Ci sono due modi per cambiare la nostra vita: uno è cambiare il nostro modo di vivere, la realtà che ci circonda; l'altro è intervenire su quel magico, microscopico, interruttore bioelettrico nascosto nei meandri della nostra mente, che cambia la realtà in un clic.

martedì 21 agosto 2012

COMUNICARE


Questo è un periodo meraviglioso di calma e pace, due settimane di ferie che termineranno il 27 in cui mi dedico ai miei due gattini di due e tre mesi, ai lavori di casa, alla meditazione intesa come lavoro calmo, e al non avere obiettivi. Alt, nient'altro, non voglio averne, non mi serve.

Però, però, uno dei motivi di tanta pace è lo stare lontano dal web, lo stare lontano dalla scrittura.


"Scrivere è una vocazione all'infelicità"

George Simenon


Scrivere per me è sempre stato comunicare e chiarirmi, ma arrivi ad un punto in cui tutto è chiaro, non serve andare oltre, non diverrà più chiaro. La chiarezza è lì, solo che non l'accetti e vorresti cambiare le cose. Ma in realtà non c'è più nulla da scoprire, solo da accettare o rifiutare.

Se non ho bisogno di andare oltre, scrivere diventa comunicare. Ma comunicare, che è un bisogno fondante dell'essere umano, è per me un bene? La molteplicità di visioni del mondo non può convergere verso un punto, altri vedranno sempre le cose diversamente da come le vedo io ed è una cosa che cerco di accettare, per quanto si comunichi non ci sarà fusione di pensieri, di sentimenti, di visioni, se non nel rifiuto della propria libertà e nell'adesione ad un modello di altri. La qual cosa io metto in pratica nella mia esperienza religiosa, mi lascio andare ad una "verità" che sento più grande di me e di cui comprendo solo gli scorci. Ma ciò mi rende felice, rinunciare a me stesso, in questo caso, mi rende felice.


Ma tutto il resto?


Potranno mai gli altri vedere la vita come la vedo io? Il senso del lavoro come lo vedo io? Il senso della famiglia, dell'educazione, dell'amicizia, delle relazioni, degli intendimenti, del caldo, del freddo, del dolce, salato, della simpatia, antipatia come le vedo io? Oppure, semplicemente, ciò non è possibile, così come le "sei porte", i cinque sensi più la conoscenza, la loro elaborazione. sono diverse per tutti gli uomini. Io cerco l'adesione al principio più grande di me, ma "comunicare" in tutti gli altri casi, lo "sforzo" di comunicare, è davvero utile, produttivo, reca benessere, oppure fatica, illusione e delusione, antagonismo, stanchezza?


La spinta a "comunicare" è fondamento o educazione, manipolazione?


E' un bisogno del bambino, dell'adulto, dell'anziano, oppure un tentativo di costruire, di indirizzare la sua personalità verso canoni di comportamento "comprensibili, accettabili", ma nient'affatto naturali, oltre il limite che noi stessi decidiamo?

"Molteplicità di vedute" vuol dire che ognuno avrà risposte diverse e non ci sarà mai una verità. Al massimo si riconoscerà una "verità media", una tendenza della maggior parte di persone, seppur nella loro difformità, che si assumerà come metro di riferimento e che potrebbe non aver nulla a che fare con la vera natura di quella persona. Potrebbe essere una gabbia in cui l'uomo si infila credendo di guadagnarci, di poter "cambiare" qualcosa quando non riesce ad accettarla, con il coinvolgimento, la manipolazione della realtà di "ciò che è", indifferente alla sua vera natura.

Ecco, non scrivo da un po' di tempo, non ho comunicato, non ho fatto nulla di speciale a parte lo spalare la lettiera dei miei piccoli e inseguirli per dargli le gocce e gli antibiotici, spalancargli le fauci cacciando dentro le dita per infilare la mezza pillola sperando che non si chiudano troppo presto o tenergli gli occhietti aperti, per infilare una goccia di liquido, una. E sono in ferie da dodici giorni, non tantissimi. Ho ricevuto due visite, non sono uscito. Mi sento rinascere. Mi sento forte. Mi sento in grado di diventare più forte. Non ho comunicato.  

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7 commenti:

  1. Ciao Exodus, bentornato. Sono venuto diverse volte a vedere se avevi scritto quanto indicato nel post precedente. Ho capito che non era aria.
    Comunicare. Non hai comunicato. Tanto per rimanere in tema non sono completamente dello stesso parere.
    Penso non se ne possa fare a meno. Ormai fa parte del nostro DNA, come alimentarsi e dormire. Certo non deve diventare cacofonia di parole inutili e sguaiate come oggi si sente spesso. Ma serve, serve sempre. Ti chiedi se serve a te e se ne vale la pena. Se non serve a te a può servire a chi ti ascolta, ecco quindi che la fatica che ci hai messo è valsa comunque qualcosa.
    Comunicare è mostrare il proprio mondo agli altri, o ciò che dovrebbe essere il mondo per noi. Infinite volte pezzi di questi mondi hanno preso vita nei mondi degli altri. Se ne è scaturito qualcosa di buono direi che allora la comunicazione è cosa buona!
    Certo non è solo scrittura, pensa ad un sorriso scambiato fra estranei per strada, dopo aver visto qualcosa di particolare contemporanemente, anche questo è comunicare con i rudimenti della nostra umanità. Ciao, Renato

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    1. Beh, per quanto "indicato nel post precedente", credo che una delle cose che mi ricarica è proprio lo "stare in silenzio".

      Non riguarda tanto le parole quanto il desiderio di influenzare il mondo con la comunicazione, sia essa un gesto, una parola, la scrittura. "Stare in silenzio" vuol dire non cercare di influenzare, cambiare, migliorare, il mio mondo. Lasciarlo scorrere. E richiede attenzione e la giusta concentrazione, è un'attività molto seria. Però mi rinnova dentro.

      Comunicare è un bisogno, ma lo è anche afferrare la prima cosa che capita al centro commerciale, volere il meglio dalla vita, desiderare qualunque donna che passi, è talmente bisogno istintivo che le pulsazioni aumentano davanti a ciò che ci piace e qualcos'altro si risveglia quando ci sfiora una bella donna. Però siamo consapevoli che comprare tutto o saltare addosso alla donna non è una cosa intelligente o produttiva. Comunicare è lo stesso. Partecipare è lo stesso. Occorre lo stesso discernimento. Se comunico, partecipo, perché è un bisogno vuol dire che sono fuori controllo e non ci potrà essere niente che mi appaghi davvero. Vorrò comunicare sempre di più, apprendere sempre di più, parlare, dialogare, scambiare, confrontare senza fine. E' una versione edulcorata di un inferno senza fondo.

      Poi c'è una cosa diversa che chiamo "comunicarsi" ovvero comunicare con spontaneità, senza cercare di farlo, senza cercare di parlare, scrivere, etc.... E' quando "succede" senza che vi sia decisione cosciente, ma spontanea. Non possiamo non farlo in fondo, già il nostro aspetto è comunicazione, il nostro viso la mattina, la cura nel nostro vestire, è una comunicazione, ma per me molto più efficace, spontanea, fatta con naturalezza, è "comunicare senza cercare di comunicare". Ed è molto riposante.

      Cercare invece di dire continuamente al mondo quanto sto bene, quanto siano di successo le mie scelte e quanto sia splendida la mia vita è l'antitesi di quanto ho scritto prima.

      Ciao.

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  2. Basta non dare dimostrazioni a nessuno, manco a se stessi. Tutto lì. La comunicazione non c'entra un tubo.

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  3. Vorrei ma non posso, della serie, non avendo ancora fruito delle ferie, era Natale l'ultima volta, non ho ben chiaro cosa dovrei comunicare se non un grande gonfiore nelle parti basse. Quindi comunico che mentre alcuni scoprivano il bosone, io mi intrattenevo con lui con tanto di foto ricordo ;-)

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    1. Spingendo il discorso "un po' più in la'", hai presente che la comunicazione verbale, scritta, mediatica è di per sé una "partizione" della realtà? Ovvero, si esprimono idee, concetti, opinioni, le quali tracciano un solco tra esse stesse e il resto del creato, ovvero la comunicazione definisce, per sua natura, un oggetto rispetto a tutto il resto.

      E' nella sua natura, non è evitabile. Il mio modo di fare, la mia idea di vacanza, la mia idea di matrimonio, il mio partito politico, la mia squadra del cuore, il mio modo di allevare un figlio, il mio conceto di amicizia. Qualunque tipo di comunicazione verbale, scritta, mediatica, definisce una partizione.

      E' ovvio che, pur essendo un bisogno fondamentale, qualunque tentativo di esperire questo tipo di comunicazione rompe un'armonia in cui tutto esiste contemporaneamente. Appena ho eseguito la "partizione" (ciò che penso che viene espresso) l'ho separata dal resto.

      In un contesto di amici, spesso la "comunicazione" causa liti ed attriti. Nel matrimonio, sul lavoro, etc... Spesso per far tornare la calma è meglio il silenzio. Non è un errore, è proprio così: comunicare verbalmente, logicamente, esige una partizione. Mi separo. E poi cerco di gettare un "ponte" verso gli altri per recuperare un'armonia perduta. Infatti che è stanco di conflitti spesso cerca il silenzio, in cui le molteplici visioni del mondo coesistono senza partizioni.

      Spesso infatti la comunicazione "non verbale", non logica, viene perseguita dalle grandi religioni, per evitare l'inevitabile partizione. Il silenzio diventa regola aurea in molti ordini. Vero è che questo modo di vivere non è accessibile a tutti, devi prima trovare nell'armonia un valore superiore alla propria "comunicazione".

      Mi fermo qui, so che la mentalità corrente imperniata sul concetto di dialogo si rivolta nella tomba (il dialogo è deceduto tanto tempo fa) ma se si opera la pratica del "non comunicare" anche per un breve periodo si inizia a far lievitare la propria vita ad un palmo da terra.

      Attenzione, non lanciarsi senza essere preparati, spesso "non comunicare" viene confuso con "l'essere musoni", mio padre praticamente non ha mai "comunicato" e viene invitato d'appertutto!!! Ci vuole molta pratica!

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  4. Probabilmente bisogna essere sulla tua stessa lunghezza d'onda per capire che uno che non comunica non è un musone ma è uno che preferisce il silenzio per evitare ulteriori attriti.
    Esempio banale, il luogo in cui lavoro. Se per evitare attriti e polemiche eviti di dire le cose apertamente sei uno senza gli attributi, se sbatti in faccia la realtà alle persone sei un despota, uno schiavista...
    Purtroppo il mondo non è fatto di illuminati, me per primo. Renato

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    1. Beh, ripeto, ci sono "diecimila realtà" ovvero ognuno ha la sua. Infatti non amo gli schemi e i metodi, non credo si possano applicare con successo.

      In Sicilia, ad esempio, se uno non parla vuol dire che ha gli attributi. Magari anche il tuo schema "non parlo non ho attributi - parlo e sono un despota" è un po' rigido. Sembra una trappola mentale, e messa così non ha vie di uscita. A meno che a te non importi di apparire "senza attributi" o "despota" di fronte agli altri e allora hai trasceso il problema, non esiste più.

      Ci vuole pratica.

      Però, non è che uno comunica per evitare attriti, anche quella è una trappola. E poi parlo della comunicazione logica, verbale, razionale, quella che genera partizioni e distinguo. Un sorriso, un saluto, la scelta di non interessarsi, sono anch'esse comunicazione, ma sono in grado di abbracciare e riconoscere le "diecimila realtà" tutte insieme, in quanto non si generano "partizioni".

      Un esempio di partizione è opinione, critica, giudizio, pregiudizio, idea, correzione, o anche risolvere un "problema" quando nessuno l'ha chiesto, dare consigli, e tutto l'armamentario verbale quotidiano. Per liberarsi dalle partizioni, che non apportano alcun risultato utile, ma solo "frattura" di quella che è la realtà vera, immensa, armonica, in cui le "diecimila realtà" (soggettive) si fondono, occorre molta pratica. Soprattutto occorre rinunciare alle proprie idee di come è o deve essere il mondo. Se non si è disposti a questo, tutto quello che ho scritto finora non è applicabile. Se si è disposti a vivere rinunciando alla propria visione del mondo, beh, allora si inizia a vivere "sollevati un palmo da terra" (scopo della pratica zen). E' tutto molto semplice, accade molto in fretta, più ci si libera dal "sé" più si vive ad un palmo da terra.

      Si parte da qui, non è niente di speciale.

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