sua alimentazione forzata a suon di euro. E la famiglia che era tra i proprietari possedeva anche "Il Riformista" e "Libero", così realizza la "par condicio", rappresenta un po' tutti e becca soldi bipartisan. E ci si lamenta del fatto che un giornale censuri i commenti.

Ma chi l'ha detto che devono esserci commenti? Perché uno deve commentare? Cos'è un bisogno fisiologico, leggo qualcosa e devo puntualizzare? Un giornale è un prodotto commerciale, lo prendi o non lo prendi, accetti o rifiuti, lo divulghi o lo getti nel cestino della carta straccia, ci incarti il pesce, spegni il computer così non lo vedi, ma questa esigenza che ognuno deve dire la sua è informazione o voyeurismo, pettegolezzo da strada? Ma a cosa si vuole partecipare, alla notizia, all'articolo, ma davvero non se ne può fare a a meno, davvero si sente ormai il bisogno di partecipare ad una cosa così inutile come il commentario su un articolo, in cui ciò che una volta veniva pensato dell'articolo stesso adesso viene riversato in rete creando un prodotto proprio brutto, illeggibile. Non credo che sia una vetrina in cui esibire la propria erudizione, il proprio sapere, la propria opinione, a costo zero. Una volta per farlo, si diventava giornalisti, si entrava in politica, si lottava, si compiva un percorso di lotta che durava anni ed anni e spesso si falliva. Oggi mi aspetto che un giornale a tiratura nazionale, commerciale, debba pubblicare ciò che mi passa per la testa, e senza censure.

E, peggio, se qualcuno racconta che si è un "giornale libero" e che tutti sono invitati a partecipare, ci si crede pure. Ora, io comprendo che la soglia di vaglio critico sia ormai sprofondata sotto il tacco, credo a ciò che voglio credere, ma a mio avviso ognuno che crede di avere le competenze per commentare un articolo deve anche avere la capacità di distinguere l'annuncio propagandistico-pubblicitario, che è semplice esagerazione, dalla realtà. L'invito ad esprimersi è come il gioco a premi di una volta con cui si invogliava il pubblico riluttante a partecipare, ma un giornale non è in realtà fatto per partecipare, è fatto per essere letto. Se uno vuole leggerlo.

Una volta si prendeva il giornale, ci si iscriveva al circolo, e lì si dibatteva. Adesso il circolo s'è virtualmente spostato all'interno del sito del giornale stesso. Non è un progresso, ma un abbrutimento della reale partecipazione democratica, che si è spostata sulla tastiera del PC di casa, e guai a non prendere in considerazione quello che esce da quei tasti massacrati. E' il pettegolezzo moderno, ma cosa c'entra con la lettura, la critica, l'introspezione, la ricerca, l'azione? Nulla. 

Distruggere un giornale è semplice, basta non leggerlo. Se un editore è tanto in gamba da attirare frotte di lettori vuol dire che ha un grande talento in fatto di marketing. Se ci si schiera palesemente contro, è tutta pubblicità, la creazione di fazioni opposte costrette a schierarsi, il bussiness vive di contrasti, i giornali muoiono non perché criticati, ma in quanto ignorati, oppure a seguito di scandali così gravi che rendono intollerabile la loro stessa esistenza, com'è successo in Inghilterra ad uno dei tanti giornali del magnate australiano. Ma siamo  lontani da questo, siamo al mantenimento con l'interesse morboso di un sistema editoriale che sarebbe già dovuto crollare da molto tempo, da solo. Ma se il venditore è bravo, onore al merito, continuerà a vendere copie, in barba alle reazioni dei suoi contestatori, che dovrebbero aver di meglio da fare che alimentare il gossip editoriale. "

domenica 6 maggio 2012

SUI LIBRI


Pubblico una mia (lunghissima) risposta al post di Carolina di “Sotto i Fiori di Lilla”, lo trovate qui, da leggere prima di proseguire:

http://www.sottoifioridililla.com/2012/04/librinnovando-day-after-e-il-live.html


“Ciao, bellissimo post.

Premetto però che è un'istantanea di una situazione, ma nel mercato librario non ci sono istantanee perché nel nostro paese ci sono medie molto strane sull'editoria, quindi non è possibile realizzare una foto che abbracci tutto il panorama.

Mi spiego meglio:

L'italiano legge poco, in media. In realtà legge niente. Però c'è una percentuale di "buoni lettori" che alza la media. Quindi parliamo di tutto il mercato, o solo di coloro che acquistano i libri?


Ma poi i libri acquistati li leggono?


Argomento credo interessante perché la potenza di fuoco del marketing è tale che ho visto spesso libri mai letti, nuovissimi, in bella mostra. Ho visto donne al centro commerciale mettere in borsa mentre passano il super-erotico-pruriginoso-libro di una diciottenne che ha fatto scandalo ed è stata ospitata a un sacco di trasmissioni, dopo le 21.30, così la fascia oraria protetta è salvaguardata.

Donne che mettono in borsa il libro situato vicino alle casse come la mia nipotina infila in bocca i kinder mentre passa, uguale. Magari la mia nipotina sputa mezzo kinder, magari l'efficiente donna ben vestita sputa mezzo libro. Però era lì in testata di gondola (linguaggio tecnico da centro commerciale-marketing oriented) che un altro po' ti cadeva addosso e il movimento del polso prendo e infilo nel carrello era d'obbligo.

I più grandi lettori spesso sono pendolari che si annoiano sul mezzo pubblico, alcune mie amiche leggono tantissimo per strada, però la spesa è ingente e si ricorre o al prestito di amici o alla biblioteca, altrimenti diventa una tassa. Parlo di chi legge davvero, ovviamente, tanto, in questo caso ci si procura ciò che è disponibile, prima di ciò che si è scelto. Se l'amica o la biblioteca hanno un testo e non un altro, si prende quello.


Se non si costringono bambini, ragazzi, studenti a leggere-comprare quintali di libri, l'editoria è morta.


Adesso non ricordo dove, ma ho letto una stima secondo cui il 50% del mercato librario non è "libero" ma "forzato": devi leggere perché l'istituzione (qualunque sia) lo richiede. Si potrà forse scegliere il mezzo su cui leggere, libro, lettore e-book o fotocopia, acquisto o prestito, ma è comunque una forzatura che poco ha a che fare con un mercato "libero" e una "libera scelta". Io mi sono laureato in Economia, alle elementari avevo un sussidiario e un libro di grammatica. I bambini di oggi sono curvi sotto il peso dei tanti, troppi, libri.


Se si sospendono i contributi e le agevolazioni all'editoria il mercato editoriale è morto.

Più che preoccuparsi di copie vendute i giornali fanno politica per esercitare la giusta pressione, assicurarsi il corretto flusso di finanziamenti pubblici.


Questo per dire come, prima di parlare della scelta di modalità e del prezzo di lettura, occorre capire se si è davvero liberi di scegliere qualcosa e che cosa. O se sono scelte finte. Perché se è così, non c'è adesione, non c'è passione, non interessa nessuno, ci facciamo trascinare dalla moda, dal "mercato" che non è un mercato dei libri, ma puro marketing applicato al libro, come viene applicato al detersivo e quindi uno prende ciò che "lava più bianco" perché la pubblicità è più convincente.


Qual'è il prezzo corretto di un e.book?


Per uno che non legge mai 10-15 € , tanto non legge mai o una volta l'anno. Può anche scegliere di non comprarlo. Per uno costretto dalla scuola a comprarlo, per la sua famiglia?

Per uno che ha dimestichezza con i sistemi informatici qualunque prezzo va bene, tanto non lo compra e se lo procura in rete. Per uno che ha la biblioteca sotto casa idem. Per uno che ha dimestichezza e conosce l'inglese o altre lingue, non lo compra neanche morto, lo legge in lingua originale, gratis, scaricabile in rete, basta un (ottimo) lettore e.book da 100 €, come il Kindle, e qualche conoscenza informatica.

Solo una nota sullo scaricare in rete e la cosiddetta “pirateria”. Una volta un intelligente imprenditore mi disse che se metti il telefono sotto le mani della segretaria non puoi sperare che non lo usi qualche volta per chiamare casa. E' un “abuso” in orario di lavoro, ma sarebbe folle non tollerarlo, gli hai messo il telefono in mano. E se hanno venduto un'auto che raggiunge i 200 in dodici secondi ma il limite di velocità è 90 km/h, non ci si può aspettare che non vi siano infrazioni al limite di velocità. Non ci si può aspettare che una persona non schiacci impercettibilmente il piede e superi i 90.

E se c'è la raccolta differenziata, per quanto uno si impegni, non ci si può aspettare che ad un certo punto, magari stufo, non butti la carta nel secco, le scorze della noce nell'umido e così via. E' un attimo. Non parliamo poi di tangenti, favori, piccoli e grandi abusi, piccoli e grandi privilegi, quando ti trovi in una condizione in cui non devi fare niente per ottenerli, neanche dire “si'”, devi solo accettarli. Allo stesso modo la tecnologia, la società, la burocrazia, le amicizie, ci mettono in condizione di ottenere delle cose senza praticamente fare niente.


Adesso parliamo di libri.


Per i classici, quelli il cui autore è deceduto da più di cinquant'anni non c'è problema in quanto è decaduto il diritto d'autore, quindi l'opera è liberamente fruibile. Un'eccezione deriva dalla cosiddetta “Legge Topolino”, introdotta per proteggere la Disney contro la scadenza dei propri marchi, che dovrebbe aver allungato la durata del diritto negli USA, non so in Europa. Però per questi libri con diritti decaduti, presenti in rete, non c'è problema se vogliono essere scaricati.

Per altri, protetti dal “diritto d'autore”, la quale probabilmente protegge le Case Editrici più che l'autore. Ora, come negli esempi di prima, la tecnologia, inarrestabile, fonte di lucri inimmaginabili, ha dato la possibilità agli utenti di scaricare un libro con un clic, e ritrovarselo sul computer di casa. E' il telefono che è lì per tutto, ma la segretaria non deve telefonare a casa; è l'auto che va a duecento all'ora ma la persona deve contrarre il muscolo per non schiacciare troppo il pedale, appena rilassa il piede la velocità s'impenna; per il “clic” che scarica il libro “proibito” è lo stesso. E' un “illecito amministrativo” (non penale), punibile con una multa, ma ti hanno messo nelle condizioni di schiacciare un tasto per ottenere quel libro che desideri. Ora, se una legislazione è così miope e stupida da non prevedere che in una situazione siffatta è più semplice premere il tasto “clic” che non premerlo, dopo una ricerca di meno di un minuto in rete, deve prima di tutto interrogarsi sulla propria intelligenza e sulla propria capacità di regolare in misura efficace le regole in una collettività umana. Perché in queste condizioni, quella legislazione è semplicemente impotente, stupida, e inutilmente punitiva.

Non si può chiedere una crescita tecnologica, peraltro indispensabile se non si vuol essere superati e messi di lato come inutili bradipi, e al tempo stesso non prendere in considerazione l'impossibilità di far rispettare certe regole del secolo scorso. Non si può mettere il telefono in mano alla segretaria, mentre non c'è nessuno, e impedirle di chiamare casa. Non è tecnologicamente possibile. Come non è possibile che dagli scarichi di casa esca solo acqua pulita, un po' di cloro, di candeggina, di veleni vari uscirà sempre. E la gente sprecherà l'acqua per farsi lo spazzolino, perché basta alzare l'asticella per farla scorrere. E' un attimo. Ciò che limita il click-procura libro" è la necessità di un supporto fisico. Ma poi quel libro scaricato verrà letto?


Il supporto


Per il supporto: anche qui, ci sono "tradizionalisti" che vogliono la copertina vecchio stile, il profumo di carta e tutto? Oppure accettano i lettore e.book, oppure hanno la fotocopiatrice dell'ufficio a disposizione? Dipende. 



Il prezzo


Il prezzo giusto per un e.book per me è zero. Non li voglio se non gratis. Ci sono milioni, non esagero, milioni di libri gratis in giro, testi millenari, ultime uscite, c'è più domanda che offerta, perché devo pagare quando c'è un oceano di roba di qualità certificata che mi aspetta, che succede se non li leggo, muoio? Divento ignorante? Mi mancherà qualcosa? Diverrò povero per mancanza di cultura?

Che succederà se rifiuto di scucire un centesimo per quel libro? A meno che la pubblicità non mi freghi di nuovo, oppure non trovi davvero un libro diverso dagli altri in grado di cambiarmi la vita. Succede, una volta ogni cinque-dieci anni, ma poi basta, tutto qui.


Per: “la scuola e i benefici tratti dalle tecnologie digitali?”


E' l'ultimo dei problemi della scuola. E' morta. Se solo riuscisse a trasmettere il patrimonio umano, educativo, senza neppure pensare agli e.book, avrebbe assolto nel modo migliore il suo compito, ineccepibile. Ho insegnato in una scuola, corsi speciali di francese per studenti dotati, progetto dell'Unione Europea. Chiesi al preside il permesso di usare 21 personal computer nuovi che marcivano inutilizzati, con programmi di lingue appositi, non per insegnare qualcosa davvero, ma i ragazzi, 12-13 anni lo avevano chiesto, ed erano così bravi, ho promesso mi sarei interessato. Vado dal preside, gli chiedo di usare la "sala macchine".

"No"
"Perché no? I PC sono lì inutilizzati"
"L'altra volta se n'è rotto uno"
"Sono fatti per essere usati e rompersi, diventeranno cmq obsoleti nel giro di un anno"
"Deve esserci un docente che controlli che i ragazzi non portino danni alle macchine"
"Beh, mettiamoci un docente che controlli i ragazzi mentre io faccio lezione"
"No"
"Perché no, mancano i docenti?"
"No. E che devo chiedere ad un docente di fare lo straordinario. Ma per farlo devo trovare una posta in bilancio che per adesso non è prevista. Dovrei quindi apportare una modifica in bilancio."

Ora, se la scuola non è in grado di utilizzare ciò che ha, perché preoccuparsi di farle utilizzare ciò che non ha? Deve prima rispondere alle attese dei genitori in termini molto più semplici. L'e.book è un giocattolo. Ai miei tempi a fine anno vendevo i miei libri a metà prezzo ai ragazzi del corso successivo. Solo che cambiano impostazione al libro ogni anno costringendo all'acquisto del nuovo. Il racket del libro. E se poi la piovra si estende agli e.book?


L'autopubblicazione è un pro o un contro dell'editoria?


Beh, il business è di chi stampa il libro facendolo pagare, non dell'autore. Non è una casa editrice on line, è una tipografia on line. Un libro si vende per la promozione che se ne fa, lo dice uno che si è fatto fregare tre anni fa l'ultima volta, ho comprato un libro, cercandolo, causa martellante promozione radiofonica. Dentro non c'era "niente". Se hai il marketing vendi, altrimenti niente.

Anche i libri di grande successo, quelli col "passaparola" devono comunque avere un minimo di entratura, una casa editrice anche piccola che ci creda, che lotti per te. L'autore da solo non può far nulla, tranne che far stampare on line ciò che prima stampava il tipografo sotto casa. Occorre che qualcuno creda in te, investa su di te. In alternativa devi essere Edgar Wallace e organizzare un gioco a premi, con regalo importante per chi individua per primo l'assassino. L'ha fatto sul serio, è divenuto ricco, ma era un imprenditore, avrebbe potuto vendere non solo libri ma qualunque cosa. Scrivere lì non c'entra, è un prodotto industriale. Consiglio il libro "Editori a perdere" di Myriam Bendai - Stampa Alternativa.


"Come cambierà il ruolo delle biblioteche e quali strade si potranno percorrere per rendere questi luoghi di cultura interessanti anche per coloro che li frequentano di rado? Come rendere le biblioteche parte di una community reale e virtuale?"


Dipende da quanto investe il Comune di residenza. Le biblioteche sono luoghi così ricchi di possibilità che non occorre porsi domande, ma andare in una biblioteca che "funziona" e guardarsi attorno. Potrei stare lì dentro tutto il giorno. Libri, riviste, DVD, audio, sale, wi-fi, ricerca informatizzata, personale cortese e preparato, interrogazioni e prenotazioni tramite internet, sistema bibliotecario connesso che se il libro non c'è te lo fanno arrivare in giornata da un'altra parte, non c'è limite già adesso. Soldi pubblici spesi (bene). Nel paesino in cui vivo invece, i soldi non ci sono e non si fa niente, quindi in quella biblioteca io non vado. La domanda corretta, a mio avviso è: quanti soldi si spendono e da chi è amministrata la biblioteca? Se ci sono soldi e persone i modelli sono inutili. Se mancano soldi e persone i modelli non servono lo stesso.

Termino con le domande sull'editore e lo scrittore: lo scrittore è sempre stato sfruttato. Anche i grandi. Ma allora c'erano pochi scrittori. Adesso ci sono più lavoratori nel mondo dell'editoria che lettori. Non scherzo. Non c'è solo il libro, ma anche la radio, TV, internet, videogiochi, I-phone, you-tube, non c'è tutto questo mercato, occorrerebbe anche una seria presa di coscienza da parte degli scrittori: comprendere che anche se vuoi svolgere quella professione, magari non c'è posto per te, non è colpa di nessuno ma è così.

Mio nonno era calzolaio, costruiva da zero le scarpe, poi arrivarono le scarpe industriali e dovette cambiare lavoro. Riparò scarpe per tutta la vita, ma per diletto. Per lo scrivere è lo stesso. Non basta saper scrivere, oggi molti sanno scrivere, in modo chiaro, comprensibile, immediato. Anzi, sanno scrivere meglio gli impiegati di alcune professioni a contatto diretto con un pubblico che gli scrittori, che sono a contatto diretto solo con la propria fama e gli ambienti del marketing. E poi, il primo libro, il secondo, al terzo già non hanno più idee, il repertorio si è esaurito, l'idea è stata sfruttata, e adesso? Ripetizioni. Ma ormai sei dentro, il meccanismo è oliato, e non saranno gli e.book a rinnovarlo.


Basta vedere la furente reazione delle librerie americane contro l'accordo Amazon-Dc comics:

http://www.licensingitalia.it/news/Librerie-USA-in-rivolta-contro-Amazon-e-DC-Comics.php


Non c'è torto o ragione, è un meccanismo industriale, non artistico, la logica è industriale e sfugge al controllo del fruitore, il lettore comune. Nei paesi del nord europa, speso presi a modello, come la Danimarca, uno stato efficiente, anche troppo, pianifica l'educazione con il numero chiuso.

Così non ti ritrovi con un esubero, ad esempio, di medici e una carenza di ingegneri. Così perde lo stato a cui mancano professioni e perde la persona che non trova lavoro o lo trova sottopagato. In Italia ci sono troppi scrittori e troppi lavorano nel mondo dell'editoria. Il mondo è cambiato. Dovrebbe essere prima di tutto una presa di coscienza personale, individuale, quello che fece mio nonno che rinunciò al lavoro che aveva iniziato ragazzo, da apprendista. Ma allora, forse, erano più flessibili di adesso. ”


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