Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

martedì 28 febbraio 2012

EVOLUZIONE


Sting (http://sting10.wordpress.com/) ha lasciato questo commento in un mio post:

"Io penso che l'evoluzione faccia parte della vita stessa senno' saremmo ancora scimmie"


Io credo che non vi sia ALCUNA evoluzione.


Non nel senso che comunemente riconosciamo al termine. Che vi siano mutamenti è indubbio ma evoluzione intesa come “miglioramento” è cosa diversa e addirittura fuorviante: evoluzione ha senso solo se riferita all'adattamento all'ambiente, senza connotati migliorativi alcuni.

Sono anzi costernato dal modo in cui la "teoria evoluzionista" sia diventata "legge dell'evoluzione" prendendo le connotazioni di fatto scontato e naturale. E' una delle aberrazioni del nostro tempo in cui si da per scontato ciò che con più forza viene propagandato. Più lo gridi e più viene accettato. Il fatto che da un brodo primordiale schifoso, casualmente sia stata creata la vita, che poi nell'arco di miliardi di anni sia diventata un velina che va a Sanremo senza mutande è un fatto comunemente accettato. E io mi chiedo: ma se si arriva a credere una cosa del genere, che l'ameba nel tempo sia diventata una prosperosa cubista di un metro e ottanta, ma a cosa non riusciranno a farci credere? A tutto. O al contrario di tutto.


Se si crede senza porre dubbio una cosa del genere, allora è possibile convincere una popolazione di qualsiasi cosa.


D'altronde come si fa a dimostrare che l'ameba non si è evoluta a supertettona tatuata? Mica si può prendere il residuo della zuppa e aspettare qualche miliardo di anni per vedere cosa succede. No. Non è possibile. Occorre solo insegnarlo ai bambini nelle scuole e il gioco è fatto. Dal brodo schifoso si crea la vita, per caso, che poi comincia a riprodursi, così, a duplicarsi da solo, poi diventa pesce, poi scimmia, infine va a Sanremo, e poi a Palazzo Chigi. Oddio, nel nostro Paese ci si potrebbe anche credere in fondo.

Ma qual'è qui l'evoluzione? Che prove si hanno che l'uomo preistorico non avesse in sé le stesse capacità, la stessa curiosità, la stessa "spiritualità", lo stesso desiderio di vita e di conoscenza che abbiamo noi oggi?


Io non credo affatto che vi sia stata "evoluzione" (miglioramento). Credo che vi sia invece "accumulazione".


Credo che l'uomo proceda per imitazione: non discende dalle scimmie, è proprio una scimmia. Copia e impara. Assimila e cresce. E' molto più alto che in passato, ma ciò dipende dalla maggiore quantità e qualità del cibo, dall'igiene, dalle scoperte scientifiche, i farmaci, la prevenzione, la modifica dell'habitat. Ma questo è evoluzione? Oppure l'uomo è in grado di far fruttare il patrimonio di conoscenze dei suoi predecessori, assimilandolo in sé e compendiando il sapere della sua specie?

Una famiglia ha due figli, tre anni di differenza l'uno dall'altro, il secondo sembra imparare molto più in fretta del primo, è precoce: è più evoluto o, semplicemente, prende il primo a modello e "copia". E impara. E ciò che il primo acquisisce con fatica il secondo replica soltanto e brucia le tappe.


E' "evoluzione" o "accumulazione" di scoperte che qualcun altro ha già faticosamente realizzato?


Un mentore permette di accorciare i tempi di apprendimento. Chi ha un mentore è più evoluto di chi che non ce l'ha?


Il suo cervello, la sua capacità è superiore, oppure, semplicemente, il fatto stesso di "copiare" è la vera chiave di progresso della specie?


Conosco la teoria della relatività. E anche le leggi di Newton sulla gravità. Non le ho scoperte io, le ho copiate. Ho lasciato che due menti, quelle sì speciali, prodigiose come solo le eccezioni alla regola possono essere, scoprissero ciò che era necessario, e poi la mia tribù umana si è appropriata delle loro conoscenze. Ho accumulato il loro sapere. Non mi sono "evoluto". Se fossi evoluto, le avrei scoperte io le leggi della relatività e quelle sulle gravità, o le scoprirei come hanno fatto i grandi. no, ho aspettato e ho copiato. E quando vado a scuola, all'Università, frequento un Master, io copio. Copio da gente che ha copiato, che ha copiato, che ha copiato, uno che davvero aveva un intelligenza fuori dalla norma. Ne basta uno e poi da copione a copione, noi scimmie copione condividiamo il loro sapere. Ma questo veniva fatto anche milioni di anni fa, solo che ci vuole tempo ad accumulare tutto quel sapere. Più tempo passa, meglio si costruisce quel sistema di copiatura che chiamiamo "comunicazione" che ci permette di accumulare nozioni, notizie, sistemi, esperienze. E noi accumuliamo, accumuliamo, accumuliamo. 
 

E poi, un bel giorno, vedendo che abbiamo accumulato tanto, beh, cominciamo a pensare che in fondo, sì, non siamo proprio divini, ma semidei sì. 


Si perché noi "evolviamo". Infatti un tempo avevamo un rene e poi è spuntato il secondo. Avevamo un occhio e adesso ne abbiamo due. Magari proseguendo con l'evoluzione spunterà il terzo. Io non riesco a capacitarmi di come si possa pensare una cosa del genere, tutte le fonti "storiche", o "preistoriche", i disegni nelle caverne, indicano un uomo fisicamente simile a noi. Non diverso, simile, uguale. Forse un po' più basso e più sporco, più ignorante, ma non viveva nelle condizioni attuali, non andava a scuola, aveva necessità di assumere una certa postura per adattarsi all'ambiente, non aveva calzature, l'elaborazione del linguaggio, processo lento di accumulazione di segni, simboli, fonemi, non aveva avuto il tempo necessario per svilupparsi. Ma aveva già una anima, una sensibilità, e in mancanza di strumenti adatti... disegnava. E seppelliva i morti. E pregava. Piangeva e si commuoveva. E seppelliva il suo bambino lasciando teneramente nella fossa scavata... il suo giocattolo.


Quell'uomo era già perfettamente completo.


Ovvero, dal punto di vista fisiologico, aveva già tutto il necessario per poter fare ciò che ha poi fatto per milioni di anni: copiare. Solo che c'era ancora poco da copiare. La differenza è tutta lì.

Prendete un bambino moderno, lasciatelo solo in mezzo ad un ambiente ostile e vedrete se non si comporterà esattamente come il preistorico. E' improvvisamente involuto? Oppure, semplicemente, non ha potuto copiare alcun comportamento?


Non c'è alcuna evoluzione (miglioramento).


Non come la intendiamo. Siamo imbecilli che copiano a perfezione e siedono sulle spalle di giganti che riescono praticamente da soli a inventare cose nuove, a scoprire, a meravigliarsi. E noi copiamo benissimo. Parliamo due o tre lingue senza aver mai inventato alcun nuovo fonema. E' questa la grande capacità dell'uomo, l'accumulo.

Ma le grandi menti sono evoluzione? Temo di no. Se lo fossero, sarebbero geni anche i loro figli, e i figli dei loro figli, sarebbe una modifica strutturale dell'albero della specie. Invece non tutti i figli di simili Giganti riescono ad uguagliarli. Magari è solo perché quando un grande ha aperto la strada basta copiarlo. 
 

E poi, ci siamo "specializzati".


Come le cellule del corpo umano, l'uomo ha imparato a svolgere solo alcuni compiti, quelli in cui presumibilmente riesce meglio. A concentrare le energie. Un preistorico doveva essere al tempo stesso medico, carpentiere, cacciatore, atleta, casalingo, poliziotto, militare, sindaco, padre e tutto il resto. Non avrebbe potuto eccellere in nessun campo, dovendo fare tutto, faceva poco di tutto. Oggi abbiamo imparato a specializzarci nel nostro ramo di competenza. E' ovvio che riusciamo a fare meglio non disperdendo le energie. Ma questa è "evoluzione"?

Io credo che l'uomo non si stia affatto evolvendo.


Credo invece che abbia sempre avuto in sé un potenziale enorme, sin dall'inizio, sin dal primo giorno.


Continua a copiare e a specializzarsi, ad accumulare, e ciò non sembra affatto essere un problema. Anzi, quando ha la fortuna di trovare quel campo di applicazione a lui consono, è disposto ad abbandonare tutto il resto per dedicarsi soltanto a quella funzione che gli arreca il maggior piacere, il maggior guadagno, il miglior successo, spesso disinteressandosi del resto in un modo che può sembrare patologico.

Attenzione: si critica questo comportamento invitando ad un ipotetico ritorno alla natura in cui l'uomo fa tutto da sé, autoproduce ciò che gli serve e batteria varia... E se invece fosse la specializzazione la naturale propensione dell'uomo, quello che ama davvero, quello in cui riesce meglio, che gli porta il maggior piacere di vivere? Se già nella sua costruzione vi fosse questo "piano", lo stesso presente in una cellula vivente, in un corpo umano, la "specializzazione" per poter "crescere", quella cosa che poi viene confusa con "evoluzione"?

E se chiedergli di rinunciare alla sua propensione fosse come chiedere ad un fegato di passare più tempo a fare il cuore, poi un po' il rene, e il cervello nel week end? Se "accumulo" e "specializzazione" fossero proprio le chiavi del successo della specie umana nella lotta per la sopravvivenza e la prosperità sua e della specie? 
 

E se l'uomo fosse già nato pronto, con un potenziale enorme che doveva solo essere liberato, senza necessità alcuna di evoluzione? 


E infatti dal punto di vista morale, spirituale, "umano", come si vede, non si è poi evoluto molto se ogni secolo ha portato milioni di morti e siamo letteralmente a rischio estinzione con ricca gamma di catastrofi a scelta, tutte in mano all'uomo: dalle guerre al nucleare, dalle armi batteriologiche all'effetto serra indotto dall'inquinamento.

Possiamo dire che in quanto a capacità distruttiva insita nell'animo umano non vi è stata alcuna evoluzione verso una minore aggressività nei confronti di sé stessi, degli altri uomini, dell'ambiente?

Possiamo dire che i primi testi dell'umanità, i grandi poemi epici, i grandi testi religiosi, riportano le stesse eterne domande che ci poniamo oggi? Senza soluzioni degne di rilievo, naturalmente. Però sono scritte meglio, non avendo materiale per sporcare il foglio di carta arrivano subito al punto.


E come liberiamo l'incredibile potenziale umano che ci è stato donato di fabbrica?


Meditiamo, prendiamo qualche allucinogeno, andiamo in Tibet? Studiamo tanto, prendiamo tre lauree, ci bombardiamo di musica classica? Digiuniamo, ci liberiamo dalle scorie, ci ipnotizziamo a vicenda? Pratichiamo la castità, oppure il bunga-bunga nostrano per ampliare le conoscenze (e che conoscenze!)?
Io non credo a niente di tutto questo. E parto dalla storia dell'uomo e, soprattutto, della donna:


La liberazione del potenziale umano si attua con la liberazione dal lavoro fisico.


Sosteneva già Platone che uno schiavo costretto al lavoro manuale non era un vero uomo. Non poteva esserci alcun accumulo di conoscenza per chi era costretto al giogo. Ma chi era libero da ciò poteva studiare, ampliare il suo sapere, mettere a frutto il suo potenziale fisico, mentale, spirituale. Non dovendo più lavare i panni al ruscello una bambina poteva permettersi di studiare. Non si è evoluta, ha solo smesso di dedicare una parte della sua vita a strofinare i panni per dedicarsi a qualcosa che tutti, lei per prima, ritengono più pregevole.


L'"evoluzione" si realizza tramite l'abbandono del lavoro manuale non creativo.


Non parlo dell'attività creativa che ognuno ama fare ma di quelle incombenze ripetitive seppur necessarie. Liberi da queste, l'uomo può esprimere, se lo vuole, quella parte di sé che ancora è potenzialmente inespressa. Ma esiste ancora qualcosa di inespresso? Per saperlo basta guardare, ascoltare, i bambini e valutare la loro capacità di interiorizzare, apprendere, usare, incanalare la miriade di stimoli cui sono sottoposti oggi. Sono senza fondo. Continui a buttare stimoli e loro continuano a rispondere.

Il prezzo inevitabile per progredire è, naturalmente, la "specializzazione" e insieme la "collaborazione". E' quello che ha creato le moderne Società in cui, individualmente sappiamo fare solo una o due cose, eppure vengono create megalopoli di una complessità senza precedenti. Ora, se sappiamo fare solo una o due cose, come abbiamo fatto a creare tutto questo?

Se ci fossimo evoluti noi saremmo in grado di fare tutto. Invece sappiamo fare molto meno di un tempo, meno cose. Ma molto bene. Potremmo addirittura pensare di esserci in realtà involuti. Oppure stiamo seguendo un piano, una linea di comportamento iscritta nei nostri geni che ci porta verso una linea di organizzazione collettiva adatta alla nostra sopravvivenza?


Dipende ormai dalla nostra capacità di gestire lo straordinario potere che è stato infuso in noi, senza rovinare tutto.

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lunedì 27 febbraio 2012

VIAGGI


Prima di proseguire leggete questo post:


Il presente articolo nasce come commento, ma Ehmmm... come spesso mi capita è uscito un po' lungo (:-)) e ho deciso di pubblicarlo qui. Eccolo:


Ciao, 

"Durante la nostra vita non facciamo altro che accumulare beni materiali e immateriali di qualsiasi natura, perciò la nostra ricchezza aumenta".


In questi giorni riflettevo che è impossibile fare altro. 

Noi viviamo in un mondo materiale, che percepiamo attraverso i cinque sensi. Nient'altro. Togli i cinque sensi e siamo morti a tutti gli effetti, non abbiamo più contatto con noi stessi e il mondo esterno. Ora, quello che chiamiamo "spirituale", non è altro che "materiale", solo di una forma più "fine", meno grossolana, ma è materiale. Noi non abbiamo alcuna conoscenza dell'immateriale. Anche forme di pensiero, di elevazione che possiamo sperimentare, non sono altro che una diversa forma di materiale. 

Nei testi originari della genesi, che noi traduciamo un po' approssimativamente, la creazione inizia con "in principio Dio creò il cielo e la terra". Ovvero, inizia tutto con la creazione della materia, nuovo stadio di qualcosa che già esiste, Dio preesiste alla materia.

Adesso è un discorso un po' lungo, magari ne scriverò diffusamente in seguito, però, è tutto lì: la materia. Noi viviamo di materia, non ne conosciamo i limiti, la scambiamo per qualcos'altro. Respirare, odorare, amare, esultare, sentire la brezza sulla pelle, non sono altro che le reazioni dei nostri sensi a qualcosa di esterno. Materiale è l'evento che scatena il tutto, materiale è l'intermediazione dei nostri sensi, materiale è la nostra gioia, felicità, tristezza, angoscia, i sintomi sono tutti fisici e le cause biochimiche (biochimica del corpo). 


Non possiamo quindi fare altro che "arricchirci di materia".


Ma la materia per sua natura è grezza. Anche nella forma più sottile è grezza. Quindi è un falso problema cercare un'elevazione tramite forme più "pure" della stessa materia: niente felicità dovuta al denaro ma più felicità dovuta al rispetto dei valori, alla socialità, al sole, al mare, etc... 

Entrambe le forme hanno limiti cosi precisi ("materiali") che nell'uno e nell'altro caso il grado di soddisfazione viene presto raggiunto. Detto in altri termini: non è vero che il denaro fa la felicità, e non è vero che qualcosa di diverso possa portare felicità; se non si supera questo presunto dualismo tra beni "materiali" e non, per quanti sforzi facciamo nell'uno o nell'altro senso i risultati saranno spesso incerti e, alla lunga, equivalenti. 


E il tempo? E' materia? 


Beh, sul tempo io non credo neppure che sia una linea, un continuum, ma un insieme di dimensioni, di piani, infiniti piani su cui viaggia... un anima? Un anima che sceglie a quale tempo appartenere, se a quello della svolta a destra o a sinistra, o di andare diritto, in ogni momento quest'anima sceglie a quale dimensione appartenere, su quale piano spostarsi. 

Se il tempo fosse una linea non potrebbe scegliere. Se il tempo scorresse in modo 100, 99, 98... non potrebbe cambiare traiettoria. In realtà, a mio avviso, non c'è qualcosa che chiamiamo "tempo", ma infinite dimensioni, tante quanto la nostra limitata mente non può neppure immaginare, e in ogni momento, la nostra anima decide quale di queste dimensioni incrociare, e così facendo decide del suo destino. Anche eterno. 


Perché se il tempo non è una linea ma un insieme di dimensioni su cui viaggia un'anima, allora... 


Allora ciò che noi percepiamo come "fine", è solo la fine di uno stato dell'essere, di un certo tipo di corpo fisico. Ma il viaggio continua. E come? Allo stesso modo: si sposta su altri piani di dimensione, che neppure percepiamo. Il viaggio dell'anima, libero dal concetto di "tempo" che noi gli diamo, non ha motivo di terminare. Ha abbandonato una forma e continua ad incrociare altri piani, ma probabilmente è qui, condivide il nostro stesso spazio fisico ma non avendo percezione di ciò che avviene realmente intorno a noi, dati i nostri limitati sensi, non cogliamo niente delle enormi rivoluzioni che avvengono in questa meravigliosa "materia". Inferno e paradiso, potrebbero essere proprio qui, adesso, e un anima sta vivendo quegli stati, incrociando strati dimensionali, che non sono "tempo" in quanto questo è il nome che noi diamo al "viaggio" solo perché non sappiamo spiegarcelo altrimenti. 

Questo è un concetto molto presente nella fisica quantistica, ma in generale si dubita che il "tempo" possa essere considerato una retta, una clessidra che scorre. Vero è invece che la nostra percezione ci induce a crederlo. 

Ogni tanto qualcuno, qualche mente, per qualche motivo, "sconfina". E vede, sente, vive, stati che si trovano ("si troveranno") in un piano dimensionale diverso, un "tempo" diverso. Pensiamo di aver viaggiato nel tempo ma, credo, abbiamo solo incrociato una dimensione diversa, una delle tante, succede nel viaggio di un'anima. 


Un'anima che in fondo decide in quale dimensione vuole spostarsi, sceglie il suo paradiso o il proprio inferno. 


La salvezza è predestinata? Probabilmente sì. Esiste già una dimensione in cui siamo in quella che possiamo intendere come "salvezza". Ma siamo noi che scegliamo di "spostarci" verso quel piano dimensionale, piuttosto che verso un altro. così come attraversiamo vari strati dimensionali, tutti fissi, esistenti e sovrapposti, per avvicinarci ad uno "stato" che definiamo "tempo futuro", ma che in realtà è una dimensione che già esiste e che la nostra anima in viaggio deve raggiungere, allo stesso modo, ci muoviamo verso uno stato che già esiste, "salvezza", ma che dobbiamo voler incontrare, con le nostre scelte di ogni giorno. 

Siamo "salvi"? Sì. Perché quello stato di salvezza già esiste, qualunque significato vogliamo dargli, ma il viaggio verso di esso è necessario e, come per ogni viaggio, potremmo non arrivare, decidere di non voler giungere, a quello stato. In quel caso la "salvezza" esiste, ma non vi giungeremmo mai. 

Tornando alla materia e al tempo, se non ci liberiamo dalle limitate visioni che abbiamo coltivato finora, non faremo altro che ripercorrere le orme di tanti, troppi, che da millenni si pongono le stesse domande e arrivano allo stesso punto: da nessuna parte. 


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domenica 19 febbraio 2012

LA TAZZA

Nessuno aveva mai saputo che sapesse sorridere. Ormai morente disse: "Studiate con me da molti anni, mostratemi la vera interpretazione della vita".

Tutti fissarono la faccia severa ma nessuno rispose.

Un discepolo che stava con l'uomo da molto tempo si avvicinò al letto e spinse dolcemente verso di lui la tazza dell'acqua.

La faccia dell'uomo si rese ancora più arcigna. "È questo tutto ciò che hai capito?" chiese.

Il discepolo allungò la mano e rimise esattamente la tazza al posto di prima.

Il vecchio sorrise di gusto, soddisfatto.


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venerdì 17 febbraio 2012

25 minuti - parte seconda



“Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete.”

Genesi 3,2


Voglio quell'albero, lo desidero, ne ho l’ossessione. E' il partner desiderato, la promozione agognata, la nuova professione, la salute riconquistata, la bellezza, una vita al mare, la liberazione dai seccatori, figli rispettosi, una vita diversa. Senza  quell'albero non riesco a vivere.

Non importa che per il resto, in fondo, nulla mi manchi. Sento la mia vita vuota, incompleta, molti invidierebbero la mia situazione, ma non m'importa, perché senza quell’Albero, quel di più, quella nuova conquista io non riesco a vivere, non mi trattengo dal pensare ad essa, mi sento incompleto, finito. Perché non dovrei provare? Cosa mi trattiene, quale impedimento?


Il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».


Perché rimanere nell'ignoranza, perché non progredire, perché non prendere quel nuovo frutto, non sono forse stato creato per evolvere, creare, avere di più, essere di più, conoscere di più…


Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza.


Avevano tutto, e credettero di esser poveri senza quell'ultimo albero. Era loro richiesto di non desiderare oltre, di godere del Giardino, dell'immortalità, della loro straordinaria bellezza e libertà. Si sentirono carenti, incompleti. Si convinsero che per essere davvero felici, pieni, dovevano assaggiare quell'ultimo pezzo di cielo.


Il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?».


In ebraico le parole "dove sei" possono essere pronunciate come un analogo grido di dolore. Dio non può soffrire, per la sua stessa essenza non può essere vulnerabile, eppure le parole "dove sei" sono pronunciate come un grido di dolore, di struggimento,  di fronte alla catastrofe in cui è incorsa la sua creatura.


“Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto.”

Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?”


Fino al momento in cui il mondo dell’Uomo non viene sconvolto, egli vive in pace ed equilibrio, in maniera splendida. Come un bambino sereno, pieno di saggezza e di prosperità. Quando viene insinuata la sua presunta mancanza, la carenza nella sua vita, nel momento in cui viene ingannato, gli viene fatto credere che la sua vita non è già completa, bella, piena di senso, allora tutto crolla, in un attimo.

Cosa c’è fra il prima e il dopo, tra la bellezza e la distruzione? Un pensiero. Il pensiero che qualcosa non va, non basta, che in realtà “la fuori” c’è di più. Qualcosa che non sa, che gli sfugge, un passo avanti verso la conoscenza, una vita migliore, la divinità.


La fuori non c’era niente di più. Era già tutto nel Giardino. E’ già tutto nel Giardino.


Il “di più” è qualcosa a cui in realtà l’Uomo non avrebbe comunque potuto accedere, appunto in quanto uomo e non dio. Non è caduto perché non ha avuto accesso ad una conoscenza superiore, per un obiettivo fallito, per la sua incapacità o sfortuna, ma perché ha smesso di vedere la completezza del suo mondo, ha creduto di poter accedere ad una sapienza, ad una vita diversa, superiore, pur essendo solo creatura.


“Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”


Hai cercato oltre. Assaggiato ciò di cui ti avevo detto di non mangiare perché ne saresti morto. Non ti ho costruito per accedere a quella conoscenza, per quanto tu ti illuda di potervi giungere. Ti ho costruito per godere del Giardino.


“Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”


Era quello lo scopo. Curare il giardino, custodire il giardino. Allontanare ciò che vi era di molesto. Non era un lavoro e non provocava fatica, il lavoro verrà dopo, come maledizione, tutto cresceva in misura perfetta, senza sforzo, tutto era in equilibrio.

Parliamo di Uno che sa benissimo come funziona la macchina umana dato che l'ha creata, non dice alla creatura: "prendine con moderazione" oppure "cerca di essere equilibrato", non gli dice "sei qui per conoscere e puoi dominarti se vuoi", no, dice:


"Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti"


Vivere il Giardino, non andare oltre, oltre c’è il baratro. Non la salvezza, il baratro.

Si pensa che salvezza sia andare oltre. Non è quello. Salvezza, pace, felicità è  fermarsi prima del baratro.


D’improvviso  la vita apparve vuota e priva di senso all’Uomo, ma non prima: perché non prima? Perché prima non appariva così mancante se la situazione di vita era la stessa?

E’ bastato un pensiero a travolgere tutto, un pensiero di mancanza.


E’ stata illuminazione o inganno?


(Continua)

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sabato 11 febbraio 2012

25 minuti - parte prima


Molti blog, di crescita, pieni di speranze, idee, verità accennate, erano davvero tanti, nel tempo sono spariti. Ho visto gli autori perdere fiducia, scrivere meno, cambiare registro alle loro speranze, migrare verso temi forse maturi ma lentamente così poco distanti da quella grigia realtà che prima criticavano. Sono stati riassorbiti da una zona d'ombra da cui avevano voluto allontanarsi. Riassorbiti dopo un'esperienza di luce, o di oscurità, adesso sono consapevoli del grigio e anche delle false luci che si accendono illudendo che tutto sia possibile. Forse sono tornati in quella realtà spirituale da cui chiedevano solo di poter uscire. 

Ho visto molti blog chiudere. Mi chiedo se sia giusto così, forse lo è: un'esperienza, uno scambio, misurare le proprie forze, comprendere la propria realtà, parlandone, e infine parlare di meno e tornare ad uno stato di azione che prima sembrava insensato. Forse si è scoperta la luce anche in quel grigiore e questo basta a rendere sensata una vita intera. 

Di alcuni ho perso le tracce, altri hanno detto quello che dovevano e, accortisi che era tutto lì, sono divenuti ottimi ascoltatori. Altri hanno provato, non tornerebbero indietro dalla loro esperienza di "uscita" dalla monocolore realtà di prima, ma confessano che l'uscita "non è poi sta' gran cosa".


E' solo che prima non accettavano la loro situazione e adesso hanno accettato la nuova.


"Chissà - dicono - se avessimo accettato la situazione precedente, come adesso accettiamo la presente, forse non avremmo avuto bisogno di cambiare. Comunque ormai siamo qui e non torneremo indietro". 


E' tutto qui, nella maggior parte dei casi.


Parlo, naturalmente di chi gestiva un blog amatoriale, di ricerca, di svago, senza farne un'attività professionale come fonte di reddito, i casi sono diversi: i primi possono smettere quando sentono di doverlo fare; per i secondi è un lavoro e non puoi staccare quando vuoi, come per qualunque lavoro  del resto. 

Ho visto l'arroganza dei sogni stemprarsi di fronte alla realtà. già dopo le prime batoste; ho visto l'energia nervosa che esplodeva, rabbiosa, negli scritti e nelle discussioni, stemprarsi davanti alle difficoltà. Qualche volta ho letto di passi indietro, ammissione di essersi sbagliati, solo qualcuna. 

Spesso i blog si ripiegano su sé stessi, iniziano discussioni infinite ma quando è così, comprendo che c'è qualcosa che "non funziona", come ho scritto qui: 


http://exodusclic.blogspot.com/2011/07/cammino-sullacqua-parte-seconda.html 


Anche un fallimento e la chiusura di un blog possono significare che qualcosa "ha funzionato", si è preso atto, si è passato ad altro, si è andati avanti. Ma non c'è niente di peggio che restare fissi su di un punto, magari parlando per mesi, anni, della stessa cosa, senza sperimentare né il fallimento né il successo, solo l'immobilità di un discorso inceppato. E sterile. Non porta frutto. Occupa la mente di sogni inutili, vuoti, rimangono sogni. , illusioni mortificanti.

Mi sono chiesto se c'è un qualcosa di "giusto" da fare, come comportarsi, probabilmente no, la strada è personale, ma la realizzazione di una persona, umana, professionale, spirituale, materiale, ecco, quella è visibile. Occorrono occhi allenati, i più fingono, ma la luce negli occhi di una persona appagata, quella luce che sprigiona quando nessuno la guarda, quando non può fingere perché non ha più un pubblico davanti a cui recitare, quando non sta raccontando la propria vita ma la sta solo vivendo, con uno spione come me a lato che la scruta per comprendere, non visto, se quella persona è davvero realizzata, quella luce si riconosce sempre.


E' la luce di una persona che illumina sé stessa, e la maggior parte delle volte ne è inconsapevole.


Quanto è bella quella luce. E quanti sforzi si fanno per spegnerla. Vuole spegnerla chi vuole insegnarti a vivere; chi ti dice che non sei vivo; chi ti spiega perché non sei vivo; chi ti racconta cosa stai perdendo, chi ti racconta che nella tua vita "c'è qualcosa che non va". distruggendo il giardino di Eden in cui albeggiava il tuo sorriso, 

Ecco, ho visto sorrisi felici tramutarsi in ringhi rabbiosi, solo perché qualcuno ha convinto che la tua vita, così com'è, non va bene. Dopo un po' la felicità era scomparsa, adesso c'era lo "sforzo di vivere" per raggiungere un obiettivo improbabile, anche raggiunto, non restituirà quel sorriso. Quel peso caricato sulle spalle ha ucciso il riso. Non tornerà proseguendo su quella strada. Occorre tornare al giardino, a quello stato in cui ridevi da solo, quando nessuno ti guardava. Se non sei in grado di ridere da solo, di sentirti completo, non c'è niente che potrà colmare quel vuoto, qualunque obiettivo si raggiunga, e di qualunque tipo. 

Occorre tornare al giardino... ma come..? E cosa significa, cosa c'era nel giardino?

(Continua) 

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venerdì 3 febbraio 2012

IL SORDO

"Perchè vi rivolgete sempre a quell'uomo rude, brusco e sgarbato?" chiese il forestiero.

"E' un giudice infallibile. In verità ciò che dice è "troppo vero" e spesso preferiamo non credergli, ma nel tempo le sue decisioni si rivelano esatte. Andiamo a trovarlo quando dobbiamo concludere un affare, scegliere un socio, eleggere un rappresentante, sposare un figlio, tutto ciò insomma che implica il giudizio su di una persona."

"E come fa ad avere sempre ragione, cos'ha di speciale?" chiese dubbioso.
"E' sordo e irascibile."

"Non capisco."
"Chi usa le parole per ingannare, sviare, distrarre, viene scoperto da un uomo per cui le parole non significano niente. Osservando le persone, senza alcun suono, lui scopre tutto quello che c'è da sapere. Noi non riusciamo."

"E sull'essere irascibile?"
"E' difficile sedurre a forza di moine un uomo così. Si può mentire con il corpo, ma solo se l'altro lo permette. Lui non lo permette."


Tagliare i suoni osservando la realtà, e rifiutare indulgenza all'inganno.

Svelano una verità spesso inaccettabile.

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