Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

domenica 27 novembre 2011

IL SACCO





"Cos'è la felicità?" chiese il viandante all'uomo sempre felice.

L'uomo portava un pesante sacco di carbone sulla spalla, lo depose a terra e così, liberatosi, sorrise.


"E come farò ad essere felice?"

L'uomo rimise il sacco in spalla e, senza smettere di sorridere, prosegui leggero per la sua strada.


Non è mollare il sacco che mi rende felice, è l'essere felice che non fa pesare il sacco. 

Se rifiuto il sacco, non sarò mai felice.

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mercoledì 23 novembre 2011

TEMPO 2



"Questo tempo, come tutti i tempi, è ottimo se solo sapessimo cosa farne."

Ralph Waldo Emerson


Se il traffico mi impone il suo ritmo, ho perso. Se la clessidra del tempo di attesa di un PC mi costringe ad attendere guardandola, ho perso. Se non stacco andando a fare qualcos'altro ho perso. Nell'attesa, che sto rifiutando, io ho perso. Il mio tempo è stato divorato. Non dall'attesa, ma dal seguire il ritmo di un’altra persona, un'apparecchiatura, call center, auto davanti a me. Divora i miei nervi, un pezzetto per volta, ogni giorno.

Se accetto di battermi ho perso. Se mi alzo, se lascio andare il PC al suo tempo naturale, facendo altro, se rifiuto di battermi con un divoratore che non posso costringere ad adeguare il suo tempo al mio, vinco. Se abbandono la partita, la discussione, lasciando l'avversario al suo ritmo, vinco: ho spezzato il suo gioco, non saprà più come riprendersi, è lanciato su di me ma io non ci sono più, andrà a schiantarsi.


Se so preservare il mio ritmo sempre, in ogni occasione, abbandonando quando sento che il ritmo non mi appartiene più non posso perdere.


E se non perdo, alla lunga io vinco, realizzo la profondità del tempo. Profondità è il tempo stesso e il suo senso. Che non sta nell’estensione, che comunque risulterà sempre limitata ed insufficiente, ma nella pienezza. Se seguo l'estensione del tempo e non la sua profondità, non avrò mai vissuto. Porterò con me sempre la percezione di non stare vivendo, del mio tempo vuoto.

Non aspetto i tempi di nessuno. Devo lasciare se i tempi si prolungano. Aspettare è un distruttore psicologico. Non devo permettere a nessuno di farmi aspettare, o il mio tempo verrà divorato. Ma cos’è aspettare?


Aspettare non è stare fisicamente nell’attesa. Aspettare è la fatica di  stare mentalmente, spiritualmente nell’attesa.


Sto un’ora in sala d’attesa, leggo un libro appassionante, per me non è attesa, è piacere. Chiamano il mio turno e sono dispiaciuto. Nell’ora di traffico ripasso il mio inglese su cd, ascolto splendidi documentari in mp3, lezioni economiche, non avrei il tempo di imparare altrimenti. Questo tempo è occasione, non attesa. Amo il mezzo pubblico, meravigliosa parentesi di lettura, di ascolto nelle cuffie. Non è attesa. Non mi logoro, non stanco, non aspetto. Vivo.


Profondità del tempo è  sentirmi vivo. Sentirmi vivo è essere felice.


Le colleghe hanno voglia di parlare ma mi annoiano. Non gli parlo. Non mi importa se sono scortese, tanto sono stronze. Non c’è alcun bene che possa derivarmi da loro, e neppure le temo, non perdo niente, non esiste niente che si possa perdere. Se gli dedico un minuto, quel minuto non lo riavrò mai indietro.


Se non so gestire un minuto, come farò a gestire una vita intera?


La mia famiglia rompe al telefono e io riattacco. Non dico “ciao”, riattacco e basta. Sono brusco ma hanno imparato ad accettarlo. Non ha senso spiegare e rispiegare le cose, un clic dell’apparecchio vale diecimila spiegazioni. Il tempo è mio. Nessuno ha il diritto di togliermelo senza che io lo abbia donato. Ciò che è buffo è il modo in cui il clic improvviso del telefono riappeso venga gradualmente accettato. Ci si abitua a tutto.

Non ascolto le notizie. Imparo scegliendo le fonti, ma non accendo la radio. La radio vuole ammazzare la mia noia, il mio tempo, ma io non ho bisogno di qualcuno che uccida il mio tempo, che lo viva al posto mio. Io scelgo ciò che voglio ascoltare, vedere, sentire, con chi stare. Do ascolto al mio bambino dentro, quello che presto si annoia, che cerca la vita, che non si ferma in parole morte, linguaggio morto, regole morte. Quello che si alza a metà e va via perché ha capito che lì, in quel posto, in quel film, in quella storia, in quella discussione non c’è niente e non è interessato a vederne la fine. Quel bambino che riesce a fare diecimila cose in un giorno perché non si costringe ad andare fino in fondo quando ha ormai compreso che non c'è nient'altro da esplorare, niente che gli interessi davvero.


Quel bambino è un genio nell’utilizzo del suo tempo, delle sue energie.


Non è solo perché è bambino con un corpo che esplode di forze, no… Quel bambino ha una mente affamata di interesse per tutto ciò che lo circonda. E quando smette di interessarsi, abbandona e cerca altro. Il bambino lascia andare il tempo inutile. Il bambino, nel suo piacere di vivere, non spreca un minuto del suo tempo. Io vivo col bambino.

Non diverrò mai un bravo lacchè, un efficiente burocrate, uno col sorriso ebete stampato in viso, non farò carriera. Rimarrò uno che ride di gusto quando non dovrebbe e abbandona la partita quando non gli interessa più. Qualcuno potrà dispiacersene ma pazienza, vuol dire che non ne valeva la pena. Il bambino non abbandona mai quando trova persone davvero interessanti o per cui valga la pena restare. Nella sua inconsapevolezza è molto intelligente, più dell’adulto.

Le relazioni, i lavori, le amicizie, i rapporti, non muoiono per questo. Muoiono per noia, ripetitività, assenza di senso. Muoiono e a volte restano animati, simulano la vita, continuando a fingere, continuando a divorare l’unico tempo disponibile. Il bambino dentro di me sfugge a questo, non sa cosa vuol dire tempo inutile.

Non cerco di guadagnare tempo, non più, non è possibile. Cercare di guadagnare tempo  è cercare di raccogliere l'acqua con lo scolapasta. Cerco la profondità. L'essere dove è giusto che io stia. Comprendo che è tutto perfetto, non c'è errore, è tutto corretto. E se c'è spreco, se lo interpreto come spreco, è perché non voglio accettare questa realtà, il mio posto in essa, mi ribello e perdo l’armonia con me stesso e con ciò che vive intorno a me.


“Che Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare, e la saggezza di distinguere tra le due.”

Reinhold Niebuhr, rielaborando un’antica preghiera Cherokee


Continua…

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martedì 15 novembre 2011





"Insegnante! - gridò l'uomo - Chi ti rispetta obbedirà a quel che dici, ma un uomo come me non ti rispetta, puoi convincermi ad obbedirti?"

"Vieni accanto a me e te ne darò la prova" disse il maestro attorniato dalla folla.

Altero, l'uomo si fece largo e si avvicinò all'insegnante.

"Vieni alla mia sinistra e ti darò la prova". L'uomo si spostò, il disprezzo dipinto sul volto.

"Forse parleremo meglio se ti metti alla mia destra". Con aria disgustata l'uomo passò dall'altra parte.


L'uomo non comprese, ma la folla vide un uomo, così altero e orgoglioso, non accorgersi  che stava solo ubbidendo alla volontà del maestro, muovendosi come gli veniva suggerito.


Se so manipolare le forze, le energie insopprimibili, le persone, "ciò che è", non avrò bisogno di esercitare la forza, su me stesso, sugli eventi o sugli altri.


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