Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.


venerdì 6 maggio 2011

NON-OBIETTIVI - PARTE TERZA



Per quanto assurdo io cerchi di rendere il fumetto non sono in grado di competere con quello che la gente sperimenta sul posto di lavoro.

Scott Adams (scrittore, fumettista, consulente aziendale).


Il mio primo obiettivo: sul lavoro.


Entrare ogni mattina 45 minuti prima. Fare lo stronzo con due stronze. Creare inefficienza.


Spiegazione: sono obiettivi strategici. Lo scopo è di vivere la routine nel miglior modo possibile e di preservarla. Tutti vogliono gettare la loro, io alla mia sono affezionato. Mi piace. Mi diverto. Vedo lontano. Ovvero comprendo che è lei a creare un flusso di reddito che mi permette di progredire, cambiare, fare le stesse cose con meno fatica, divertirmi di più. Che dire, sono felicemente conservatore.

Non che manchino i problemi, il senso di vuoto a volte. Però comprendo che non diviene dal lavoro che svolgo, dalle aspirazioni frustrate, dal mio contratto da precario… Il vuoto ce l’ho dentro. La paura è il mio nemico, non il lavoro. La routine è anzi colei che mi protegge da un mondo che non è lì pronto a farmi felice se cambio il mio modo di essere e di lavorare.

Il posto di lavoro non è lì per opprimermi. E’ al mio servizio. Assicura il flusso di reddito necessario a soddisfare il mio piacere di vivere. Ma non è lì che mi realizzo, affatto. Fornisce solo i mezzi. Se poi non sono in grado di realizzarmi fuori, non è colpa del lavoro. Il lavoro è quello che è: maledizione data ad Adamo. Inutile aspettarsi la felicità in esso. Non è lì per quello, non è suo compito, come già sapevano anche gli antichi greci. Il lavoro è roba da schiavi, si sa. Ma può essere accettato? Fuori dal lavoro è possibile essere felici grazie all’accettazione di esso?

Scompongo e spiego il mio primo obiettivo. Lo considero unico (lavoro) anche se composto da tre componenti facilmente accessibili (mi piace vincere facile).

Entrare 45 minuti prima (orario flessibile). Perché? Entro prima, esco prima, mi godo il sole e la bella giornata, vado al parco, a correre, respiro. L’estate è bella, mi rallegra, mi rende felice. E poi, dopo le 16.30 la mia concentrazione decresce, meglio uscire presto. Gli ultimi trenta minuti saranno dedicati alla decompressione (cazzeggio strategico) per vivere sereno il resto della giornata.


Fare lo stronzo con due stronze. Perché? Ci sono persone che sono negative. E’ vero, si dovrebbero ignorare. Ma non basta. Loro ti stanno addosso, ovunque. Allora occorre porre la scure alla radice ed eliminare il problema. Magari è difficile quando si vive in un open space e si deve “far squadra” per soddisfare i superiori. Cosa conta di più la mia serenità o l’opinione del superiore? Non mercanteggio, taglio. Rispondo alle domande con un grugnito. Se è qualcosa che so, spiego, solo una volta, la seconda sbuffo. Voce ferma. Altrimenti rispondo “non lo so, chiedi al capo”.


"Non tratto con gli stronzi. Motivo: la vita è breve."

Dal libro “Il metodo antistronzi”


Saluto, non scambio altre parole, non mi mostro ostile ma non nascondo il disprezzo, chiamo per cognome e mai per nome. L’ho già fatto, funziona sempre. E’ difficile romperti le ball quando fai sentire tutto il tuo disprezzo. E’ come se togliessi la barriera di “buone maniere”. Se qualcuno (che vuoi tenere alla larga) interloquisce con te in presenza di altri, tutti sentiranno il tuo disprezzo. E questo non piace. Ci vuole carattere e un po’ di rischio ma i risultati sono garantiti. Ho scelto due stronze appunto. Liberandomi di loro il sole splenderà un po’ di più.


Creare inefficienza.


Nelle aziende siamo numeri. Le aziende tagliano i posti di lavoro. L’utilità di una persona non viene riconosciuta, a meno di relazioni particolari. Si parla di sistema premiante. Forse a livello di principio come può essere una regola concordata coi sindacati o un CCNL. In realtà, fuori dagli schemi non esistiamo. Ognuno pensa ai suoi interessi non ai tuoi. Devi cavartela da solo.

Meglio vanno le cose più diventi sostituibile. Meglio il sistema aziendale è oliato, meno è importante il singolo. Più l’informazione è condivisa, meno potere ha il singolo. Possono cacciarti e sostituirti, disprezzarti. Anche se tieni tu in piedi la baracca nessuno se ne accorge, perché con te appostato non ci sono mai problemi. Tu risolvi tutto, sei ovunque, copri i buchi del sistema. Così nessuno vede i buchi, le inefficienze del processo da un milione di euro, che non è perfetto, sei tu che lo fai andare, col tuo lavoro. Che nessuno più conosce, né riconosce. Ricevi vaghi apprezzamenti mentre il tuo capo pensa già ad altro, al prossimo impegno, alla sua promozione, ai suoi appuntamenti.


Perché tutto questo? Perché hai creato efficienza.


Sei un ottimo lavoratore ma un pessimo imprenditore di te stesso. Se tu aprissi un’azienda fallirebbe poco tempo dopo. Faresti arricchire gli altri e impoverire te stesso. Come forse fai adesso. Crea inefficienza. E’ facile. Moralmente ineccepibile in quanto non dovrai organizzare alcun sabotaggio, nessun gesto riprovevole, anzi riceverai maggiori apprezzamenti.


Come fare? Come un militare: esegui gli ordini. Esegui gli ordini e basta.

Non giudicare l’operato dei capi. Non prenderti responsabilità non tue. Non sentirti coinvolto nel gioco dei soldi se non entrano nelle tue tasche. Raggiungi i risultati ma non spiegare come fai, non divulgare i tuoi metodi. 


Naturalmente devi farlo solo in un azienda che presenta le caratteristiche di cui ho parlato. Se sei in un ambito in cui il tuo valore viene riconosciuto, tu sei una persona e non un numero e l’intraprendenza viene davvero premiata, beato te, non farlo. Ma se ti trovi invischiato in una qualche forma burocratica, allora devi farlo: esegui gli ordini e basta.

Cosa succederà?

I gerarchi nazisti erano una manica di folli, depravati, lussuriosi, abituati al lusso e alla bella vita, qualcuno drogato. Eppure la macchina militare e di persecuzione anti-ebraica era efficiente e implacabile. Come mai? Perché lo zelo tedesco copriva tutte le pecche. Ogni singolo individuo non si limitava a svolgere il suo compito, ma copriva col suo lavoro tutte le sbavature, le imperfezioni, i buchi di responsabilità. Ognuno ci metteva del suo.

E’ così che funzionano davvero le organizzazioni: il piano non conta niente. Se hai gente preparata, motivata, pronta al sacrificio, qualunque straccio di piano avrà successo. Se la gente non è motivata e si limita ad eseguire gli ordini, basterà una responsabilità non ben definita per inceppare il sistema. Bene, fai inceppare il sistema. Fai solo il tuo, segui le procedure, segui gli ordini, di sempre di sì al tuo capo, non contraddirlo mai. Digli sempre lo farò subito, anche se ti accorgi che ne uscirà fuori un disastro.


Il mondo è un’assurda impresa gigantesca, popolata da gente che sgobba ogni minuto della sua vita per razionalizzare le stupidaggini che è costretta a fare.

Scott Adams


Fai in modo che davanti al grosso problema, tu sia cercato per metterlo a posto. Solo in quel caso tu sarai necessario, ci si accorgerà che tu sei uno stronzo utile piuttosto che uno stronzo inutile. Alla fine, nelle organizzazioni, per i capi, sarai comunque uno stronzo lavativo che “se sei sotto di lui e non sopra qualche ragione ci sarà”. Loro sono lì per merito, tu sei lì perché lì puoi sperare di arrivare. E’ il pensiero corrente. Che condividiamo un po’ tutti, se non altro nell’indifferenza in cui vediamo laureati rumeni fare i lavori più sporchi e mal retribuiti. Potrà dispiacerci e ce ne dimentichiamo un attimo dopo, presi dai nostri problemi.


Per il tuo capo è lo stesso: è preso dai suoi bisogni, non dai tuoi.


Sei tu che devi ricordargli che sei utile. Come? Generando inefficienza. Segui le disposizioni e lascia che gli errori si manifestino. Il tuo capo per paradosso ti apprezzerà di più: a nessuno piace essere messo sull’avviso che la sua idea non è una buona idea; a nessuno piace il ritardo nell’applicare le proprie decisioni, anche le più folli.

Una grande industria automobilistica sfornava prodotti funzionali ma non all’altezza, non di qualità elevata insomma. Inoltre il reparto marketing rispondeva unicamente alla casa madre e non teneva conto del mercato locale. Un manager, direttore marketing della Spagna si permise di dirlo. Licenziato.

Un altro era fedelissimo della casa madre, un ex militare che non capiva niente di auto, di marketing, di mercato. Non era laureato, aveva modi rozzi, approvava tutto quello che proveniva dall’alto, sorvegliava la minima interpretazione di dissenso riguardo la politica globale dell’azienda e l’applicazione della sua visione ai vari mercati nazionali. Non era stimato, ma utile. L’azienda andava male. Lui venne promosso.

E’ questo il mondo in cui viviamo. Se non vuoi uscirne, e non vuoi impazzire, ti basterà non opporti alle sue regole. Dare a Cesare quello che è di Cesare, e tenersi il resto, Dio, sé stessi. Non c’è bisogno di vendersi, basta che rinunci alle tue opinioni, riconoscendole per quello che sono nell’ambito della Grande Organizzazione: inutili, non richieste, non necessarie. Anche quando vengono espressamente richieste, in realtà si vuole approvazione. Se invece si chiedono in modo sincero pareri, suggerimenti, opinioni, allora è peggio di peggio!


"Sul lavoro ho poche idee e nessuna che funzioni.

Ma se avessi delle buone idee il merito andrebbe comunque al mio capo."

Exodus


Prima di dare un contributo, accertati di averne un vantaggio. Altrimenti fingi soltanto di darlo, ma tieni le carte in mano tu. Sii imprenditore di te stesso e non servo. Altrimenti gioca sul sicuro ed esegui gli ordini. Lasceranno lì i problemi aspettando che qualcuno li risolva. E’ questo il loro gioco: “lascia lì e vedrai che qualcuno di quegli esseri che si trovano sotto risolverà il problema, non riusciranno a lasciarlo lì. La paura di quello che può succedere si impadronirà di loro e qualcuno risolverà quelle cose di cui ci prendiamo il merito ma di cui noi stessi non comprendiamo granchè. A quel punto noi sapremo quale asino possiamo caricare e tutto andrà a posto: quel lavoro lo assegneremo a lui”. Questo pensano.


"L’asino che lavora è sempre carico."

Proverbio


Per diventare capi nelle grandi organizzazioni occorre essere stronzi e far lavorare gli altri. Occorre avere sangue freddo. Spesso il sangue freddo consiste nel non fare niente e lasciare che le cose si risolvano da sole. E se non si risolvono, trovare la scappatoia adatta per giustificarsi, scaricare la responsabilità su altri uffici. In un sistema burocratizzato non è difficile, il lavoro viene così ripartito che diventa impossibile attribuire una precisa responsabilità ad un unico centro.

Anche tu dovrai avere sangue freddo e carattere per fare ciò che viene richiesto: trovare il pacco in mezzo alla stanza e lasciarlo lì. Non risolvere problemi, non prendersi responsabilità, fare il tuo. Sembra facile? Sei sicuro? Sicuro che lanciarsi a risolvere problemi premi di più che non farlo?

Attenzione: per me è importante svolgere un lavoro onesto. Onesto vuol dire fare bene quello che mi si chiede di fare. Se mi concentro su quello, in qualunque organizzazione, sarò un elemento utile e apprezzato. Deve anche essere un lavoro moralmente ineccepibile, altrimenti non dormirei la notte e dovrei cambiarlo.

La verità è che il modello di scambio industriale moderno non diverge da quello medioevale dello “scambio minimo”: il signorotto assegnava al contadino e alla sua famiglia quel minimo che gli bastava per vivere (e non doversi quindi cercare altra manodopera). Il contadino garantiva al signorotto il minimo possibile del suo lavoro. Su questa base, entrambi davano il minimo e rimaneva a ciascuno molto tempo per dedicarsi il signorotto ai lussi del suo rango, il contadino ad un po' di pesca e di caccia che integrassero la sua dieta, o a quello che la stagione e il suo contatto con la natura gli suggeriva.

Non esisteva il concetto della conservazione moderna in quanto non se ne possedevano i mezzi tecnici né della rivendita del surplus ai mercati, in quanto l'epoca capitalista sarebbe arrivata in seguito. Ognuno produceva ciò che gli serviva e si dedicava ad altro.

Oggi, nell'ambito del lavoro, a meno di non seguire un capo carismatico ed illuminato, il processo dello “scambio minimo” si ripete. In una situazione di scambio equo, i capi concedono il minimo a cui sono tenuti, il dipendente cerca di fare del suo meglio per dare il minimo facendolo sembrare il massimo. Quindi, se non state lavorando per un trascinatore di folle come Mao Tze Tung o Gandhi, lasciate perdere e fate come il contadino medioevale. Sta poi ad ognuno trovare il giusto equilibrio tra quello che riceve e quello che da. Solo in questo modo non proverà l'amarezza di sentirsi derubato, l'umiliazione. Non illudetevi, lo scambio industriale salario-lavoro è questo.


L’efficienza distrugge posti di lavoro, l’inefficienza li crea.

Se tutto fosse semplice ed efficiente i manager sostituirebbero le persone, il costo numero uno, con un pulsante da premere.


Ripeto l’obiettivo:


Entrare ogni mattina 45 minuti prima. Fare lo stronzo con due stronze. Creare inefficienza.


Caratteristiche dell’obiettivo:

Applicabilità: semplice. Valore aggiunto: alto. Grado di soddisfazione una volta raggiunto: medio-alto. Tempo: 1 mese.

Misurabilità: semplice. Le entrate al lavoro vengono registrate, farò una media per vedere se sono entrato 45 minuti prima. Ogni volta che trasgredisco all’essere stronzo con le stronze lo segno, non devo superare 4 volte al mese (rivolgere la parola senza essere interpellato è già trasgressione). Ogni volta che segnalo qualcosa di non richiesto, svolgo un compito non mio, m’impegno in un affare non richiesto è una trasgressione al mio generare inefficienza, non devo superare 4 volte al mese.

Risorse necessarie per raggiungerlo: molto semplici da reperire. Indispensabili però carattere, volontà, indifferenza al sistema, andare a letto 45 minuti prima o rinviare attività mattutine alla sera. E se posso disporre dell’attenzione di Patty ed Alberto, la mia concentrazione aumenterà, rendendo tutto ancora più semplice. Cosa ne dite, riuscirò a centrare l’obiettivo?


“Formatore è è uno che ti consiglia di fare qualunque cosa non venga fatta attualmente.

È difficile trovarne uno che ti consiglia di mantenere le cose come stanno e di smetterla di sprecare tempo e soldi con i Formatori.”

Exodus


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mercoledì 4 maggio 2011

NON-OBIETTIVI - PARTE SECONDA




"Tenete le mani aperte, tutta la sabbia del deserto passerà nelle vostre mani.

Chiudete le mani, non otterrete che qualche granello di sabbia."

Dogen


Distinguo l’obiettivo specifico e strategico.

Specifico è  quello che voglio ottenere: tanti soldi, una bella moglie, una famiglia, un bel corpo, la guarigione, la santità. Strategico è il passo necessario per ottenere l’obiettivo specifico, in cui lo scompongo.

Se desidero tanti soldi obiettivo strategico sarà una laurea, un master, entrare in una ricca multinazionale, fare carriera. Ognuno di questi è un obiettivo strategico, vuoto in sé, che mi porta all’obiettivo finale, specifico.

Se desidero un bel corpo, sarà mangiare sano, la palestra, la sauna, bicicletta.  Se desidero la guarigione sarà la visita dal medico, dallo specialista, secondo specialista, intervento, degenza, riabilitazione. E così via. Tanti piccoli obiettivi strategici raggiunti costruiscono un obiettivo specifico.


"L'uomo più felice è colui che non vuole cambiare il proprio stato."

Émilie Châtelet


Gli obiettivi che mi sono proposto in questo gioco sono chiaramente strategici. In sé non significano nulla. Devono essere inquadrati in qualcos’altro che li ricomprenda e gli dia un senso. In realtà io non ho obiettivi. Il mio obiettivo reale non è nell’andare oltre, fare qualcosa in più. No, quello che cerco davvero è vivere la quotidianità.


La routine rappresenta il 90-95% della mia vita.


Credo rappresenti la vita di chiunque. Alcuni dicono di esserne liberi. Beh, credo che un terzo della giornata dormano. Routine. Almeno due-tre ore per alimentarsi trascorrono. Routine. Poi altre cose che non scriverò, ma riguardano i bisogni del corpo. Routine. Credo siano soggetti ad ansie, paure, preoccupazioni, doveri familiari, doveri sociali, malattie, mal di testa. Routine. Credo che anche loro soffrano. Routine. E credo che svolgano un qualche tipo di lavoro. Che anch’esso, nel tempo, diverrà routine. Io credo che in quest’ottica tutti viviamo di routine.


“Il genio è uno per cento ispirazione e il novantanove per cento traspirazione.”

Thomas alva edison


Ecco, la routine è la parte che mi interessa, quel 90-95% della vita. Perché? Perché preferisco occuparmi del 95% piuttosto che del 5% rimanente. Voglio amare la mia routine. Investo su di essa. Voglio immergermi nella vita di tutti i giorni ed apprezzarla. I miei piccoli obiettivi saranno quindi rivolti a farmi amare quel 95%.


Se vivo bene la routine il tempo libero sarà splendido, e creativo.


Se la vivo male, la parte rimanente somiglierà ad un sanatorio in cui piombo per farmi curare. Non voglio sfuggire la routine, voglio immergermi in essa. Dicono sia impossibile. Per chi non lo ha mai sperimentato, lo è.

Abbiamo deciso di proporre tre obiettivi, i miei sembreranno banali. Se solo riuscissi a conseguire i miei banali e strategici obiettivi! Nel prossimo post presenterò il primo. Riguarda il lavoro.


“Una vita semplice è una vita di perfezione che sembra incompleta e di pienezza che sembra vuota.”

Bruce Lee

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martedì 3 maggio 2011

NON-OBIETTIVI - PARTE PRIMA






“Il piano? Battere i francesi!”

Waterloo, l’ammiraglio Wellington mentre riposava sotto un albero,  al suo attendente che voleva illustrato il piano per l’imminente battaglia.


E’ iniziata qui, risposta ad un post di Patty di tutt’altro tema:

"Senti se ti piace questa idea:

Scrivi tre cose che hai deciso di fare (cosiddetti obiettivi, max 5, non di più). Me li comunichi. Io faccio lo stesso con te. Se ci riusciamo coinvolgiamo Alberto che sul suo sito ha addirittura un countdown con il tempo che gli rimane (per gli obiettivi, ovvio!).

Scopo: io ti sorveglio nella concreta applicazione dei tuoi obiettivi, tu fai lo stesso con me (e Alb se accetta). Non ti permetto di lasciare i punti centrali del tuo impegno, te li ricordo, ti chiedo a che punto sei. Passato il periodo facciamo il punto, dove siamo, se ne è valsa la pena, se vale la pena continuare a monitorarci o no (magari si scopre che è tutto inutile, che la vita è troppo imprevedibile, etc…).


In ogni caso abbiamo fatto chiarezza, visti quali sono i nostri limiti, se vale la pena spaccarci la testa sugli obiettivi, se ci sono risultati, o se conviene lasciarci andare alle cose.


Tutto da scoprire. Gioco onesto e non si bara."

Domanda: "Vale tutto, materiale e mentale, psicologico, spirituale?"

"Vale tutto. Però che sia misurabile, così possiamo vedere le variazioni. Fissa un periodo, non importa se lungo o corto. Puoi anche spezzettare un obiettivo in più parti (misurabili) ex: un tot il primo anno, un tot il secondo…


Escludi quegli “obiettivi” che raggiungeresti cmq anche senza fissarli, ad esempio:


·      Mettere di lato 6.000 € annui: se sei una persona che naturalmente spende poco, 500 € al mese li accantoni anche senza impegnarti, non va bene. Se invece sei spendacciona è un ottimo obiettivo;

·       Continuare ad ottenere un flusso costante di reddito: se sei una persona posata e con la testa sulle spalle, questo non è un grande obiettivo, in quanto non verrai licenziata. Se invece, come me, sei una testa calda che mette a rischio sempre tutto, è un ottimo obiettivo.

  
Lo scopo non è quello di creare un sistema che ti permetta di raggiungere i tuoi sogni.


Per quello è più sicuro sperare in un colpo di fortuna, ad esempio un lavoro ottenuto in un’altra banca con uffici sul mare, un’eredità…


Scopo sarà scoprire se:


·   Davvero siamo in grado di determinare da soli qualcosa delle nostre vite, se sappiamo impegnarci per un obiettivo, e se quest’impegno genera qualche frutto concreto o se basta uno starnuto della fortuna per spazzare via tutto. Insomma misurare se siamo noi che decidiamo o se siamo noi ad essere decisi;

·        Se traiamo più soddisfazione da questi obiettivi che ci siamo posti, o dalle altre cose che girano nella nostra vita. Ovvero se, alla fine, l’eventuale raggiungimento degli obiettivi vale gli sforzi impiegati. Se “il resto” genera una soddisfazione maggiore, dovremmo dedicarci ad apprezzare “il resto” piuttosto che perseguire obiettivi. Questo punto potremo misurarlo in un secondo momento;

·    Renderci conto se è davvero possibile fissare un obiettivo a lungo termine, o se la vita è talmente varia e imprevedibile da rendere ogni previsione solo velleitaria;


Aggiungi tu qualcosa se vuoi….


Io credo che il 90% delle nostre vite sia “manutenzione” e meno del 10% “investimento”.


Ovvero il 90-95% sono cose che dobbiamo fare, per la nostra sopravvivenza, l’ordine, la pulizia, la salute, la famiglia, i figli, il partner…Meno del 10%, forse il 5% è un investimento reale di tempo per il futuro. Gli obiettivi cui affidiamo tante speranze (“investimento”) sono in realtà una parte secondaria del nostro processo di felicità e successo. Il grosso si trova in quel 90-95% che dobbiamo fare (e che tanto disprezziamo): la routine.

Quindi non preoccuparti di fissare obiettivi che, alla fine, ti accorgi non sono la parte principale del tuo processo di felicità, è normale che sia così. Cerca cose utili, produttive, non è necessario che in esse ci sia il senso di tutta una vita…


Il senso è in quel  90-95% di “routine”.

  
OK, possiamo iniziare."


Alberto (www.scalalamarcia.com) ha proposto:


Un post sui nostri blog che riassuma i tre obiettivi con i commenti che terranno traccia delle azioni e dei solleciti che ci faremo vicendevolmente.


Ok, adesso dobbiamo iniziare. E’ tutto un po’ per aria ma le cose o si fanno subito o non si fanno. altro che fissare obiettivi! Sono curioso di vedere cosa ne verrà fuori. Vedere se addirittura sapremo trovare obiettivi così come li ho proposti.

Nel prossimo post esporrò i miei obiettivi, secondo le linee indicate. Se Albero e Patty fanno lo stesso, ognuno di noi avrà una pagina su cui confrontarci, scoprirci, tenere traccia nel tempo, controllarci e incoraggiarci a vicenda e, se funziona, finalmente scoprire se ha senso fissare obiettivi…


O se è meglio lasciarsi andare.


Cercherò di introdurre una metodologia statistica. Ovvero, sempre se abbiamo la pazienza di seguire il progetto, quella cosa che alla fine ti rivela che magari le cose, obiettivi o no, le faresti ugualmente.

Il progetto stesso è utile a comprendere: se non riesci a seguire una cosa, in fondo così semplice e che richiede così poco tempo, come speri di affrontare realmente progetti complessi? Magari ci accorgiamo che non siamo noi a decidere i progetti, ci illudiamo solo di farlo:


In realtà, le cose semplicemente accadono, ci coinvolgono, e non le lasciamo più andare.


Vediamo cosa esce fuori.


“ Se vuoi una vita felice, devi dedicarla ad uno scopo, non a delle persone o a delle cose.”

Albert Einstein


mercoledì 6 aprile 2011

Moh m'incazzo!




Pubblico qui un mio commento rilasciato su di un altro blog. Lo sento davvero mio. E' in risposta ad un eterno bisogno di "evasione verso una vita migliore, una possibile via di fuga..." che continua ad essere confidato alla rete di internet, come un messaggio in bottiglia, alla deriva... fino a diventare stucchevole.


Moh m'incazzo!


M'incazzo perchè ascolto sempre questo discorso e litigo e non ne posso più e non ne parlo più e chiudo con i blog di "libertà, decrescita, fuga dal lavoro e tutto il resto" perchè mi sembrano gestiti da persone che vivono sì nell'illusione (come il 99,99 % dell'umanità) ma sono anche... non lo dico.

M'incazzo ancora di più con chi propone soluzioni poetiche. Quelle da un milione di parole e niente sostanza. Poi ci sono i "pianificatori", quelli che ti dicono di scrivere gli obiettivi, visualizzarli ogni giorno, etc... A quelli sparo. Non sono contro il lavoro necessario per raggiungere nel tempo un obiettivo, anzi sono certo che sia l'unica cosa valida e "seria", duro lavoro. Il resto è fumo negli occhi e chiacchiere. Ma mi si arrovellano le budella quando per l'ennesima volta ci lamentiamo di questa nostra vita così triste in cui l'universo non sta cospirando per renderci felici.


E' questa la vita e noi siamo fortunati. 


Usciamo dall'illusione che sia stata preparata per noi una vita di agi, o quantomeno di minor rompiballe vicino, e che per qualche motivo ce la stiamo lasciando scappare! E' questa la vita. Solo entrando in QUESTA vita sarà possibile viverla, con tutte le sue miserie. L'alternativa non è una porta che si apre per miracolo, per sacrificio, per pianificazione, l'alternativa sono le rughe su di un viso che ti dicono che anche oggi non hai vissuto e di tempo non te ne rimane tanto.

Cerco faticosamente di scriverlo sul mio blog, ma evidentemente sono limitato e anche stanco (tra l'altro sto traslocando) e non riesco a dirlo in maniera efficace: è tutto qui. La vita è questa. Sarà ingiusta, degradante, limitata, ma è questa. Tra l'altro siamo tra i più fortunati del mondo. Quindi la maggioranza delle persone sul pianeta sono più tristi e infelici di noi, oppure c'è qualcosa che non va nel nostro cervello, nel nostro modo di vedere la vita.


E' tutta un'illusione, capite? 


E' un matrix che ha costruito nella nostra testa una realtà alternativa (che non esiste) che prenderà forma quando escluderemo questa realtà che viviamo, quando le sfuggiremo (questa realtà che invece esiste). Noi vogliamo cambiare ciò che esiste con ciò che non esiste. Cosa succederebbe se domani andassi in banca allo sportello dicendo: mi date 100 € (che esistono) adesso e subito, in cambio io ve ne darò 10.000 (che non esistono) un giorno tra non molto. Chi accetterebbe mai lo scambio? Eppure è lo scambio che facciamo con le nostre vite, nell'illusione. 

Ed è un fenomeno relativamente recente, almeno così di massa. Probabilmente nasce con l'illuminismo francese e il rifiuto di Dio. Quindi il rifiuto di un'altra vita e la concentrazione di tutte le proprie forze su di questa, presente. Vogliamo spremerla fino in fondo questa vita, e se non ci accontenta, se non è come avremmo sperato ecco che si trasforma in... un inferno. 

E la vita passa, e facciamo cose, e vorremmo liberarci, e ieri lo schiavo (sì, schiavo) sperava nella vita eterna, oggi spera nel suo meraviglioso progetto di libertà, un giorno. 


Ma non è possibile, ciò che abbiamo è l'oggi. 


Si deve lavorare sull'oggi. Non ci sarà mai libertà. Libertà non appartiene all'uomo, che soffre, si ammala, porta in giro un corpo che non gli piace, si innamora non corrisposto, si appassiona alla natura ma alla natura frega niente di lui e lo lascia decrepito o ne fa cibo per vermi, va al mare e annega, fa il windsurf e si rompe la spina dorsale, lo snowboard e si frattura gli arti, ma questa è la condizione umana, questa vita è prigione.

Vedete l'assurdità del nostro ragionamento, ce la prendiamo con le angherie del lavoro e non con Dio (la natura, il nostro stesso corpo?) che permette che noi invecchiamo, moriamo, soffriamo. 


Osservate come scegliamo l'avversario più debole. 


La Società moderna è l'avversario, disumana, disumanizzante, alienante. E' colpa sua. Però forse, invento, in famiglia non siamo stati davvero amati oppure semplicemente non siamo facili da amare. Però prendersela con la famiglia non è affatto facile, con noi stessi ancora meno, con la Società è più semplice, centriamo su di lei il nostro malessere. In una Società diversa staremmo meglio? O forse, comunque, non sapremmo sfuggire a noi stessi, a ciò che siamo, a ciò che non riusciremmo lo stesso ad ottenere...

Ce la prendiamo, non so, con la politica. Poi viene uno tsunami e causa ventimila morti. Ma non potendocela prendere con una forza così devastante, ci rivolgiamo contro chi, forse, un giorno, potrà lasciarci soli e senza un soldo. Comprendete? Ci siamo scelti i nostri avversari, quelli più debolucci, ma non è detto che siano loro la reale fonte del problema. 

Lascio con una frase che un giorno mi divertirò ad esplorare meglio. Sapete qual'è l'origine del "problema" che sentiamo, che ci poniamo? Sapete dove nasce? 


Il problema nasce dal fatto che noi crediamo di poter trovare una soluzione. 


Per questo non consideriamo più di tanto la morte un problema ma il lavoro, il traffico, lo stress, sì. Per questo accettiamo di non essere abbastanza alti, belli, giovani, ma non accettiamo di non poterci vestire decentemente o di rinunciare a viaggiare. Perché ove pensiamo di poter trovare soluzione, lì la nostra mente farà nascere un problema.


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giovedì 10 marzo 2011

L'IMBROGLIO - PARTE TERZA




“Nella vita bisogna  credere in qualcosa: io credo che tra poco mi farò una birra.”

Anonimo


Mente non conosce giusta misura rispetto all'ambiente che la circonda. Sia essa foresta preistorica o comodo appartamento, a mente non importa, funzionerà comunque seguendo il suo programma di sopravvivenza. Attiverà o spegnerà il senso di bisogno, che da origine allo stimolo, che fa muovere corpo. Anche se tutto andasse bene, lo farà sentire insoddisfatto, irrealizzato, impaurito, mancante, bisognoso, gli fornirà nuove visioni, mostrerà nuove opportunità, una moglie più giovane, nuove conquiste, ideali.

Mente attiverà corpo, strappandolo dallo stato di appagamento e serenità possibile, pur di realizzare la sua programmazione. Mente ingannerà sé stessa perché fa parte del suo programma, creerà sé illusorio e giustificherà l'attivismo che altrimenti non avrebbe senso. Mente non riconosce lo stato di quiete continuo, anche se lo vive. Non riesce ad adagiarsi, nella sua natura adagiarsi significa essere vulnerabile, morire. Uno stato di rilassamento continuo di  mente è in realtà sintomo di abbandono, di rinuncia vitale. Chi vive questo stato di apatia, nella realtà dell’essere, non è un uomo in pace, ma uno sconfitto. Mente ha rinunciato ad attivarsi.


“Per entrare nel segreto delle cose devi prima abbandonarti ad esse.”

Simone de Beauvoir


Si avvicina una bella donna, corpo si eccita, si modifica, e meno male! Un pericolo, grido, scappo, combatto, se non reagisco è la fine. Uno sforzo, corpo produce adrenalina e mi permette di sostenerlo. Accetto la reazione, la ritengo giusta, proporzionata, da parte degli organi di corpo.

Ho un problema, sono preoccupato, ansioso, non mi do pace né prendo sonno. Stavolta non accetto la reazione di cervello. Ma non è forse anche questa una reazione, logica, proporzionata da parte di un organo di corpo? Come le braccia che si alzano, senza l'intervento di coscienza, per proteggermi da un avversario, cervello alza la sua barriera di soluzioni possibili. La preoccupazione che mi tiene sveglio è lo stesso meccanismo reattivo in azione. Lo stesso di diecimila anni fa, quando addormentarmi significava essere sorpreso e perire.


“Mente e corpo hanno l’immenso potere di accogliere le cose così come sono, sia piacevoli che spiacevoli.”

Shunryu Suzuki-roshi


Ho voluto assurdamente distinguere mente e corpo, separarli, chiedergli di agire in modo diverso. Voglio che corpo reagisca e mente stia quieta. Ma cervello e corpo sono uno. Cervello è corpo, corpo è cervello. Entrambi seguiranno l'unica logica possibile, quella del corpo, la reattività. Non reattività stupida, ma costruita da mano maestra, intelligenza infusa da chi ha creato il corpo e ha lasciato che per migliaia di anni se ne perfezionassero le funzioni. Intelligenza che io vivo ma non neppure posso sognarmi di comprendere.

Reattività in grado di simulare la propria creatività, di essere talmente consapevole di sé e del proprio bisogno di stimoli da creare l'illusione del sé per permettere a se stessa di stimolarsi, motivarsi, attivarsi. Se avessi coscienza della mia reattività, se riuscissi a dominarla, cesserei di cercare stimoli, sarebbe inutile, l'illusione cadrebbe. Mente stessa ne sarebbe priva. Priva di stimoli non avrebbe mezzi per attivarsi. Mente ha bisogno che io creda di essere creativo. Solo così può attivarmi, farmi lottare, credere, muovere, agire. Mente ha bisogno che l'illusione si protragga.


Non sono costruito per vivere senza l'illusione. Non riuscirei.


Radio senza batteria, auto priva di carburante, frigorifero senza elettricità: un uomo senza l'illusione. Non ho capacità di sopravvivere senza illusione, di accettare la mia natura. Illusione è  spinta alla lotta, al futuro, all'obiettivo vuoto ma che mi permette di incamminarmi. E per mente, fino a che io mi attiverò, non importa per quale motivo, sopravvivenza potrà avvenire. Senza illusione la mia mente, non preparata, vedrà solo la quotidiana battaglia per vivere, per procreare, cercherà ragioni di vita. Inorridirà.


Non sono costruito per vedere la realtà oltre l'illusione di me.


Non voglio conoscere la realtà di questa vita. Voglio denaro, libertà, mare, montagna, donne, bambini, ideali, spiritualità, tutto ciò che la vita può offrire, ma non la verità. Non voglio pensarci. La realtà di questa vita non può interessarmi,  non sarei capace di sopravviverle. Io voglio l'illusione. Voglio vivere felice, amare, riuscire, avere successo. Voglio parlare di politica, economia, sport, amore, bambini, case, cibo, ideali, poesia, guerra, rivoluzione, violenza anche, ma non di me, non di mente. Finché io parlerò e presterò attenzione a ciò che è fuori di me, io sarò al sicuro. Voglio solo che le cose vadano come voglio io. Non sono costruito per vivere nella verità. Non potrei sopportarla.


“L'uomo nasce, soffre e muore.”

Detto zen


Mi credo padrone di corpo, ma corpo mi sfugge, invecchia, si ammala, non è come vorrei. Padrone di mente, e mente procede senza il mio consenso, sceglie lei i pensieri, rifiuta di seguirmi, assistermi. Padrone del mondo e degli altri, ma gli altri mi deludono, vivono, amano, decidono senza di me. Non voglio essere ospite, voglio comandare. Ospite del mio corpo, di mente, della terra su cui cammino, dei miei figli che non mi rispettano, dei genitori che non mi apprezzano, di questa natura che vive e respira senza di me. Voglio comandare, esserci. Voglio cambiare il mondo, il mio mondo.


Ma non riesco. Non è mai come vorrei.


Non voglio soffrire. Ma sofferenza è il meccanismo di sopravvivenza, non l’ostacolo alla sopravvivenza. Sofferenza passerà. A meno che mente stessa non decida di interferire sulla reazione, che è la sofferenza, rimuginando sul dolore, il fallimento, l’onta.  Se non accetto sofferenza il processo reattivo non si concluderà. Potrebbe protrarsi per tutta la vita. Se accetto ciò che è, il mio dolore, fallimento, incapacità, allora la reazione di mente si esaurirà nel tempo stabilito.

Non accettare la reattività, cercare il controllo di ciò che è incontrollabile, non aver fiducia nei meccanismi di corpo, di mente vuol dire obbligarmi alla sofferenza, l’inganno, la delusione finale.


“Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente.”

Alphonse Bertillon


Continua...

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