Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.


lunedì 12 dicembre 2011

NIENT'ALTRO




(Questo post segue il precedente “La vita è questo”, alcuni in privato mi hanno posto domande sul niente.)


Tornava ogni settimana dopo che gli venne chiesto di meditare su niente. Il maestro lo accoglieva, ascoltava le sue deduzioni, le sue domande e puntualmente lo prendeva a sberle, così forti che le udiva anche il vicinato.

Meditava su niente con impegno, pensava di essere giunto a qualche conclusione, appena la riferiva, prendeva altre sberle. Ogni settimana per un anno. Era diventato lo zimbello del paese e il giorno seguente alla visita dal maestro aveva il viso dolente, gonfio e rosso come un peperone.

Stufo decise che la prossima volta non avrebbe aperto bocca neanche sotto tortura. Non disse nulla e seguì il maestro. Presero il the, sedettero in silenzio. Non prese sberle e il maestro lo invitò a continuare a meditare su niente.

Dopo un po' il discepolo tornò a fare domande e esprimere valutazioni e ricevette un'altra scarica di sberle. Allora smise. Ma continuò a meditare su niente.

Il loro appuntamento trascorreva serenamente, il discepolo non portava più le sue conclusioni ma seguiva il maestro nelle sue attività. Un giorno, tre anni dopo il loro primo incontro, mentre stavano seduti l'uno di fronte all'altro in meditazione, respirando serenamente, il maestro impercettibilmente sorrise: il ragazzo era tranquillo, era maturato e stava dimostrando tutte le sue potenzialità, in lui vi era adesso l'adesione incondizionata al momento presente, l’azione e il pensiero puro e niente altro.


Niente non è niente. Niente è nient'altro.

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mercoledì 7 dicembre 2011

LA VITA E' QUESTO




"La vita non è una cosa difficile. Non dovresti perdere tempo qui da me. Sei  un medico, va' a casa e prenditi cura dei tuoi pazienti, trattali con bontà. La vita è questo."


L'uomo era scoraggiato perché il maestro gli ripeteva sempre e solo questo quando cercava risposte. Alla quarta visita esplose: "Lo so! Se la tua conoscenza è tutta qui è inutile tornare  da te!"
  
Allora il maestro gli diede un problema su cui meditare. Doveva esaminarlo bene e poi riferirgli le sue conclusioni.

L'uomo meditò due anni sul problema del Niente esaminandolo da tutte le angolazioni. Quando pensava di aver raggiunto una risposta andava dal maestro che gli ripeteva: "Non ci sei ancora".

Meditò ancora un anno e mezzo. La sua mente si rasserenò, i problemi si risolsero. Niente divenne la verità. Curava bene i suoi pazienti e, senza accorgersene, fu libero da ogni preoccupazione sulla vita e sulla morte.


Qualunque cosa tu faccia, falla e basta, con Niente, con amore. La vita è questo.

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lunedì 5 dicembre 2011

ECOFOLLIA

Ecco, sono esploso, ho ascoltato, letto, di tutto di più sull'Economia e adesso dico basta. Finora non ho approfondito per non tediare, ma quella Laurea in Economia rubata si rivolta nella tomba, ha preso possesso di me e se non scrivo mi porta con sé nel limbo della lande perdute.


In Italia erano tutti allenatori di calcio, da un po' sono diventati tutti economisti.


Quante materie di esame universitario hanno sostenuto, quante tesi dibattuto, quante notti hanno passato a cercare di capire i meccanismi fiscali, economici, retributivi, pensionistici, il perché di causa ed effetto, quante volte hanno contrastato i loro stessi docenti? Quante volte hanno argomentato: “No, non è così, viene proposto in quel modo perché gli autori sono monetaristi, ma non è detto che debba andare così, è una loro supposizione, hanno esaminato solo un numero ristretto di casi”. Zum, voto basso. Però almeno so di cosa parlo.


Non basta leggere un libro o ascoltare un intervista, gironzolare su Google per capire l'economia.


Così come non potrei scrivere una ricetta medica solo perché io sto benissimo in salute o in quanto avido lettore dell'enciclopedia medica, non basta, si fanno solo danni. E in mezzo alla cacofonia di voci, si perdono di vista i concetti più semplici che stanno alla base di tutta La Teoria Economica. Vero è che una teoria non può rappresentare la realtà, ma se io dico che l'uomo nasce, soffre e muore, può darsi che non sia solo quello, anzi sicuramente c'è di più, ma sfido chiunque a venirmi a dire che quello che ho detto è falso, l'iter è quello ed è innegabile.


Le basi della Teoria Economica sono la stessa cosa.


In tutti gli interventi che mi capita di leggere da parte di gente non edotta in Economia manca sempre la base della Teoria Economica. Iniziano tutti a costruire dal terrazzo, semplicemente perché non sanno cosa siano le fondamenta. Perché comprendere le fondamenta vuol dire studiare almeno due anni intensamente, solo per cominciare a capire cosa può succedere quando vai a fare la spesa. Due anni. Alcuni geni del marketing e dalla penna facile fanno corsi in sala da pranzo e poi scrivono libri. E viaggiano su internet. E dissertano. I politici poi non ne parliamo, prova è che è stato chiamato un pompiere per presiedere un Governo dopo che chi ha creato (bipartisan) un disastro incredibile si è defilato.


Oggi mi sono commosso anch'io.

Non dovrei ma vedere un Ministro della taglia dell'attuale piangere davanti alla parola “Sacrificio” mi ha ricordato che ci si può ancora fermare a contemplare un disastro e piangere perdendo un po' del proprio cinismo. Dopo anni di lacrime elettorali, false come il cerone che trucca i volti, di gente abituata a parlare senza che le parole significhino nulla, senza che ci sia nulla dietro, quell'impossibilità nel pronunciare la parola “Sacrificio” mi ha ricordato che forse esiste ancora gente vera. Magari non la pensa come me, magari ciò che pensa non è la verità, magari sbaglia e non si rende conto, ma è stato tutto così falso negli ultimi anni, così spettacolare, così vuoto di significato, che oggi mi sono commosso anch'io.

Spero nei prossimo giorni di pubblicare un post con questi benedetti fondamentali di Economia, così sarà chiaro perché le opinioni comuni, condivise da tutti che sembrano così logiche e inoppugnabili, sono in realtà soltanto demagogia. Così come una volta sembrava inoppugnabile usare le sanguisughe in medicina per gettare via il sangue marcio. Ne morivano altrettanti per i salassi. Eppure sembrava logico eliminare il sangue marcio. L'economia è lo stesso. Abili parolai, politici, giornalistici, pseudo-rivoluzionari, mezze seghe, diffondono frasi ad effetto e slogan ormai accettati come se fosse normale usare le sanguisughe per risanare un corpo morente.

(Continua... spero!)


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giovedì 1 dicembre 2011

MINIMALISMO D'ELITE



Vi invito a leggere il bel post pubblicato a questo indirizzo prima di proseguire, dal titolo "Il minimalismo è roba da ricchi?":


http://www.landroideminimalista.com/2011/03/il-minimalismo-e-roba-da-ricchi.html


Possiamo chiamarlo minimalismo, downshifting, o con qualche altra sigla che va per la maggiore, l'importante è il senso dell'intervento, molto interessante.


Poi ho inviato un commento che ho deciso di pubblicare anche qui, eccolo:


"Ciao, splendido post.

Se permetti vorrei intervenire, anche se un po' in ritardo :-)

Do' un'interpretazione ristretta di minimalismo, tanto per dialogare:

Il minimalismo è sicuramente un fatto elitario, è diffuso solo in quel 20% della popolazione mondiale che si pappa il 90% delle risorse, la parte più ricca insomma. Per essere minimalisti occorre necessariamente essere ricchi, dove essere ricchi può essere semplicemente la fortuna di nascere in un opulento paese dell'occidente in cui si mangia tre volte al giorno. Non la percepiamo come "ricchezza" a causa della nostra forma mentis, ma come definire una situazione in cui si è più ricchi dei restanti 4,8 miliardi di persone?

In questa enclave, in questo "cru" di ricchezza, anche se non percepita, nasce il fenomeno, Che poi riguarda solo una minoranza di persone, diciamo, toh, esageriamo, 5 su cento? Le crème de la crème, il 5% del 20%.

Sì, è snobismo elitario, ma non viene percepito come tale, così come non osiamo definire "ricca", con i nostri parametri, una persona con un tetto sopra la testa che non ha problemi alimentari. Allora possiamo fermarci a considerare solo quell'eden ricchissimo che conta il "miglior" 20% della popolazione mondiale. E' comodo ma non produttivo, se si segue questo principio, che poi è quanto si fa ogni giorno, non ha senso parlare di "minimalismo", ma di "perfetto adeguamento ad una mentalità corrente che guarda solo la ricchezza e finge di interessarsi ad altro". Finge di parlare di altro. E sguazza nell'opulenza. Se il "minimalismo" guarda solo la ricchezza, solo il “nostro mondo” (ricco come prima definito) non ha ragione di esistere, ed è ciò che abitualmente succede.


Allora come definire il movimento con le caratteristiche di cui parli, cos'è?


Semplice, è un istinto naturale o un costrutto mentale, psicologico. E' naturale se fai delle cose senza chiederti se siano minimaliste o no, senza sforzo; in caso diverso è un costrutto psicologico che richiede uno sforzo per essere mantenuto. Si dimostra facilmente: se non attui questo sforzo il costrutto psicologico collassa, smette di esistere e torni ad essere "te stesso" che fai quello che ti aggrada e non è detto che si abbia voglia di limitarsi.

Attenzione, non bisogna confondere la precarietà, povertà con il minimalismo, così come un matrimonio imposto non è un matrimonio d'amore. Il risultato è lo stesso (minor spesa o matrimonio), ma è chiaro l'abisso che li separa e li rende inconciliabili.

Se uno mangia carne, e quindi alimenta un industria che produce 1/4 del totale dell'effetto serra esistente, danni incalcolabili all'ambiente con l'allevamento intensivo, depauperamento delle risorse idriche, alimentari, è definibile "minimalista"? (Basti pensare che un animale si beve da solo 200 litri di acqua al giorno!!). Allora è minimalista? Oppure un vegetariano con l'IPhone, e la Maserati alla fine si scopre che è lui il minimalista inconsapevole.

I minimalisti adorano viaggiare? Qual è il consumo di carburante pro-capite per chi viaggia in aereo? Io ho fatto il conto una volta, ho scoperto che se uno prende l'aereo per svago, tutto è tranne che minimalista, in termini di consumo della risorsa tecnologica più preziosa (petrolio), semplicemente non può esserlo. Posso anche svaligiare i negozi per le feste, se faccio vacanze a km zero, sono io il minimalista, anche se non penso troppo a come esserlo. Chi viaggia per svago in aereo no, per semplici vincoli tecnologici.

Mi piace la Sanità Pubblica? Attenzione, come si fa ad essere "minimalisti" quando si mantiene la più grande macchina distruggi risorse economiche delle nazioni, che è la Sanità Pubblica per l'appunto. Il settore pubblico è per sua natura ipertrofico, gestire milioni di esenzioni non è come arrivare alla cassa e pagare, è molto più complicato. Quindi non posso essere "minimalista" se apprezzo la gratuità delle cure, devo per forza essere "complessista", ove la complessità e la ridondanza assicurano equità.


Sono solo alcuni dei tanti paradossi non risolvibili, mi fermo qui, spero di aver saputo rendere il tutto.


Cos'è allora minimalismo? E' quella cosa che ha senso solo se non ti chiedi cos'è, perché non esiste. O meglio è solo una classificazione di diversissimi comportamenti individuali che per semplicità rimettiamo in una categoria. Nasce da dentro, non richiede sforzo, se lo richiede è un costrutto.

Forse però potrebbe avere un senso, un bel senso. Potrebbe significare "essere sé stessi", e basta, senza aggiunta di altro. Ecco, lì si è proprio al minimo. E senza guardare ciò che fanno gli altri, senza giudicare le loro spese o il loro modello di consumo, disinteressarsene. Altro che minimo! :-) E in questo caso si è minimalisti anche quando si cambia cellulare ogni tre mesi e televisore ogni anno, anche quando si ama il lusso e l'opulenza. Ma si è sempre più leggeri di altri proprio perché si è "sé stessi e basta". Più minimo di così!

Ciao!!!"


domenica 27 novembre 2011

IL SACCO





"Cos'è la felicità?" chiese il viandante all'uomo sempre felice.

L'uomo portava un pesante sacco di carbone sulla spalla, lo depose a terra e così, liberatosi, sorrise.


"E come farò ad essere felice?"

L'uomo rimise il sacco in spalla e, senza smettere di sorridere, prosegui leggero per la sua strada.


Non è mollare il sacco che mi rende felice, è l'essere felice che non fa pesare il sacco. 

Se rifiuto il sacco, non sarò mai felice.

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mercoledì 23 novembre 2011

TEMPO 2



"Questo tempo, come tutti i tempi, è ottimo se solo sapessimo cosa farne."

Ralph Waldo Emerson


Se il traffico mi impone il suo ritmo, ho perso. Se la clessidra del tempo di attesa di un PC mi costringe ad attendere guardandola, ho perso. Se non stacco andando a fare qualcos'altro ho perso. Nell'attesa, che sto rifiutando, io ho perso. Il mio tempo è stato divorato. Non dall'attesa, ma dal seguire il ritmo di un’altra persona, un'apparecchiatura, call center, auto davanti a me. Divora i miei nervi, un pezzetto per volta, ogni giorno.

Se accetto di battermi ho perso. Se mi alzo, se lascio andare il PC al suo tempo naturale, facendo altro, se rifiuto di battermi con un divoratore che non posso costringere ad adeguare il suo tempo al mio, vinco. Se abbandono la partita, la discussione, lasciando l'avversario al suo ritmo, vinco: ho spezzato il suo gioco, non saprà più come riprendersi, è lanciato su di me ma io non ci sono più, andrà a schiantarsi.


Se so preservare il mio ritmo sempre, in ogni occasione, abbandonando quando sento che il ritmo non mi appartiene più non posso perdere.


E se non perdo, alla lunga io vinco, realizzo la profondità del tempo. Profondità è il tempo stesso e il suo senso. Che non sta nell’estensione, che comunque risulterà sempre limitata ed insufficiente, ma nella pienezza. Se seguo l'estensione del tempo e non la sua profondità, non avrò mai vissuto. Porterò con me sempre la percezione di non stare vivendo, del mio tempo vuoto.

Non aspetto i tempi di nessuno. Devo lasciare se i tempi si prolungano. Aspettare è un distruttore psicologico. Non devo permettere a nessuno di farmi aspettare, o il mio tempo verrà divorato. Ma cos’è aspettare?


Aspettare non è stare fisicamente nell’attesa. Aspettare è la fatica di  stare mentalmente, spiritualmente nell’attesa.


Sto un’ora in sala d’attesa, leggo un libro appassionante, per me non è attesa, è piacere. Chiamano il mio turno e sono dispiaciuto. Nell’ora di traffico ripasso il mio inglese su cd, ascolto splendidi documentari in mp3, lezioni economiche, non avrei il tempo di imparare altrimenti. Questo tempo è occasione, non attesa. Amo il mezzo pubblico, meravigliosa parentesi di lettura, di ascolto nelle cuffie. Non è attesa. Non mi logoro, non stanco, non aspetto. Vivo.


Profondità del tempo è  sentirmi vivo. Sentirmi vivo è essere felice.


Le colleghe hanno voglia di parlare ma mi annoiano. Non gli parlo. Non mi importa se sono scortese, tanto sono stronze. Non c’è alcun bene che possa derivarmi da loro, e neppure le temo, non perdo niente, non esiste niente che si possa perdere. Se gli dedico un minuto, quel minuto non lo riavrò mai indietro.


Se non so gestire un minuto, come farò a gestire una vita intera?


La mia famiglia rompe al telefono e io riattacco. Non dico “ciao”, riattacco e basta. Sono brusco ma hanno imparato ad accettarlo. Non ha senso spiegare e rispiegare le cose, un clic dell’apparecchio vale diecimila spiegazioni. Il tempo è mio. Nessuno ha il diritto di togliermelo senza che io lo abbia donato. Ciò che è buffo è il modo in cui il clic improvviso del telefono riappeso venga gradualmente accettato. Ci si abitua a tutto.

Non ascolto le notizie. Imparo scegliendo le fonti, ma non accendo la radio. La radio vuole ammazzare la mia noia, il mio tempo, ma io non ho bisogno di qualcuno che uccida il mio tempo, che lo viva al posto mio. Io scelgo ciò che voglio ascoltare, vedere, sentire, con chi stare. Do ascolto al mio bambino dentro, quello che presto si annoia, che cerca la vita, che non si ferma in parole morte, linguaggio morto, regole morte. Quello che si alza a metà e va via perché ha capito che lì, in quel posto, in quel film, in quella storia, in quella discussione non c’è niente e non è interessato a vederne la fine. Quel bambino che riesce a fare diecimila cose in un giorno perché non si costringe ad andare fino in fondo quando ha ormai compreso che non c'è nient'altro da esplorare, niente che gli interessi davvero.


Quel bambino è un genio nell’utilizzo del suo tempo, delle sue energie.


Non è solo perché è bambino con un corpo che esplode di forze, no… Quel bambino ha una mente affamata di interesse per tutto ciò che lo circonda. E quando smette di interessarsi, abbandona e cerca altro. Il bambino lascia andare il tempo inutile. Il bambino, nel suo piacere di vivere, non spreca un minuto del suo tempo. Io vivo col bambino.

Non diverrò mai un bravo lacchè, un efficiente burocrate, uno col sorriso ebete stampato in viso, non farò carriera. Rimarrò uno che ride di gusto quando non dovrebbe e abbandona la partita quando non gli interessa più. Qualcuno potrà dispiacersene ma pazienza, vuol dire che non ne valeva la pena. Il bambino non abbandona mai quando trova persone davvero interessanti o per cui valga la pena restare. Nella sua inconsapevolezza è molto intelligente, più dell’adulto.

Le relazioni, i lavori, le amicizie, i rapporti, non muoiono per questo. Muoiono per noia, ripetitività, assenza di senso. Muoiono e a volte restano animati, simulano la vita, continuando a fingere, continuando a divorare l’unico tempo disponibile. Il bambino dentro di me sfugge a questo, non sa cosa vuol dire tempo inutile.

Non cerco di guadagnare tempo, non più, non è possibile. Cercare di guadagnare tempo  è cercare di raccogliere l'acqua con lo scolapasta. Cerco la profondità. L'essere dove è giusto che io stia. Comprendo che è tutto perfetto, non c'è errore, è tutto corretto. E se c'è spreco, se lo interpreto come spreco, è perché non voglio accettare questa realtà, il mio posto in essa, mi ribello e perdo l’armonia con me stesso e con ciò che vive intorno a me.


“Che Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare, e la saggezza di distinguere tra le due.”

Reinhold Niebuhr, rielaborando un’antica preghiera Cherokee


Continua…

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martedì 15 novembre 2011





"Insegnante! - gridò l'uomo - Chi ti rispetta obbedirà a quel che dici, ma un uomo come me non ti rispetta, puoi convincermi ad obbedirti?"

"Vieni accanto a me e te ne darò la prova" disse il maestro attorniato dalla folla.

Altero, l'uomo si fece largo e si avvicinò all'insegnante.

"Vieni alla mia sinistra e ti darò la prova". L'uomo si spostò, il disprezzo dipinto sul volto.

"Forse parleremo meglio se ti metti alla mia destra". Con aria disgustata l'uomo passò dall'altra parte.


L'uomo non comprese, ma la folla vide un uomo, così altero e orgoglioso, non accorgersi  che stava solo ubbidendo alla volontà del maestro, muovendosi come gli veniva suggerito.


Se so manipolare le forze, le energie insopprimibili, le persone, "ciò che è", non avrò bisogno di esercitare la forza, su me stesso, sugli eventi o sugli altri.


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