Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

mercoledì 20 luglio 2011

Dama!






Le superiori attitudini dell'intelletto riflessivo più chiaramente e con maggior pertinenza vengono messe alla prova dall'umile gioco di dama, che da tutta la vacua macchinosità degli scacchi

Edgar Allan Poe, I delitti della via Morgue


Dama italiana, migliaia di partite, regole certe, gioco lineare almeno all'inizio, numero di opzioni limitate, molti vincoli. Posso innovare ma solo fino ad un certo punto, lo schema è stringente. Se gioco molto, apprezzo e rispetto le regole, se studio il gioco divento bravo. Se divento bravo è facile accorgermene: posso perdere solo se commetto errori.


La dama è il perfetto riflesso della vita reale di una persona media.


Concentrazione mentale, rispetto delle regole, poche innovazioni nelle fasi iniziali non sono necessarie. Schema classico, regole ben comprese, assimiliate con cura, evito stupide trappole, non mi faccio fuorviare; niente distrazioni, la scacchiera è il mondo intero. Non cerco sorprese o colpi eclatanti, sviluppo il gioco. Tenuta mentale, vincoli, precisi. Io e l’avversario dobbiamo sottostarvi, nessuno muove come vuole. Come nella vita. Sempre avanti, non è previsto che la pedina torni indietro. Come nella vita.

La pedina non sfida un pezzo più forte né si avvicina troppo ad altra pedina o viene mangiata. Come nella vita. Se raggiunge l’obiettivo, se arriva dall’altra parte della scacchiera diventa dama. Lungo tragitto, periglioso, perdite e sacrifici di altre pedine. Come nella vita. Acquista i gradi, diventa dama. Acquisisce importanza, cresce, è più libera, decide se andare avanti o indietro. Adesso può sfidare i pezzi più grossi, non scappa, decide di affrontarli. Ma solo al momento opportuno, non prima o verrebbe distrutta. Come nella vitaDama adesso sta attenta ad altre dame, porta avanti un gioco oculato. Basta un errore, uno solo, per perdere la partita, per rompere il filo dell’equilibrio.


“Il giocatore perfetto è semplicemente colui che non commette errori. Se nessun giocatore commette errori la partita finisce in parità. A gioco corretto nessuno riesce a sopraffare l’altro. “

Conclusioni del progetto Chinook


I damisti lo sanno da sempre, i risultati del progetto hanno chiuso il cerchio. Software elaborato per la dama inglese, principi e risultati ugualmente validi per la dama italiana, anch’essa intessuta di vincoli. Come nella vita. Programma imbattibile, perché non commette errori. Segue delle regole e le segue fino in fondo. Ad un livello meno evoluto succede anche nel gioco del tris: se metti la croce al centro e non commetti errori, il tuo avversario non può batterti. Basterà ripetere la partita fino a vincerne una, solo una, senza errori, per vincere il torneo.

Porto avanti un gioco noioso, non spumeggiante, prevedibile ma concreto. Alla fine non perdo. Prendo il tempo necessario per ogni mossa, non mi lascio condizionare dall’impazienza dell’avversario, seguo il mio ritmo, non il suo, lo metto all’angolo. Posso vincere anche tirandolo scemo. Come nella vita. Posso vincere anche se lui, esasperato si ritira. Come nella vita. Non c’è fair play, è un gioco, ci sono regole. Non sono tenuto a far contento l’avversario, ma a rispettare leggi, regolamenti, procedure burocrazia, tempi, diritti. Come nella vita. Non do spazio all’avversario, non sono avventato, prendo il tempo che occorre. Alla fine chi ha più resistenza mentale, spirituale, vince. So che non vincerò perché sono bravo, vincerò perché gli faccio saltare i nervi, perché sarà logorato, rinuncerà, cesserà di vedere lo scopo, l’utilità, sarà stanco, desidererà essere altrove e farà quello che deve fare: alzarsi da quella maledetta sedia ed andarsene assicurandomi la vittoria. Come nella vita. Lo batterò seguendo le regole.


 “Vince chi non commette errori e continua a giocare. Si vince solo con gli errori altrui.”

Mio nonno quando mi insegnava la dama


Se non commetto errori non perdo. Che il mio avversario sia geniale o stupido, uomo o donna, più o meno preparato, che siano uno o mille, non ha importanza. Che sia bello o brutto, carismatico o insipido, è lo stesso. Se non commetto errori non perdo. Al massimo pareggio. Se rigioco prima o poi vinco. Basta vincere una volta e pareggiare le successive per vincere il torneo. Come nella vita. Non vince il migliore, il più bravo, preparato. Non vince il più intelligente, brillante, arguto.


Se seguo le regole, per quanto forti siano i miei avversari non riescono in alcun modo a battermi. Finché gioco senza errori non posso perdere. Come nella vita.  Vinco o pareggio ma non perdo. Se pareggio rigioco.


Le mie pedine sono compatte, monolitiche, non offrono spiragli. Se lascio spiragli l’avversario entra e mi sottrae una pedina. Basta questo. Rotto l’equilibrio lui conduce il gioco. Lancia le pedine, manovra in modo da far subire ugual perdite ad entrambi: ha il vantaggio di una pedina, gli basterà terminare la partita con il vantaggio di una per vincere. Mai essere in svantaggio di uno, basta quello se l’avversario non commette errori.

Strategia arrischiata, perdo la prima pedina, guardo l’avversario: è esperto. E’ finita, lo so, ha già vinto, troppi vincoli e regole. Gli do’ partita vinta. Lui è prevedibile ma roccioso, concentrato, non troverò spiragli, conosco il suo gioco prima ancora che lo metta in atto. Margini di movimento esigui, gli basta  sacrificare qualche pedina ed eliminare le mie per vincere. Tutto perché ho commesso il primo errore. Per quanta fantasia possa mettere nel gioco, se il mio avversario non si lascia impressionare e segue il suo schema senza neppure guardare il mio gioco spumeggiante, il mio motteggio, il tentativo di distrarlo con le parole, i miei repentini cambiamenti di velocità nel muovere i pezzi, so già di avere perso. Come nella vita, non posso scegliermi l’avversario. L’avversario è la vita stessa.


“Primo non prenderle”.

Nereo rocco, storico e vincente allenatore


Dama non piace a molti. Superate le prime fasi di apprendimento, mancano grandi variazioni. Gioco prevedibile, so come finirà: guardo i contendenti, valuto lo stato d’animo. Non quanto bravi, ma quanto saldi. Molte varianti inventate per rendere il gioco flessibile, attraente, imprevedibile, brioso. Ma la Dama Italiana rispecchia la vita. Vita comune, media, quotidiana, in cui sono immerso. Scacchiera stretta, troppo stretta, molti vorrebbero evadere, ma devono muoversi sulle caselle, seguire il percorso... Il gioco sintetizza l’andamento di una vita media e ripetitiva, ne è specchio fedele, contiene l’insegnamento principale: non commettere errori, non commettere errori, non commettere errori.

Chi non commette errori non impara mai? Sicuro. Ma insegna il gioco: chi non commette errori, anche se non è un genio, anche senza avere grandi attitudini, capacità, passioni, talenti, anche in questo caso una persona assolutamente media vincerà se mantiene il suo livello di concentrazione a livelli altissimi. Realizzerà il suo desiderio, se ritiene che il desiderio valga il sacrificio. Non è una boutade da guru, odio i guru. La dimostrazione matematica, in assenza di violente variazioni del tipo di vita condotto, è nelle conclusioni del già citato Chinook, ma ancor prima nell’esperienza di gioco e nelle critiche all’esperienza di gioco, spesso così monotona e ripetitiva.


Se imposto la mia vita come una partita di dama, se so riconoscere in essa gli stessi vincoli stringenti, se so incasellare i miei desideri in quella scacchiera, se so ripetere un milione di volte lo schema senza distrazioni, non posso perdere. Ed è impossibile pareggiare sempre. Dovrò per forza vincere.


Far carriera in assenza di speciali talenti. Chi non commette errori sfrutta le opportunità. Chi sbaglia le lascia sfumare. Non dispongo di sorprendenti capacità, intelligenza prodigiosa, corpo eccezionale, capitali fuori misura, non importa, non sono fuori dal gioco, posso vincere. Devo essere concentrato, non commettere errori e Davide stende Golia. Se conosco la partita, le regole, posso vincere, nel tempo. L’ho sempre saputo, ho sempre giocato a dama: potevo perdere solo per distrazione. Molte finali di calcio le vince la squadra che non commette errori. Uno sbaglio ed è finita, anche per i campioni.

Imparare le regole, giocare molto, non commettere errori, giocare sempre finché trovi una breccia nel gioco del tuo avversario, che è la vita stessa, le occasioni, l’opportunità.. Ripetere un’infinità di volte lo stesso movimento sapendo di non poter essere sconfitti, consapevoli che basta una vittoria e nessuna perdita per vincere il torneo. Consapevoli che è un gioco di nervi perché l’avversario si stancherà, troverà il gioco noioso, si ritirerà dal tavolo prima o poi se non è abbastanza motivato, se i nervi gli cedono, se il desiderio di evadere si fa impellente, se lascia perdere, se si ritira, se passa ad altri giochi più divertenti, meno noiosi della vita stessa; se capisce che è inutile perché tanto non può batterti e si ritira mentre tu stai ancora lì, a giocare. Se il tuo desiderio è profondo, se è qualcosa a cui tieni, giocare la vita come si gioca a dama ti rivela tutto ciò che occorre sapere. Ciò che scrivo non è la via al successo di un guru, né tiene conto degli innumerevoli imprevisti che la vita può riservare, d'altronde:


“Vivere è come pilotare un aereo: lunghi momenti di noia intervallati da lampi di terrore”

Un pilota di linea


In una vita media sono più i momenti di tedio che quelli di avventura. In questi casi vivo la vita come il gioco di dama, consapevole che è quanto di più efficiente ed efficace io possa fare. Sembra non muoversi niente, tutto fermo, immobile, in realtà è così che si costruisce un successo in condizioni statiche, che non lascia l’esistenza sfumare nel nulla, nell’irreale ed insensato. Posso pensare che la mia vita sia più varia di uno stupido e limitato gioco di dama. Nella dama a 64 caselle sono possibili cinque miliardi di mosse, probabilmente di più. Quante mosse posso compiere nella mia giornata? Se sono meno di cinque miliardi allora la dama è l’ottimo specchio di una reale vita media.

Non lo specchio del grande e talentuoso attore, del genio, del poeta eccelso, di coloro in grado di rompere tutte le regole e di gettarsele alle spalle, del bellissimo uomo o della splendida donna a cui il destino apre tutte le porte, no. Ma è lo specchio di un’umanità media, di cui faccio parte, che sa di non ricevere gloriose visioni, di non portare messaggi che cambiano il mondo, che le donne non si metteranno ad adorare, ne gli uomini a seguire. E’ lo specchio di quel 95% di umanità che ha la possibilità di vedere una realtà altrimenti nascosta, la realtà del successo secondo il gioco di dama:


La maggior parte delle volte,  per realizzare ciò che di sensato si vuole, non è importante essere il migliore. Quello che conta è imparare bene le regole, non commettere errori e continuare a giocare.  Solo questo.


Sbagliare è facile. Troppo. Matrimonio, denaro, casa, lavoro, studi, occasioni perdute, salute, rapporti con chi amo. Sbagliare è facile. Non è la fine, può essere un nuovo inizio, ma sbagliare è grave. A poche cose non si può rimediare. Ma se sbaglio è difficile che io realizzi i miei desideri. Allungo i tempi, i progetti saltano. Dovrò accettare una nuova realtà di vita in cui quei desideri vengono accantonati. I grandi desideri non li ho realizzati perché ho commesso errori. Ho sbagliato perché non ho saputo giocare in maniera così noiosa, schematica, predeterminata, con la necessaria concentrazione. Volevo novità, imprevisto, brivido, che mi facesse sentire diverso, vivo. Chi ha giocato in maniera monotona ma concentrata adesso è davvero vivo. Partita condotta senza sbagliare, senza cedere una casella, colpo su colpo, sempre allo stesso modo; pareti come di prigione, erano in realtà porte per una libertà più grande. Economica, affettiva, emozionale, chi sa controllare sé stesso controlla il mondo, il suo. Il successo ha arriso ai giocatori che non hanno sbagliato, persone tutto sommato noiose e normali, che decidono oggi della propria vita. Chi cercava l’avventura l’ha ottenuta. Ma non lo stesso successo. Chi ha vinto può decidere di non giocare più. Chi è arrivato a dama, può mangiare le pedine altrui. Chi ha vinto il torneo non ha bisogno di approvazione, i fatti parlano per lui.



“Mi odino pure purché mi temano.”

Cicerone


Vincere la partita permette di disprezzare le strategie altrui, di non tenerne conto e concentrarsi sulle proprie. Chi vince ha sempre ragione, triste realtà del mondo degli uomini, ma questo è ciò che è. Se si vuole giocare quella partita, in quel torneo, queste sono le regole. Chi vince apprezza le regole che gli hanno permesso di vincere, e può disprezzare il resto.

Posso giocare nella vita come gioco a dama solo se il mio desiderio è abbastanza grande, reale, sincero. Se non lo è non riuscirò a giocare tutte quelle partite in perfetta, monotona, noiosa parità, aspettando una vittoria. Spesso il desiderio non si realizza non per eventi traumatici, catastrofici, imprevedibili, ma per mancata capacità di giocare ogni giorno in maniera in fin dei conti prevedibile, monotona, oscura. La stanchezza il logorio, la perdita di senso. Lo sforzo è grande, il premio enorme, la vittoria della tartaruga sulla lepre. Il premio è per chi persevera.


La dama annoia perché è come la vita.

Se gioco nella vita come so giocare a dama, ho già vinto.



Sono concentrato sul gioco, psicologicamente invincibile. Non riuscirò a realizzare tutto, ma finché vedo nel mio quotidiano la partita in svolgimento, critiche, discussioni, scoraggiamenti, sberleffi, ironie, non mi toccano. Non stanco, non mi abbatto, non mi deprimo, non mi confondo. Comprendo il senso della vita, delle azioni, lo comprendo perché in quella scacchiera è riprodotta un'esistenza, la mia. Mi scivolano addosso critiche, consigli e ironie, ciò che conta è la prossima mossa: giocare bene, danzare con la dama, la vita, non sbagliare. Le parole volano, le mosse rimangono. Un passo avanti, una mossa in più, ogni azione mi mette nel giusto, sono sicuro, concentrato, non posso perdere, non posso temere. Qualunque cosa facciano gli altri, finché sono concentrato non posso perdere, non posso pareggiare sempre, ho già vinto.

Tiro il gioco il più a lungo possibile, non voglio terminarlo, non ho fretta, logoro l'avversario, so che non reggerà quanto me, non ha pazienza. Ha commesso l'errore, si è seduto, ha accettato i termini, è legato anche lui; non voglio concludere, ci sono molti modi per vincere, quasi mai dimostrarsi forti, più forti, è la strategia migliore. E' costosa, rischiosa. Non devo cambiare l'avversario, la vita, le cose, devo giocare in modo infinito. L'avversario stancherà prima di me e a quel punto avrò vinto.


“Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme.

Se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia.”

Salmo 27


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lunedì 11 luglio 2011

L'ORRORE DENTRO




A volte il mio mondo si ferma e vedo le cose chiaramente.

Vedo cos'è l'uomo e tentare di cambiare le cose non serve perchè la bestia è dentro, non fuori. Vogliamo cambiare il mondo, il nostro mondo, ma chi ci salva dalla malvagità degli uomini? Vogliamo cambiare le cose insieme ad altri uomini, ma come si fa a fidarsi di loro?

Davvero si vuole scommettere sugli uomini (e le donne)? Cambiare la politica, l'economia, il welfare, il luogo in cui si vive, il traffico, la civiltà, la mentalità, l'ambiente... Ma chi ci salverà dagli uomini, chi?

Se non avessi Dio, prenderei subito un'astronave e mi allontanerei da tutto e da tutti e tanti saluti. Tanto la patina di civiltà è solo apparenza, si scrosta al primo impatto. Un mostro dentro, ovunque vada, porta sè stesso. Se non viene sanato non potrà mai guardarsi allo specchio e innamorarsi di ciò che vede. Ne avrà sempre, inconsapevole, orrore. L'orrore non è intorno a noi, è dentro. Questo mondo non merita di essere cambiato, ha solo bisogno di essere salvato. Se non si fa questo il resto è inutile.

Questo è l'articolo che oggi ha fermato il mio mondo, mostrandolo com'è veramente:


Bambino disabile picchiato, arrestate quattro maestre asilo

I maltrattamenti sono avvenuti in istituto in Calabria
11 luglio, 11:21
 
MILETO (VIBO VALENTIA) - Quattro insegnanti dell'asilo di Mileto sono state arrestate dai carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia con l'accusa di maltrattamenti aggravati ai danni di un bambino disabile di cinque anni. Secondo quanto e' emerso dalle indagini, il bambino e' stato ripetutamente picchiato, anche piu' volte al giorno, e sottoposto ad altre forme di vessazione. Le indagini si sono basate su videoriprese in cui sono documentati i maltrattamenti subiti dal bambino. Le quattro insegnanti sono state poste agli arresti domiciliari, mentre nei confronti di una quinta, indagata nella stessa vicenda, e' stato emesso un provvedimento di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal bambino.

Le indagini che hanno portato agli arresti erano state avviate nello scorso mese di aprile sulla base di informazioni confidenziali giunte ai carabinieri di Mileto, ai quali, in forma anonima, è stato anche recapitato un dvd con le immagini registrate di alcune donne che rimproveravano un bambino che piangeva ininterrottamente. I carabinieri hanno scoperto successivamente che i maltrattamenti avvenivano all'interno dell'asilo dopo avere installato nell'istituto alcune telecamere.

"La maestra Adriana, ma anche tutte le altre". E' il racconto del piccolo, cinque anni, delle violenze subite nell'asilo comunale di Mileto. Il bambino, nella testimonianza fatta al consulente tecnico nominato dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia alla domanda "quanto botte ti danno?", risponde "tante" ed indica la faccia come punto in cui veniva picchiato. Gli schiaffi erano così violenti che il bambino spesso poggiava la faccia sul banco e sul pavimento per alleviare il calore che avvertiva. I maltrattamenti subiti dal bambino sono stati documentati nelle riprese effettuate nell'asilo dai carabinieri. Tra l'altro, le maestre, per spaventare il bambino, lo portavano in una stanza buia in cui gli facevano credere si trovasse, secondo il racconto del piccolo, "uno con la maschera tutto brutto e tutto nero che chiamavano Don Rodrigo". I pestaggi cui viene sottoposto il bambino sono continui e ripetuti anche in uno stesso giorno. Gli schiaffi, in alcuni casi, sono anche quattro-cinque in rapida successione, con il bambino che tenta invano di difendersi proteggendosi il viso con le braccia. I maltrattamenti nei confronti del bambino finiscono dopo che cominciano le indagini dei carabinieri e le maestre vengono sentite dai militari. "Il bambino, fino a quel momento vessato ogni giorno dalle maestre - scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare - viene fatto oggetto di particolari premure e accortezze".
 

sabato 2 luglio 2011

CAMMINO SULL'ACQUA - PARTE SECONDA




Una corretta pratica di vita non è una forma di eccitazione o agitazione, bensì la concentrazione sulla nostra solita ‘routine’ di tutti i giorni.

Shunryu Suzuki-roshi


Il numero di parole è un meraviglioso indicatore della funzionalità di un sistema: se un sistema funziona lo metto in pratica, se non funziona, o tarda a funzionare, ne parlo all’infinito. Più parole uso meno funziona il sistema. Ne scrivo, ne leggo, ne parlo, lo studio, tutto per spremere quella pietra, cercando sempre, alla ricerca di qualcosa che mi sfugge, ma in realtà non c’è niente. E tutto lì, evidente, già espresso. Se funziona, non ho bisogno di andare oltre, raccolgo i frutti e vado avanti. Molti, pochi frutti, non è quello che conta,  ma  raccolgo e vado avanti. Passo ad altro, parlo di altro, evolvo, approfondisco. Ciò che funziona entra subito a far parte di me, nient'altro da cercare.


Delle cose che davvero funzionano neanche ci accorgiamo, neanche ci ricordiamo.

Se stiamo troppo su un pensiero, una questione, un progetto, è che non sta funzionando.


Posso scegliere se fissarmi su alcune cose (che non funzionano) o passare ad altro. Posso accettare la realtà e investire su ciò che davvero sta funzionando. In quel caso neanche mi accorgo di farlo, scorre tutto semplicemente. Finché il mio corpo è sano, funziona, non gli presto attenzione. Se sta male comincio ad interessarsene. Se mi ammalo la salute diventa un'ossessione. L'amore dei miei genitori è scontato finché non mi viene a mancare. Finché funziona ne godo semplicemente. Un rapporto che funziona sembra addirittura noioso, si cercano stimoli. Una rottura o un divorzio non sono mai noiosi. Un lavoro retribuito diventa scontato, tedia. Una disoccupazione improvvisa mette in crisi.


Alla fine la mia attenzione si fissa sui sistemi che non funzionano.


Viene definita selezione inversa: focalizzo l'attenzione su ciò che non funziona. Dato che non funziona non posso mietere successi. Appare un blocco nella mia vita e non so spiegarlo, come uscirne, perché non vado avanti? Semplice: sono focalizzato su ciò che non funziona. Non funzionava prima, ci penso sempre, non funziona dopo. E' come partecipare ad una maratona, la vita, con una corda che lega le gambe. D'altronde non avrebbe senso il contrario: focalizzare l'attenzione su ciò che funziona. Il motivo è semplice: nello stato naturale della mente, l'attimo che funziona viene vissuto senza focalizzarsi su di esso.  La mente come specchio: riflette l'attimo, si immerge in esso, e lo lascia scorrere per vivere l'attimo successivo, rispecchiare la successiva immagine. Lo specchio non è mai vuoto, non potrebbe, riflette l'attimo senza fermarlo, trattenerlo, analizzarlo, parlarne, cercare soluzioni. Se cerco la soluzione vuol dire che ho creato il problema, ciò che non funziona

Rifletto e lascio scorrere naturalmente molte cose, cose che funzionano. Senza accorgermene, è semplice con ciò che va bene nella mia vita. Lo vivo e lascio andare, lascio mente perennemente pronta ad accogliere, vivere, lasciar andare, ricrearsi. Il problema è che mi blocco su ciò che invece non funziona.


Ciò che penso per il 90% del tempo è qualcosa che non funziona. Ciò che funziona l'ho già lasciato andare.


E' la ragione del blocco: mi ostino a viaggiare su un auto senza motore. Ciò che penso in realtà non funziona, non da frutti, non mi aiuta. Penso, ripenso, stra-penso, ma poi, al momento opportuno, mente reattiva prende il sopravvento in quanto stufa di vedermi perdere tempo in infiniti ragionamenti su cose che non funzionano. In quel momento, prende il controllo (anche se in realtà non l'ha mai perso) e agisce. Tutto quel pensiero inutile, quel mucchio di ciarpame, quelle preoccupazioni. Quando è venuto il momento il vero pilota si è mosso. Adesso posso continuare nella mia illusione e continuare a pensare a... ciò che non funziona, e non funzionerà mai. Basta vedere dove plana continuamente il mio pensiero per accorgermi di ciò che non funziona. Come un drogato, continuo a focalizzare il pensiero su ciò che non va e non può andare. In questo stato, una condizione di vera felicità è impossibile.


“Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno?”

Luca 13,6-9


Tagliare l’albero secco, quello che mi illudo porterà un giorno lontano frutti buoni. Se non porta frutti oggi, non ne porterà domani. Mi aggrappo ad esso pensando di non avere alternative, e divento schiavo, servo. L’albero è l’impedimento, non soluzione. E’ semplice, basta non parlarne. Se l’albero porta frutti buoni mi sazierò, anche nel silenzio. L'albero esisterà anche nel silenzio. Se ho bisogno di parlarne sempre, motivarmi, ispirarmi, educarmi, vuol dire che non c’è niente dietro, è tutta un illusione che sottrae linfa al terreno, quell'albero non vale niente. Non sto galleggiando, sto annaspando. Non ci sarà successo futuro, ma un eterno cercare di rimanere a galla.

Mi sforzo, volontà, impegno, studio, dialogo, tutto per trovare una via d’uscita. Nel mio intimo osservo frustrato i miei tentativi che vanno a vuoto. Non vado da nessuna parte anche se voglio illudermi del contrario. In verità non voglio vedere la realtà di un mare maestoso, terribile, in perenne movimento, mostri marini in agguato, correnti mortali, no, quello che voglio è… Un po’ di acqua in più, un po’ di acqua in meno, un po’ di tempo in più, un po’ di tempo in meno, un mare al posto di un altro, un fiume al posto di un mare, un lago al posto di un fiume.

Cambiare, migliorare, progettare, pianificare, sognare, parlare... un po’ di acqua in più nel mare, un po’ di acqua in meno nel mare, il fiume al posto del mare, un po’ di impegni in più, un po’ di impegni in meno, un po’ di lavoro in meno, un po’ di vacanza in più, Dio che solo a guardarmi gli girano i maroni e alza gli occhi al cielo, ma dato che Lui è già il cielo deve spostarlo un po’ più su altrimenti lo sfonda a testate. Ed io laggiù, cresco, decresco, lavoro di più, di meno, parlo, m’infervoro, studio, ragiono scambio opinioni. Poi arriva la voce, tonante, d’improvviso, dall’alto, che grida:


“E’ acqua, stronzo, che tu la sposti da destra a sinistra o da sinistra a destra, è acqua!!! Cambia canale!!!”.


Cambia schema di pensiero. Non è quello. Ciò a cui stai pensando non funziona. Ci pensi sempre proprio perché non funziona. In quel mare terribile che è la vita molti trovano pace, si divertono, senza bisogno di cambiare mare. In quel mare, che è lavoro, famiglia, traffico, sopravvivenza, colleghi, routine, molti non hanno timore di vivere, portarvi i bambini, divertirsi. Hanno imparato a nuotare, galleggiare, camminano sull’acqua. Se so nuotare mi muovo con grazia in mare, fiume, lago, piscina. Non ho bisogno di cambiare l’acqua, mettere, togliere. Non ho bisogno neppure di parlarne, fa parte di me. Il mio disordine non è di natura fisica. Credo lo sia ma non è così. Non è il traffico, la compagnia, il lavoro, il meteo, l’origine del mio disagio. Posso crederlo ma non è così. Il guru potrà convincermi, ma non è così. Potrò cambiare, stare meglio, peggio, fingere, ingannarmi, suggestionarmi, arrabbiarmi, indignarmi, emozionarmi e deprimermi, ma la verità non la si cambia. La verità non è parole ma sperimentazione. E la realtà della vita è che felicità o infelicità non dipendono da più denaro, meno denaro, più lavoro, meno lavoro, più mare, meno mare, più vacanza, meno vacanza.


Il miglior indicatore della felicità futura di una persona è la sua felicità passata.

Daniel Neettle – psicologo ricercatore


La capacità di provare felicità nella situazione in cui mi trovo. Possono esserci situazioni di grave sofferenza, che minacciano la sopravvivenza o l’ordine sociale, in cui un cambiamento può significare molto, la salvezza. Ma, superato lo stadio della sopravvivenza e della ricerca di ordine sociale, per ciò che viene dopo, aggiunto, se non avevo pace prima non l’avrò neanche dopo; se non ero felice prima non lo sarò neanche dopo. Se mi rendo conto che ciò che cerco, che mi manca, è qualcosa in più della sopravvivenza e della ricerca di ordine sociale, so già che non sarà un cambiamento esterno a darmi ciò che desidero. Forse sperimenterò qualcosa nei giorni eccitanti del cambiamento, ma il corpo è costruito per tornare ad una situazione di normalità nei tre-sei mesi successivi all'evento. In questo tempo il cambiamento sarà stato assorbito e il mio livello di soddisfazione tornerà sui livelli precedenti. Se tornassi indietro ne soffrirei, ma avendo raggiunto questo nuovo livello, la differenza di soddisfazione vitale rispetto a prima non sarà elevata. Anzi, è spesso modesta, trascurata e trascurabile, del tutto sproporzionata rispetto agli sforzi intrapresi.

Ma il guru continua a ripetermi che non è vero. Mi dice che posso raggiungere quell'obiettivo, devo raggiungerlo, altrimenti la mia vita non avrà senso, perderò molto, perderò tutto.  Sarà un fallimento. Dice il guru, e mi mostra come ha fatto lui. Lui è l'esempio vivente di ciò che io posso diventare. E io vedo ciò che lui è: un simulacro. Uno che finge. Uno che non è affatto più felice di me, ma fa di tutto per dimostrarmi di esserlo. Un venditore di tappeti. Mi fido di me, del mio corpo, delle mie percezioni e non credo al guru. Mi fido di mente. Io non so cosa fare, ma lei sì. E provo, sperimento, riesco, fallisco. Meglio provare e fallire che vivere quel senso di impotenza dovuto a inseguire l’illusione. Se fallisco potrò essere libero. Se continuo ad illudermi no. Se penso sempre alla stessa cosa, se ne parlo troppo, vuol dire che è un fallimento ambulante, e cambio registro.

Vivere in un bell'ambiente è meglio che vivere in uno brutto; un posto pulito è meglio di uno inquinato, uno conosciuto meglio di uno sconosciuto. Ma la vera differenza non è data dal cambiamento, in quanto la modifica della realtà è un’operazione complicata, dispendiosa, spesso al di fuori della mia portata. Ciò per cui invece è stato costruito il mio corpo, la mente, è la flessibilità. La sua capacità di accettare e di essere felice. Non sono stato costruito per cambiare le cose, ma per essere felice.


Quando sei determinato l’impossibile non esiste: allora puoi muovere cielo e terra.

Muovere cielo e terra senza sforzo è una semplice questione di concentrazione

Hagakure, libro 1, passo 144


Letto con gli occhi dell'occidentale, di colui che ha bisogno di cambiare il mondo attorno a sé per cambiare sé stesso, questo passo sarà travisato, rovinato. Per Yamamoto Tsunetomo, il samurai, muovere cielo e terra non significa cambiare il mondo. Significa disciplina. Disciplina su sé stessi. Muovere il proprio cielo e la propria terra, fare ciò che si credeva impossibile: dominare sé stessi. E dominandosi cambiare la propria realtà di vita. Non perché si cambia realtà di vita, ma perché si sceglie di essere felici, disciplinati, in pace, determinati, adesso. E forse cambierà davvero il mondo.

La mentalità corrente, di fatto, mi considera un animale. Uno che non potrà essere felice se non soddisfa i propri bisogni, impulsi, desideri, istinti. Animale con sogni da realizzare. Se la vita non è come prospetto, il pensiero comune mi nega la prospettiva di una vita piena e felice. Nega la capacità dell’accettazione, considerandola un fallimento, un accontentarsi. Nega l’elevazione umana, la differenza tra l’uomo e la bestia, pensare che se non cambia qualcosa al di fuori di me, io non abbia in realtà i mezzi per innalzarmi. E’ la distruzione di ogni potenzialità dell’Essere, la schiavitù dell’uomo dall’ambiente che lo circonda e dalle sue condizioni. Nega la parte spirituale che si eleva al di sopra delle cose, degli eventi, dei luoghi. Non esiste felicità al di fuori della realizzazione dei propri sogni. Tutto è ridotto a materia, a degrado. Nega la vera natura dell’uomo, che non è quella di rendere il mondo a sua immagine e somiglianza, ma di far esprimere dentro di sé la gloria della creazione. Tutto spazzato via dalla mentalità positivista, falsa, irreale, che esalta la materia e nega lo spirito, che continua a ripetermi: “se le cose non vanno come dici tu, non sarai mai felice; accettando il mondo così com’è non potrai mai esserlo”. Chi crede a questa menzogna, ha già perso. Comunque vada, il mondo non sarà mai come desidero, né molto né poco, sarà semplicemente diverso.


Se credo a questa menzogna, sono già all'inferno.


Mi hanno dato la scadenza: pochi anni. Cento al massimo. Perché la vita scorre veloce, e se non realizzo in fretta i sogni poi non potrò più farlo; e la mia vita non avrà avuto senso. Presto, devo liberarmi, emanciparmi, cambiare le cose, migliorare, altrimenti si muore e chi s'è visto s'è visto. Ecco, questo dice il guru: che morirò e avrò vissuto invano. E a queste fesserie io non credo. Se crepa lui non lo so, ma io ho tempi più lunghi in quanto, casualmente, credo in Dio e in una vita eterna. Così sono tranquillo di aver già raggiunto il mio obiettivo; che non è quello di schiattare in questi pochi anni per ottenere una magra consolazione che solo il mio corpo potrà sentire. Io voglio vivere felice questa vita e anche la prossima, alla faccia del guru che guadagna e specula sulla paura di morire. Sì, perché è tutto lì: avendo tolto la speranza di una vita eterna, avendo “liberato” l'uomo dalla “superstizione” di tutto ciò che non è materia, lo hai chiuso in una gabbia più piccola; adesso è costretto a correre come un merlo, perché la sua vita è troppo breve, e non sa più come fare per viverla, per fermare in qualche modo la sabbia nella clessidra. Lo hai reso schiavo senza speranza, semplicemente dicendogli: la tua vita è tutta qui.


L'uomo è ridotto al punto di non saper dare un senso alla propria esistenza.


Al massimo riesce a pensare al piacere materiale che trarrà dalle cose, dall'ambiente, dal mare, dal sole, dal denaro, dall'amore, da un po' di affetto, dal mettere al mondo altre creature che penseranno, lotteranno e soffriranno come lui adesso. E' davvero tutto qui? Cercare sé stessi nelle poche cose che i sensi possono percepire, aspettando una morte inevitabile? Se si crede questo ci si accontenta di poco. Tutto quello che può essere conseguito sarà solo il più miserabile dei doni.


Questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio...

Lettera ai Filippesi, 3,13-14


Continua...

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